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Il Tirreno Livorno - Le fabbriche rischiano il dimezzamento
Le fabbriche rischiano il dimezzamento
di Giorgio Carlini LIVORNO Da qui alla fine di quest’anno da incubo potrebbero perdere il posto di lavoro un oceano di persone: da 800 a mille nel comparto industriale di Livorno e provincia (Piombino esclusa), piccole imprese incluse. Il dato drammatico salta fuori al quartier generale della Fiom Cgil. A pesare sull’allarmante previsione è soprattutto il settore della componentistica auto, spina dorsale dell’industria livornese ma da anni in crisi profonda. «Nell’anno appena concluso – spiega Simone Puppo, segretario Fiom Cgil – il mercato dell’auto ha subìto un nuovo crollo rispetto a dodici mesi prima: meno 22,5% sui volumi di produzione». E il nuovo anno conferma il trend negativo: gennaio sarà il 14° mese consecutivo con un calo-choc del mercato, talmente choc da essere in doppia cifra. La componentistica locale, va da sé, risente della crisi nazionale: con l’esaurimento degli ammortizzatori sociali, a fine 2013 il numero di licenziamenti potrebbe essere pari alla metà dell’indotto attuale. Fiat e politica. «Governo e Confindustria – attacca Puppo – hanno sottovalutato la gravità della situazione, lasciando ad amministratori delegati più o meno capaci le sorti dell’industria italiana». Chiaro il riferimento a Marchionne e alla Fiat, vista come «reale freno alla ripresa del mercato italiano». Secondo la Fiom, inoltre, il progetto Fabbrica Italia e il rinnovo contrattuale separato non avrebbero portato alcun contributo alle imprese, finendo solo per indebolire i diritti dei lavoratori. Crisi locale. Nelle aziende locali di componentistica regna l’incertezza. Le case automobilistiche, ben lontane da garantire una programmazione di lungo periodo, si affidano a commissioni estemporanee, rendendo di fatto instabile un mercato che varia ogni mese. «Ma con altre ricadute – avverte Puppo – la tenuta delle aziende sul territorio rischia di essere compromessa». Pierburg: niente cassa. Chi se la cava un po’ meglio è l’ex Motofides, che da due anni non fa cassa integrazione. L’azienda ha affrontato tempi duri, ma – dice il sindacato – ha avuto il merito di diversificare i clienti, lavorando solo in parte per Fiat. Inoltre ha sviluppato un reparto di ricerca e sviluppo che ha permesso di mantenere più unità al proprio interno. La multinazionale ha confermato gli investimenti programmati. Oggi in Pierburg ci sono circa 270 addetti, ma solo 150 sono lavoratori diretti. Magna: 140 esuberi. Le prime procedure di cassa integrazione alla Magna Closures sono partite nel 2008. Oggi l’azienda dichiara un rilevante esubero di lavoratori: circa 140. A incidere, oltre alla crisi Fiat, sono – viene fatto rilevare – i contraccolpi di Audi, l’altro cliente-chiave. Entro dicembre 2013, con la fine degli ammortizzatori sociali concordati, l’azienda rischia di ritrovarsi con 450 dipendenti rispetto ai 750 del 2008. Trw: contraccolpi Fiat. La Trw rifornisce per l’80% la Fiat: così si spiegano le difficoltà dello stabilimento. Pesa lo slittamento del lancio della Nuova Punto, che avrebbe dovuto garantire alti volumi produttivi. Le unità sono già passate da 650 a 450, ma il numero potrebbe calare ancora. L’azienda è impegnata a salvaguardare i posti di lavoro mediante gli accordi di solidarietà, in atto dal 1° gennaio 2013. Mtm: incentivi ko, gpl giù. Specializzata nell’installazione di gpl, per anni la Mtm-Brc ha goduto di incentivi statali, ma con l’assestamento della domanda c’è stata forte riduzione di manodopera. Oggi lo stabilimento conta circa 100 lavoratori: dopo gli ultimi accordi sofferti, l’azienda potrebbe aver trovato la sua stabilità. «Anche se – precisa Puppo – a breve dovremmo stipulare un accordo di solidarietà che garantisca ai lavoratori maggior riparo rispetto all’oscillazione del mercato gpl». Smi: ripresina ma... L’azienda di montaggi industriali si sta consolidando sul territorio, registrando anche incrementi produttivi che hanno permesso di assumere e firmare contratti interinali. La forza lavoro attuale è di circa 90 persone. Ma le flessioni del mercato restano pericolose (nel settembre scorso da Smi uscirono una cinquantina di contratti a termine). Piccole imprese: allo stremo. Il territorio livornese è costellato da centinaia di piccole aziende, che nel complesso comprendono un bacino simile a quello delle grandi realtà. I piccoli stabilimenti sono allo stremo delle forze: molti hanno già chiuso la produzione, quelli che sopravvivono stanno invece rinnovando le procedure di cassa integrazione in deroga. «I fondi stanziati dalla Regione – ricorda Puppo – dovrebbero esaurirsi entro marzo. Se così fosse, si aprirebbe una fase drammatica, con il licenziamento per centinaia di persone». Lavoro a rischio. Se, come sembra, sarà confermato il trend degli ultimi anni, e se alla crisi della componentistica aggiungiamo le difficoltà di impiantistica e (in parte) cantieristica, a fine 2013 si potrebbe contare fino a un migliaio di licenziamenti tra piccole, medie e grandi imprese. Con l’esaurimento degli ammortizzatori sociali l’unica “scappatoia” sarebbe rappresentata dagli accordi di solidarietà, che però altro non sono che un modo per guadagnare tempo. Tempo che da solo non sarà sufficiente, se non sarà accompagnato da altri impegni. Per Fiom Cgil servono «programmazione, iniziative imprenditoriali e una politica che metta il lavoro al centro della sua azione». E a livello locale? «Occorre passare dai proclami ai fatti, – conclude Puppo – di auspici sull’interporto di Guasticce o sulle aree dismesse di via Enriques ne abbiamo sentiti abbastanza. Ora servono risposte concrete».
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