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La Nazione Livorno - «Scandalosa anticamera per le imprese. Anche due anni per aprire un'attività »
Politica e lobby nel mirino di Giovanni Pardini, segretario provinciale Cisl
— LIVORNO —
«VETI INCROCIATI del sistema imprenditoriale indigeno, lentezza burocratica più marcata che altrove, mancanza di volontà politica». Ecco come si fa, a Livorno, a mettere in fuga i potenziali investitori secondo il segretario provinciale della Cisl Giovanni Pardini. Il ritornello è sempre lo stesso: l’imprenditore interessato ad investire nella nostra città cerca di introdursi ma, specialmente se è uno “straniero” cioè non livornese, si trova davanti una fila di sbarramenti. «Passa un anno e mezzo — dice Pardini — talvolta anche due prima che l’imprenditore trovi risposte che, quasi sempre, dopo aver perso tempo, sono pure negative». E’ frequente sentir parlare di operazioni saltate perché la città non è stata capace di dare risposte. «Per le aziende il tempo è danaro — continia il segretario della Cisl — figuriamoci poi cosa significa per un’impresa aspettare una risposta per due anni». Lo stallo che c’è in questa città sembra non avere eguali: «Anche la burocrazia qui non ha fine — continua il sindacalista — mentre nella vicina Pisa i progetti sono cotti e mangiati». La migrazione delle aziende verso i territori vicini non è iniziata da ora: pensiamo alla Siemens dirottata su Fauglia perché Livorno non aveva aree disponibili; per finire ad Ikea che — sono in molti ad insistere — aveva scelto la nostra città per costruire la struttura che invece sorgerà alla periferia di Pisa.
«LA POLITICA POI ci mette del suo — attacca il cislino — manca un soggetto che faccia sintesi su queste cose. Dovrebbe essere il Comune insieme all’Autorità Portuale capaci di creare un metodo di lavoro nell’interesse della città. Anche la Provincia poteva dare un contributo, ma ormai...». Ormai le Province saranno chiuse o comunque ridimensionate e non avranno certo il compito di fare da cerniera tra gli imprenditori che bussano alle porte della città e il territorio. Non va sottovalutato, però, il potere e la lobby degli imprenditori locali. Quando arriva uno «sconosciuto» che ha messo gli occhi su qualche area — soprattutto su quelle portuali — si scatenano le rivendicazioni dei locali «che prendono tempo magari svetolando idee di sviluppo proprio per quell’area salvo poi scoprire — dice Pardini — che non ci faranno niente». A questi «nemici» si aggiunge anche «il movimentismo — dice il sindacalista — che è repellente all’apertura di nuovi insedimenti produttivi facendo perdere così posti e posti di lavoro». Così politica, sistema imprenditoriale indigeno e movimentismo trasformano il territorio livornese da appetibile ad indigesto. «Gli industriali sono attratti da Livorno perché c’è il mare, il porto, una logistica che fa invidia a molti territori. Poi però si arriva a concretizzare le idee e allora questa città mostra tutti i suoi limiti. Qui ci si muove come in una cristellarie, attenti ad urtare gli interessi, che sono troppi».
E’ IL «LATO B» di un capoluogo che non riesce a rompere gli schemi di vecchi poteri: i padroni della città continuano a restar tali, complice anche una politica che non sa osare nel cambiamento. Ci sono esempi di sfide perse. L’impresa di Varese che cercò di aprire un’attività per il riciclo del vetro, la Siemens che non trovò aree disponibili ed ora gli indonesiani che cercano di investire in porto forzando i «niet» che arrivano dalle banchine. Tanto per far rimanere tutto com’è, in barba alla fame di posti di lavoro che ha messo in ginocchio la città. Il sistema del commercio è in profonda crisi, i negozi chiudono, le amministrazioni pubbliche languono, le aziende sono in affanno. Il porto e la logistica di Livorno e Collesalvetti sono l’unica chance, il solo polmone che possa alleggerire i numeri delle liste di collocamento. Ma gli interessi delle lobbies sono più forti di tutto il resto, e non si piegano nemmeno all’allarme occupazione.
Michela Berti
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