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Il Tirreno - Non solo Ilva nel dramma dell'acciaio
A Trieste rischio chiusura per la Ferriera, travolta dai debiti la Lucchini a Piombino. E a Terni lo stabilimento è in vendita
CRISI»IL PUNTO SULLE VERTENZE
di Paolo Carletti ROMA Taranto, Trieste, Piombino, Terni. La filiera dell’acciaio italiano si sta sgretolando, chiudono gli altiforni, la produzione emigra all’estero dove è meno costosa e l’acciaio spesso migliore del nostro. Ma è una crisi annunciata di un settore ritenuto da sempre, storicamente strategico per l’economia nazionale. Mentre il più grande polo siderurgico europeo, l’Ilva di Taranto, attende di conoscere il proprio destino da governo e magistratura, e soprattutto lo aspettano i 12mila lavoratori dello stabilimento, altre aree di crisi da anni in forte sofferenza, sono ormai giunte al capolinea: superare il default grazie a nuovi acquirenti, oppure chiusura, fallimento. A Trieste come a Piombino, lo stemma di fabbrica è della famiglia Lucchini, ma gli stabilimenti sono ormai talmente indebitati da essere finiti «nelle mani» delle banche. A Trieste sono 971 lavoratori diretti in una città che comunque detiene ben altre risorse, e l’industria occupa appena il 10% dei lavoratori. E anche se la Ferriera qua è nata prima dell’Italia, nel 1986, oggi non è in grado di produrre margini, anzi è in perdita. Ora gli istituti di credito si stanno avvalendo, come a Piombino, della consulenza di Rotschild per arrivare alla cessione del gruppo o di singoli stabilimenti: «Ma oggi non c’è alcuna manifestazione di interesse per Trieste» spiega un manager dello stabilimento Lucchini. Una vertenza che Trieste sta vivendo con apprensione, ma anche con uno sguardo ancora più attento all’ambiente dopo quanto emerso nell’inchiesta dell’Ilva di Taranto. E’ infatti dai primi anni duemila che si parla di chiusura o conversione per le preoccupazioni legate all’inquinamento ambientale. La procura fa accertamenti, la città si interroga, i politici si dividono. Da parte di Confindustria si fa notare che la Ferriera è ancora un asset appetibile, anche se tutti riconoscono che c’è un «indotto» di bonifica ambientale e interventi di riqualificazione che non incoraggia i magnati del settore siderurgico a farsi avanti. Diversa, anche se stesso gruppo Lucchini, la situazione del polo di Piombino. La città toscana oltre alla crisi della maggiore fabbrica (duemila dipendenti diretti, un altro migliaio dell’indotto, ma in passato ne ha avuto oltre il triplo), deve affrontare anche quella della Magona (ArcelorMittal). Ma è l’acciaieria che pesa ormai da molti anni sulla recessione economica del comprensorio. E i piani di salvataggio sembrano davvero esauriti. Lucchini perde 10 milioni al mese, ha 600 milioni di debiti e a fine anno saranno molti di più. Anche in questo caso il Cda ha incaricato la banca d’affari Rotschild (per la seconda volta) di trovare un acquirente. Ma chi potrebbe accollarsi uno stabilimento che oltre ai debiti deve fronteggiare il rifacimento dell’unico altoforno rimasto in piedi entro il 2014, con un investimento che può arrivare fino a 300 milioni? Il piano B a quanto pare non esiste, a parte un’idea di acciaieria elettrica. Possibilità tutta da verificare. E come a Trieste, anche a Piombino dopo l’uscita del russo Mordashov di Severstal, si sono avvicinati cinesi, brasiliani, svizzeri. Ma non c’è stata mai una seria manifestazione di interessi. Il Cda assicura che sta lavorando alla presentazione di un progetto (quello del forno elettrico?) che dovrebbe essere pronto a breve. Oggi una delegazione dei sindacati sarà a Montecitorio per consegnare un documento ai gruppi parlamentari. Anche perché in piena crisi dell’acciaio, Piombino non riesce a far emergere la portata del dramma che si abbatterebbe sul comprensorio con la chiusura della fabbrica in assenza di un piano alternativo di riconversione. E mentre in Europa si concretizza la fusione tra Glencore e Xstrata con la nascita di un gigante delle materie prime, un’altra spia rossa si accende a Terni. Ouotokumpu, società finlandese che controlla la Thyssen di Terni, potrebbe essere infatti costretta a cedere l’impianto umbro di Inoxum dopo le osservazioni vincolanti dell’antitrust europea. In questo caso un’acquisizione tra colossi europei che danneggerebbe l’Italia. Outokumpu aveva già ceduto alcune produzioni a caldo e a freddo in Svezia, ma all’Ue non basta. Per questo ora si cerca un nuovo acquirente anche per l’acciaieria di Terni. La presidente della Regione Marini ha chiesto al premier Monti la convocazione urgente di un tavolo nazionale.
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