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Il Tirreno Livorno - L'auto di Rossignolo era un bluff, mille operai restano senza lavoro

 

I presunti investitori si sfilano e dopo cinque anni sfuma il sogno della supercar Made in Livorno Milioni di soldi pubblici finiti nel nulla, i dipendenti protestano davanti alla casa dell’imprenditore
 
L’EX GOVERNATORE BRESSO Quest’uomo si sta rivelando un truffatore. Sarebbe gravissimo se i fondi erogati non fossero andati ai lavoratori
La replica di Gianluca Rossignolo I finanziamenti pubblici sono rendicontati, i soldi sono stati utilizzati per lo scopo per cui erano stati concessi



 
di Alessandro Guarducci LIVORNO - «La credibilità del progetto Rossignolo è terminata». Così si era espresso, nel consiglio comunale di venerdì scorso, il sindaco di Livorno Alessandro Cosimi. E ancora più duro è stato il giudizio, pronunciato l'altro ieri, dall'ex governatrice del Piemonte Mercedes Bresso: «Allora come oggi non c'era alternativa. Purtroppo, però, Rossignolo si sta rivelando un truffatore». Accuse pesantissime, che hanno di fatto messo la parola fine a 5 anni di speranze, quelle legate all'operazione di rilancio dello storico marchio automobilistico De Tomaso che avrebbe dovuto offrire un nuovo lavoro ai 140 lavoratori livornesi dell'ex Delphi e a 900 colleghi torinesi della Pininfarina. Insieme, negli stabilimenti di Guasticce (Livorno) e di Grugliasco (Torino), avrebbero dovuto costruire la luxury car presentata in pompa magna dal manager torinese all'ultimo salone di Ginevra, la Deauville, e subito dopo a Palazzo Chigi da Gianni Letta: 5 metri e 5 centimetri di lusso, prezzo dai 100mila euro in su, tre motorizzazioni e tremila esemplari da far venire alla luce ogni anno. Il tutto condito da una pioggia di finanziamenti pubblici per la famiglia Rossignolo: 9,5 milioni di euro ottenuti in due tranche dalla Regione Piemonte; 19 dall'Unione Europea ( dei quali 2,2 destinati alla Toscana); un prestito obbligazionario convertibile di 2,4 milioni di euro, sottoscritto per 1,8 milioni da Sici (Sviluppo imprese centro Italia, risorse non regionali), 600mila da Fidi Toscana e un prestito obbligazionario di 900mila euro a carico di Spil (società di cui il Comune di Livorno è socio di maggioranza) per ottenere in affitto uno stabilimento a Guasticce. Tutti soldi destinati alla formazione professionale degli oltre mille dipendenti e alla partenza dell'attività produttiva, una fase che - nella primavera del 2011 - era stata stimata in tre anni. I corsi professionali si sono però interrotti nel breve volgere di qualche mese e del gioiello automobilistico, gli amministratori toscani e piemontesi, ma soprattutto gli operai, hanno potuto vedere solo un prototipo. Una beffa terribile. La situazione, che si era sempre trascinata tra alti e bassi, è precipitata nelle ultime settimane per la grave mancanza di liquidità dell'azienda. Un problema che, come era stato garantito da Gian Mario Rossignolo e dal figlio Gian Luca, sarebbe stato risolto grazie all'ingresso di un facoltoso, quanto misterioso, investitore che prima avrebbe dovuto essere indiano e, poi, cinese (la Hotyork Investment Group). Il primo avrebbe dovuto rilevare il 30% della De Tomaso investendo 100 milioni di euro, il secondo, invece, avrebbe dovuto sostenere il progetto industriale - mantenendolo in Italia - con una iniezione di 500 milioni che gli avrebbe permesso di acquisire il marchio (i Rossignolo sarebbero rimasti ai vertici dirigenziali). Ma nessuna di queste trattative, peraltro annunciate più volte da Rossignolo come ormai fatte, si è concretizzata. Anche se il manager torinese continua a ripetere che il socio arriverà. Per i lavoratori è stata una mazzata. Senza corsi di formazione, senza prospettive e con una cassa integrazione per crisi che li sosterrà solo per quest'anno, c'è stato solo spazio per la rabbia. Manifestazione di protesta si sono svolte sia a Livorno sia a Torino dove, nelle ultime ore, la tensione è salita al massimo. Lo testimonia quanto avvenuto mercoledì: un buon numero di ex dipendenti della Pininfarina, esasperati perché non vedono un euro da mesi, si sono radunati davanti alla casa di Gian Mario Rossignolo, che però in quel momento si trovava altrove: al cancello è stato affisso uno striscione, nel giardino sono stati lanciati dei petardi e sono stati intonati slogan zeppi di frustrazione e insulti. Nelle stesse ore il consiglio regionale del Piemonte ha approvato all’unanimità un ordine del giorno che impegna la giunta Cota a capire se effettivamente sia stato fatto un uso distorto dei soldi pubblici da parte della famiglia Rossignolo, «valutando l’eventualità di un esposto alla Procura per presunte irregolarità». Nel corso del dibattito, l’ex governatrice del Piemonte Mercedes Bresso, che era stata il principale sponsor dell’operazione, ha ammesso di aver commesso un errore nel sostenere il piano di Rossignolo. E le sue parole, come riporta La Repubblica sono sembrate uno sfogo: «Se venisse fuori che i soldi della cassa integrazione o quelli destinati alla formazione non sono andati ai lavoratori sarebbe gravissimo, idem per i fondi per la ricerca. Peggio ancora se il tfr dei dipendenti fosse stato dirottato altrove. Vorrebbe dire che ci troveremmo di fronte a una truffa da magliari». Intanto da Roma continuano a rimbalzare le voci su un esposto del ministero dello Sviluppo Economico per distrazione di fondi pubblici. Voci a cui Gian Luca Rossignolo aveva già replicato sostenendo che «tutti i finanziamenti pubblici sono regolarmente rendicontati, i soldi sono stati utilizzati per lo scopo per cui erano stati concessi».


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