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Il Tirreno - Ecco l'invasione degli ultraprecari

 

di Mauro Zucchelli LIVORNO C'è un esercito di lavoratori che hanno lavoricchi talmente spezzettati da essere impegnati non più di dieci ore alla settimana: nella nostra provincia se ne contano addirittura 4.881. Uno ogni 27 occupati: e questo standard ne fa quasi un record in campo nazionale. In tutta la metà del Bel Paese che sta a nord di Roma, solo Grosseto ci sorpassa. E si contano sulla punta delle dita di una mano gli esempi analoghi se si estende lo sguardo a tutto il resto d'Italia: Avellino, Cosenza più un trittico di province in Sardegna (Cagliari, Nuoro e Sassari). È quanto salta fuori dal “monitor” di Italia Lavoro, la think tank del ministero del lavoro per tenere accesi i riflettori sulle dinamiche sotterranee del mercato della manodopera. Siamo nel regno dell'ultraprecarietà: dove la caratteristica-base non è solo la fragilità delle tutele del proprio posto di lavoro ma anche, forse soprattutto, il fatto che la situazione si cronicizzi. Insomma, non si tratta più di quella “gavetta” – talvolta a metà strada fra l'apprendistato e il nonnismo – che comunque serve a “formare” il neo-lavoratore ai modelli organizzativi, professionali e funzionali all'interno dell'impresa. Basti pensare agli effetti che questo ha avuto su una serie di lavori da studente universitario che, in realtà, per mancanza di alternative qui da noi sono diventati appannaggio di giovani padri e madri di famiglia. Non è un capriccio della statistica o comunque una distorsione settoriale d’un mercato del lavoro invece sano e equilibrato. La riprova? All’ombra degli oltre cento campanili provinciali di tutta Italia, Livorno è fra le pochissime realtà in cui lo standard delle 40 ore settimanali è raggiunto a malapena da un lavoratore su quattro (25,6%): peggio di noi solo la Sicilia di Agrigento e Enna più la Sardegna dell’Ogliastra. Cioè alcune fra le aree economicamente più depresse del Paese. E mica finisce qui. Le 33.747 persone che hanno dichiarato di lavorare 40 ore sono sorpassate dal reggimento di quanti invece o per ragioni di contratto o a motivo del settore di impiego lavorano in media da 26 a 39 ore alla settimana: sono più di 37mila. È un caso che in tutto il Centro Nord ha un solo uguale: La Spezia. Ma un simile squilibrio nell’impiego della forza lavoro non ha molti paragoni neanche nel Mezzogiorno: soltanto a Brindisi, Agrigento e nell’Ogliastra la differenza è così marcata in favore del piatto della bilancia sul quale sono gli addetti con orario ridotto. Colpa del lavoro che non c’è? Probabile. Ma non può essere l’unica spiegazione: accade un po’ come in porto, dove l’attuale fase di crescita quasi zero deve fare i conti con 650 cassintegrati e, al tempo stesso, con uno stock non trascurabile di lavoratori chiamati a fare più di 250 ore di straordinari. Vale anche più in generale se guardiamo all’intero mercato del lavoro: oltre 25milaaddetti risultano al lavoro per almeno 41 ore settimanali (e in taluni casi più di 50 o addirittura 60). Praticamente un lavoratore su cinque (19,4%). Nient’affatto pochi: appena meno di realtà come Prato dove vige un’etica del lavoro e unaabitudine piccolo-aziendale allo sforamento orario che noi neanche ci sogniamo. Addririttura più che nel Nord Est iperproduttivo. In tutto il Centro Nord sono ben 50 le province che hanno una percentuale più bassa di questi iper-lavoratori. Intanto, la fascia dei precarissimi con un impiego settimanale da 11 a 25 ore restano a livelli record: più di 20mila nella nostra provincia dal Calambrone all’Elba. Poco meno di uno su sei: così tanti se ne trovano solo in 9 province nella metà d’Italia a nord di Roma.

Più chance per i laureati, anzi no
 
Nascono poli di ricerca ma il raddoppio delle assunzioni è un effetto ottico...
 
LIVORNO Il nostro territorio continua a “produrre” laureati ma facendo un autogol clamoroso: appena hanno in tasca il “pezzo di carta”, ecco che i più brillanti fanno la valigia perché qui non ci sono opportunità. Tradotto: spendiamo per mantenerli nel periodo della “costruzione” della loro professionalità, poi le loro competenze fruttano altrove. Qualcosa inizia timidamente a cambiare: basti pensare all’effetto che stanno avendo i centro di ricerca a Villa Letizia o allo Scoglio della Regina, ad esempio. Ma non facciamoci troppe illusioni del fatto che dall’ultima edizione del Rapporto Excelsior, il check up in cui gli imprenditori tracciano l’identikit delle assunzioni del biennio successivo, emerge che la quota di laureati non è più inchiodata al misero 4% di una decina di anni fa ma ora è praticamente il doppio. Stando alle informazioni raccolte dietro le quinte, bisogna tener presente che questo gonfiamento è una sorta di effetto ottico: si cercano lauree brevi per avere le competenze che un tempo si chiedevano ai diplomati. Ma esiste nanche un altro effetto statistico. In realtà, la percentuale cresce soprattutto perché si abbassa il volume complessivo delle assunzioni: e se si assumono meno braccia, c’è comunque una quota di quadri e dirigenti al di sotto della quale la “testa” di una impresa non può andare. Senza contare che quel 7,9% è già una marcia indietro rispetto a pochi anni fa.(m.z.)


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