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Toscana svegliati, le aziende non innovano ed esportano poco - Il Tirreno Livorno
La regione sotto la lente del Censis: solo il 17% delle imprese investe seriamente nella ricerca
CARLO BARTOLI
FIRENZE. Stabili, ma non statici, questa la sfida che ha di fronte la Toscana secondo il Censis. La nostra regione sta infatti riuscendo ad attraversare il guado di una crisi durissima contenendo i danni, ma la sua capacità di tenuta potrebbe trasformarsi in arroccamento o addirittura in immobilismo. Nella fotografia che il Censis ha scattato della nostra regione abbondano i toni rosa, ma anche preoccupazioni importanti. In Toscana la crisi occupazionale, ha spiegato il direttore del Censis Giuseppe Roma, è stata assorbita meglio che altrove, anche se i suoi effetti si sono scaricati soprattutto sulle giovani generazioni e la crescita del suo pil, al netto dell’inflazione, è stata minima, ma comunque migliore della media nazionale.
Nonostante questo, per il Censis la Toscana è una regione in bilico e i talloni d’Achille del suo sistema produttivo fanno gelare il sangue: scarsissima internazionalizzazione e ridotta capacità di innovazione. Per quanto riguarda l’internazionalizzazione, a fronte di un 53% di aziende che operano sui mercati esteri, «le imprese toscane che realmente internazionalizzano - ha affermato Roma - non sono più del quattro per cento». A questo, si aggiunge il fatto, ha affermato il segretario della Cgil toscana Alessio Gramolati, «che le aziende toscane devono riorientare un export troppo centrato su Germania e Usa e poco orientato verso i paesi che hanno un forte tasso di sviluppo». L’altro fattore di debolezza è rappresentato dalla scarsa propensione a fare ricerca e innovazione in maniera organizzata e sviluppata. Solo il 17% delle imprese investe veramente in ricerca, mentre il 43 lo fa in maniera «casalinga», senza avvalersi di professionalità esterne e di centri di ricerca. Il restante 40%, poi, non fa ricerca perché troppo costosa o ritenuta non necessaria. Ma è l’immagine che gli imprenditori danno di se stessi a chiarire le incognite che pesano sul futuro produttivo della Toscana: solo nove imprese su cento affermano di attraversare una fase di sviluppo e altre 14 cercano di consolidare i risultati raggiunti. Il resto dell’universo imprenditoriale toscano soffre: il 40% afferma di attendere tempi migliori e il 37 di essersi ridimensionato. Fabio Banti, portavoce regionale di Rete Imprese Italia, punta l’indice «sui troppi vincoli, norme e controlli che anche in Toscana frenano un possibile rilancio dell’economia» e si augura che la Regione «scardini questa architettura difficile e complicata».
Rilevante è la consapevolezza, espressa dal 63,8% dei toscani, che la nostra regione dovrebbe valorizzare ulteriormente la propria vocazione manifatturiera, anche se solo il 26,9 ritiene che ciò sia prevedibile. All’opposto, i toscani non auspicano una regione fatta solo di turismo, svago e ambiente (solo l’8,5% lo pensa), ma la metà degli intervistati lo ritiene lo scenario più prevedibile, mentre il restante terzo dell’opinione pubblica prevede e auspica uno sviluppo nella green economy. Per Antonella Mansi, presidente di Confindustria toscana, questo significa che «finalmente si è consapevoli che impresa vuol dire sviluppo».
Secondo l’assessore regionale alle Attività produttive Gianfranco Simoncini, «l’indagine conferma che stiamo attraversando una fase difficile, ma anche che stiamo lavorando nella giusta direzione». Simoncini non ha però mancato di sottolineare come il ruolo di traino svolto finora dal settore pubblico rischia adesso, a causa dei tagli decisi dal governo, «di trasformarsi da risorsa in problema».
Nonostante questo, la maggioranza dei toscani ritiene che la nostra regione sia caratterizzata da un benessere diffuso, anche se solo un terzo degli intervistati dichiara di aver continuato a spendere come prima, con un picco di ottimismo livornese (49,9%) e un profondo pessimismo pistoiese (9,5). C’è un’altissima soddisfazione per il livello di vita nelle nostre città, il cui gradimento è però direttamente proporzionale all’età: un quarto dei giovani se potesse cambierebbe città. Con l’intensificarsi della crisi, è aumentato anche il sommerso; così, almeno, la pensa la maggioranza dei toscani che puntano decisamente l’indice nei confronti di medici e dentisti e dei liberi professionisti in generale che sopravanzano nettamente idrualici, giardinieri e piccoli artigiani. «E’ un nuovo tipo di sommerso - ha commentato Roma - che, a differenza del passato, non viene reinvestito per produrre ricchezza, ma va ad alimentare i “patrimoni morti”».
Lucchini, due banche contro l’accordo
Protesta a Piombino, in ballo il futuro di tremila lavoratori
Il sindaco: il nostro territorio ha ancora bisogno dell’acciaio
GIORGIO PASQUINUCCI
PIOMBINO. La fabbrica Lucchini esce dal torpore di un’estenuante attesa. I lavoratori e la città riacquistano la consapevolezza della gravità della situazione e reagiscono. Un grido forte ed unanime che è indirizzato alle orecchie delle banche. «Per noi il tempo è scaduto», grida Fausto Fagioli (Fim-Cisl) ai lavoratori dal gazebo allestito sul piazzale antistante la portineria Lucchini durante la protesta organizzata ieri.
Il sottosegretario al ministero dello Sviluppo economico Stefano Saglia martedì scorso ha dato l’ultimatum alle banche perché, entro venerdì, trovino un accordo sulla ristrutturazione del debito di 770 milioni accumulato dalla Lucchini. In ballo c’è il futuro della fabbrica, quello di oltre 3mila lavoratori e di un comprensorio che ancora all’acciaio deve il 30% della sua economia. L’alternativa all’accordo è l’amministrazione straordinaria.
Ieri, forse per la prima volta, è stata avvertita tra i lavoratori la consapevolezza della gravità della situazione. C’erano anche le istituzioni, le forze politiche, e il mondo delle imprese, le prime a rischiare di essere schiacciate dall’eventuale tracollo. Decine e decine di ditte che in questi mesi hanno continuato a prestare lavoro, merci e servizi e che ora si trovano con circa 110 milioni di fatturato da riscuotere.
La pressione dei sindacati è ora sulle banche. Ce ne sono ancora due, una francese ed una italiana che contrastano l’accordo. È possibile che le banche più forti, che vantano i maggiori crediti, riescano a convincerle in tempo. Ma anche in questo caso, come ha sottolinato ieri il segretario della Cgil Giuseppe Bartoletti, «il film non sarà finito». L’accordo sul piano finanziario è ora necessario per sbloccare il prestito ponte di 80 milioni concordato a febbraio a Mosca tra l’azionista Alexey Mordashov e le banche. È necessario anche per vendere la controllata francese Ascometal, per la quale c’è un offerta di 300 milioni del fondo d’investimenti Apollo. Soldi che servirebbero a dare liquidità alla Lucchini, oggi costretta a produzioni con le quali riesce a far cassa a breve, non riuscendo a cogliere le stesse opportunità offerte da una pur timida ripresa del mercato dell’acciaio.
È stata una manifestazione, quella di ieri, durante la quale sono stati posti anche interrogativi. La siderurgia può essere ancora un futuro? «Questo modello di sviluppo mostra tutti i suoi limiti - ha sostenuto il sindaco Anselmi - ma il nostro è un territorio che vive d’acciaio ancora in modo profondo». «Le stessa possibilità di una diversificazione economica - ha aggiunto il segretario della Cgil Bartoletti - subirebbero una grave battuta d’arresto senza l’industria».
Accordo indispensabile con le banche, dunque, ma per passare rapidamente ad una fase nuova, ad un piano industriale che confermi il ciclo integrale, gli investimenti necessari e un interlocutore industriale capace di attuarlo togliendo il timone alle banche.
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