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I giovani e la rabbia che vuole risposte - Il Tirreno Attualità
MASSIMO PAOLI
A Roma, in coincidenza per niente casuale con una delle giornate più lunghe della politica italiana, si è visto a che punto dell’esasperazione sono ormai arrivate certe frange delle popolazione, giovani soprattutto.
D’altra parte è ormai chiaro a tutti e dunque anche a loro, quanto il futuro di ciascuno sia socio-economicamente “a rischio” e questo, per la prima volta, a prescindere dal merito. Il tasso di disoccupazione sotto i 24 anni è infatti del 27%. Nei primi due trimestri 2010 si è registrato un calo degli occupati tra 15 e 34 anni del 6%, a fronte di una riduzione media dello 1%, ma quello che fa più impressione e che quasi 2,3milioni di persone sotto i 34 anni ormai non lo cercano nemmeno più un lavoro e si rifugiano nell’alveo delle protezioni sociali che resistono, e soprattutto entro l’ombrello della famiglia, ristretta o allargata che sia, oppure, ed è la parte più triste, si concedono all’area “oscura” del nostro ingiustissimo sistema (lavoro nero, escamotage, arte dell’arrangiamento, ma anche criminalità, piccola e non, e così via).
In un paese schiacciato sotto il peso del debito pubblico record a 1860 miliardi di euro, di un’evasione fiscale da almeno 100 miliardi l’anno, di un’economia irregolare, che per l’appunto tra il 2007 e il 2008 ha inciso sul Pil per il 17,6% (275 miliardi di euro), e che rischia di essere ormai l’unico e vero mega-ammortizzatore sociale in azione.
In un paese dove il reddito disponibile delle famiglie diminuisce da tre anni (almeno -7%) e con questo i consumi (che non vedono un segno “più” davanti al dato nazionale, salvo sussulti, da oltre 50 mesi).
In un paese dove l’8% delle famiglie che fronteggiano pagamenti rateali, dichiara di non essere riuscito a rispettare le scadenze previste, il 13,4 % lo ha fatto con grandi sacrifici ed il 38,5 % comunque con difficoltà.
In un paese dove il 13,1% delle famiglie italiane ha contratto un debito di lungo periodo (mutuo) e quasi il 5% delle famiglie sottoscrittrici si stanno rivelando insolventi. Un rischio d’insolvenza che cresce per le per le famiglie più povere, il 25% dei mutuatari con il reddito più basso presenta un tasso di insolvenza che sale al 14,5%. In particolare, non riesce a pagare il mutuo per tempo l’8,5% degli impiegati part-time e l’8% degli occupati con un contratto a tempo determinato (che sono però le uniche categorie del lavoro a restare stabili dato che il lavoro a tempo indeterminato sembra sempre più un mito irraggiungibile anche per i più meritevoli).
In un paese dove ci sono quasi 900mila persone sotto ammortizzatori sociali, 600mila delle quali non è detto che al rientro dalla Cassa Integrazione ordinaria, speciale o in deroga ritrovi il posto di lavoro abbandonato temporaneamente.
Proprio in questo quadro credo si innesti la preoccupazione e l’ammonizione di molti, circa l’importanza di dare delle risposte immediate al sistema nel suo complesso e alle parti di quest’ultimo che più ne hanno bisogno. L’alternativa comincia a farsi chiara, può anche essere la perdita del controllo di quella indispensabile coesione (ordine) sociale che fin qui aveva tenuto, anche grazie al lavoro di “ricucitura e integrazione” svolto dalla società civile e dalle parti sociali (e in particolare dai grandi sindacati).
A chiunque sappia leggere le dinamiche sociali, gli scontri di Roma sono sembrati un vistoso dejá vu, di qualcosa che non volevamo più vedere. Chi ha qualche primavera sulle spalle sa bene a cosa mi riferisco, alla stagione che non a caso ricordiamo ancora come “gli anni di piombo”. Sarà vero che la storia non si ripete mai esattamente, ma accidenti se si assomiglia.
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