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Boom di nuovi iscritti ai licei - Il Tirreno Livorno
Calo di studenti che scelgono indirizzi di studio professionali
ANNA CECCHINI
LIVORNO. Licei alla riscossa. Dopo anni in cui sembravano in ascesa le scuole professionali, che al termine del percorso di studi dovrebbero portare i ragazzi sul mercato del lavoro, il prossimo anno scolastico vedrà un netto incremento di studenti che frequenteranno la prima liceo.
Le iscrizioni alle scuole medie secondarie sono terminate nei giorni scorsi, dopo settimane di polemiche sull’entrata in vigore della riforma Gelmini. I vari istituti hanno comunicato all’Ufficio scolastico provinciale (l’ex Provveditorato) il numero degli alunni che frequenteranno la prima classe. Il primato per numero di nuovi iscritti spetta al liceo Cecioni, che conterà 322 ragazzi di prima a confronto dei 276 registrati lo scorso anno. Sono molti anche i ragazzi che hanno scelto di proseguire gli studi al liceo scientifico Enriques, che a settembre avrà 242 nuovi iscritti alla prima, a fronte dei 234 dell’anno scolastico che sta per terminare.
Colpisce infine anche la ripresa delle iscrizioni al liceo classico Niccolini (45 ragazzi andranno in prima il prossimo anno). A fronte del boom di nuove iscrizioni ai licei, in città si registra un generalizzato decremento di studenti che frequenteranno gli istituti professionali, quelli che, in teoria, dovrebbero servire ad immettersi subito nel mondo del lavoro. L’Ipsia Orlando il prossimo anno conterà infatti solo 48 studenti di prima classe, quando il settembre scorso i “nuovi” alunni di prima erano 66 e due anni fa addirittura 88. Stesso decremento anche per le iscrizioni al geometri Buontalenti, meno drastico invece il calo di nuovi iscritti per l’Iti Galilei.
Il successo dei licei cittadini secondo la provveditrice Elisa Amato, che ricorda come il numero effettivo di iscritti in prima dovrà tener conto anche delle percentuali di alunni che saranno respinti, è da spiegare anche con l’entrata in vigore della riforma Gelmini. «Si tratta di una normativa - spiega la provveditrice - che è servita a fare chiarezza negli indirizzi di studi. Prima, anche nelle scuole cittadine, c’erano troppe sperimentazioni e al momento di scegliere la scuola genitori e studenti non avevano una visione certa del percorso di studi dei vari istituti». Una chiarezza che invece sembra esserci stata, se tante famiglie hanno scelto i licei cittadini. «Pensate che per esempio all’Enriques - dice ancora la provveditrice -, nonostante la riforma abbia eliminato il bilinguismo, il piano nazionale di informatica e l’indirizzo delle scienze applicate, si sono iscritti oltre 240 alunni. Significa che le famiglie credono nel liceo tradizionale, che fornisce una preparazione vasta e a largo raggio, che permette al ragazzo di posticipare la scelta di una specializzazione».
Effetto harakiri di una economia che non punta sull’innovazione
Ma alle imprese i laureati interessano poco
Livorno in picchiata nei livelli di istruzione più alti
LIVORNO. E’ il sistema delle imprese che dice ai ragazzi di non studiare: parola del Progetto Excelsior, la rilevazione che disegna l’identikit della forzalavoro che gli imprenditori annunciano di voler assumere nei due anni successivi. Risultato da disperazione: ci sono stati anni in cui tutta la nostra provincia al gran completo spiegava che sì, avrebbe fatto assunzioni - talvolta tante, anche se solo per il rimpiazzo dei pensionamenti - ma sempre con basse qualifiche. Braccia o poco più, quasi un surplus il diploma. Figuriamoci la laurea: richiesta per 70-80 assunzioni nell’arco di 12 mesi in tutte le imprese dal Calambrone all’Elba. Da tradurre: un laureato o accetta di fare un lavoro per il quale la laurea non serve a niente o fa la valigia e se ne va.
Se fin qui abbiamo parlato al passato è perché negli ultimissimi anni qualcosa sembra cambiato. Partivamo dalla maglia nerissima di Cenerentola della Toscana, ma la crescita della domanda di laureati si è fatta sentire: almeno nei numeri delle statistiche, se non nella realtà.
Le istituzioni locali hanno provato a pompare una iniezione di alta formazione nel sistema: con i corsi universitari finalmente sbarcati a Livorno e con i poli di ricerca allo Scoglio della Regina e a Villa Letizia. I numeri dicono però ancora che forse il ragazzo livornese si iscrive all’università ma poi si perde per strada: Livorno è fra le 30 province dove più bassa è la percentuale di laureati rispetto al totale dei giovani fra i 25 e i 30 anni: 5,93%. Peggio di Pisa (7,13%) ma anche di mezzo Sud e della media nazionale. E in questo caso le cose non sono migliorate di recente: l’anno precedente eravamo ben 27 gradini più in alto nella classifica nazionale.
M.Z.
L’ESPERTA
C’è la crisi, meglio studiare
ELISA SIRONI
LIVORNO. Dilaga la crisi, la fuoriuscita degli operai sembra un’emorragia irrefrenabile ed ecco che la percezione dell’utilità di iscriversi agli istituti tecnici si ribalta. Irene Tinagli, docente all’università Carlos III di Madrid e membro di Italia Futura, prova a descrivere il fenomeno mutuando un termine dalle teorie economiche: asimmetria informativa. Ovvero quel fenomeno per cui si crea una percezione distorta della realtà dovuta ad una cattiva informazione. Ossia l’idea che diventare periti e proiettarsi nel mondo industriale possa essere, di questi tempi, tempo perso. Questo spiegherebbe il crollo degli iscritti nelle scuole tecniche. E si sposerebbe con l’altra faccia della medaglia: il boom dei licei. Ma potrebbe esserci anche un’altra spiegazione. «Il dato - precisa Tinagli - andrebbe valutato nel suo contesto». Perché potrebbe essere anche frutto di una maggiore consapevolezza da parte dei ragazzi, come anche di una accresciuta capacità di attrazione dei licei. In ogni caso, resta un fenomeno tipicamente livornese ed in assoluta controtendenza rispetto all’andamento nazionale.
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