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Non bastava la crisi Ora anche i pirati... - La Nazione Livorno
Fenomeno in crescita, gravi danni per i porti
— LIVORNO —
LA PIRATERIA, il secondo mestiere più antico del mondo: e probabilmente quello che, sulla base degli investimenti e dei rischi connessi, oggi rende assolutamente di più con il minimo dei pericoli personali dei pirati. Che «beccati» sul fatto si arrendono subito, sapendo di non poter avere processi internazionali per carenza di normativa specifica. C’è di peggio: malgrado tutti gli sfoggi di «muscoli» da parte dei paesi più forti — che hanno mobilitato decine di navi da guerra e centinaia di elicotteri — «stiamo curando i sintomi ma non la malattia».
E I PORTI del Mediterraneo rischiano di essere sempre più tagliati fuori dai traffici con l’Est asiatico perché un crescente numero di armatori ormai preferisce fare il giro dell’Africa piuttosto che sfidare le pericolosissime acque della Somalia, dove la pirateria sta diventando l’affare del secolo. Anche le cifre fanno paura: solo nell’ultima parte del 2009 sono stati documentati 306 attacchi, 150 dei quali riusciti con 176 persone ancora in ostaggio. L’Italia è fortemente a rischio perchè il 50% dei suoi traffici marittimi avvengono attraverso Suez e le acque più «infestate». Dove i pirati stanno diventando legione: contro i circa 500 del 2004 oggi sarebbero oltre 6000, con vere e proprie bande tribali pronte ad assalire per un compenso di 30 mila dollari che può dare in poche giornate di... lavoro guadagni di molti milioni di dollari agli intermediari (anche europei).
E’ QUESTA la diagnosi, amara e impietosa, fatta dall’ammiraglio di squadra Cristiano Bettini — già comandante dell’Accademia Navale e autorevole scrittore di storia navale — in una lunga e dettagliata relazione sulla moderna pirateria al Serra Club di Livorno. Ospiti di Palazzo Granducale — con un saluto particolarmente caloroso da parte del presidente della Provincia Giorgio Kutufà — i vertici del Serra Club e il relatore hanno catalizzato l’attenzione di una sala consiliare praticamente piena malgrado l’ora tarda, presenti i massimi vertici del tribunale, delle forze armate e degli istituti di credito. Nell’amara constatazione che la pirateria del Corno d’Africa — oggi la più aggressiva e organizzata, addirittura con «navi madri» che portano i veloci barchini d’abbordaggio anche a mille miglia dalla costa — è difficile da contrastare anche per la scarsa collaborazione di alcuni paesi rivieraschi come Somalia e Yemen (dove si rifugiano i pirati anche con le navi sequestrate) l’ammiraglio Bettini ha però annunciato che l’Italia sta diventando il paese catalizzatore di tutte le informazioni sui traffici navali più esposti alla pirateria grazie a un centro della marina militare, costituito vicino a Roma, dove confluiscono via satellite tutte le informazioni relative alle rotte commerciali, alle navi dirette in «zona calda» e ai loro fattori di rischio.
FATTORI che sono la bassa velocità, la scarsa capacità di manovra, il bordo libero (cioè l’altezza della fiancata) facilmente scalabile con sistemi primitivi come le scale di corda lanciate con i rampini, e non ultima la remissività degli equipaggi. Secondo l’ammiraglio Bettini peraltro, l’autodifesa armata dei mercantili è altrettanto rischiosa specialmente perchè non consona con le leggi internazionali; sebbene ci siano stati casi di navi con «contractors» armati, e anche casi altrettanto controversi di navi militari (si parla di cinesi e indiani) che hanno sbrigativamente spedito a fondo sospette unità pirate senza tanti complimenti per la vita umana. Oggi dunque l’unica difesa coerente e «corretta» è quella di convogli scortati dalle navi militari nel golfo di Aden, con frequenti sorvoli di elicotteri armati, davanti ai quali i pirati in genere desistono. Ma l’unica vera terapia — ha concluso l’ammiraglio Bettini — è quella di andare alla radice del problema, cioè alla povertà dei paesi costieri da cui partono gli attacchi e specialmente dall’assoluta mancanza di un controllo da parte degli stati interessati.
Antonio Fuvi
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