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L'avvocato Taormina prepara una denuncia sulla vendita del Cantiere - Il Tirreno

 

«E ora indagate su Porta a Mare»

 
 «Farò nomi cognomi e cifre» E accusa Authority, Azimut Benetti e amministrazione controllata dell’Orlando

 
CRISTIANO MEONI

 LIVORNO. «L’inchiesta giudiziaria sui bacini è una buona cosa ma non ci soddisfa pienamente. Noi vogliamo che si indaghi su tutta l’operazione Porta a Mare e perciò presenteremo, entro 10-15 giorni, una denuncia con nomi cognomi e fatti».
 Taormina, l’avvocato del caso Cogne, assiste i riparatori navali nell’inchiesta della Procura sul bacino di carenaggio, consegnato nel 2003 ad Azimut Benetti e oggi inagibile. Il consulente del sostituto procuratore Mannucci ha ravvisato sia responsabilità dell’Autorità Portuale, proprietaria del bene, che di Benetti.
 Metodo Taormina. L’inchiesta giudiziaria è a uno snodo delicato ed è prossima alla conclusione. Anche per questo i riparatori navali, che presentarono l’esposto nel luglio 2008, vogliono tenere alta l’attenzione sull’argomento. E per raggiungere l’obiettivo hanno ingaggiato un legale che come pochi altri sa usare la leva mediatico-giudiziaria (con esiti finali non sempre a lui favorevoli). Che cerca la ribalta e la inserisce appieno nella propria strategia difensiva o accusatoria. Fatta spesso di tentativi di giocare al rialzo nelle accuse. Come in questo caso, con la scelta di tentare di rimettere in discussione addirittura tutta l’operazione che portò al salvataggio del cantiere.
 Vendita o svendita. «Credo che sia necessario rimettere le mani nell’amministrazione controllata che nel 2003 ha venduto il Cantiere ad Azimut per 50 milioni» dice infatti Taormina, anticipando le prossime mosse. «Le amministrazioni controllate - prosegue - servono principalmente a conservare i beni mentre, dopo aver studiato le carte, sono giunto alla conclusione che nel nostro caso l’obiettivo primario è stato quello di disfarsi del patrimonio della Fratelli Orlando».
 Secondo Taormina non c’è stata una vendita ma una svendita. Due gli argomenti del legale dei riparatori. Il primo: «perchè l’amministrazione controllata ha venduto i beni della Fratelli Orlando e non l’azienda? E’ chiaro che vendere l’azienda avrebbe comportato l’acquisizione di un’entrata molto più alta rispetto alla somma incassata». Poco importa, a Taormina, se il Cantiere Orlando al momento della vendita era in stato prefallimentare, con un valore di avviamento probabilmente risibile; se produceva ingenti perdite anziché utili; se non c’era assolutamente questo interesse ad acquistarlo. «A tutela anche dei creditori, che hanno rinunciato a buona parte del credito, si doveva vendere l’azienda avviamento compreso. Vendere solo i beni, come è stato fatto, può risultare un metodo per far comprare le cose essenziali a un prezzo di gran lunga inferiore».
 Concessioni dubbie. Acquisendo solo i beni, secondo Taormina, Azimut Benetti non avrebbe potuto subentrare nelle concessioni intestate al Cantiere Orlando relative all’area demaniale (85mila mq tra molo mediceo e bacini), come invece poi è successo. «L’Autorità Portuale dovrà spiegare questa stranezza», dice Taormina, «mentre l’amministrazione controllata dovrà spiegare perchè ha venduto direttamente ad Azimut e non ha fatto una gara».
 Ma anche non considerando l’avviamento e l’azienda e limitandosi alla sola valutazione dei beni immobili e mobili - secondo Taormina - «la cifra pagata è modesta. La cosa è inquietante se si considera che il prezzo in questione fu stabilito con una perizia disposta dal giudice delegato e da egli controllata nella sua congruità». Perizia a cui i riparatori navali, oggi, rispondono con una loro consulenza «che allegheremo alla denuncia e in base alla quale il valore di transazione del Cantiere doveva essere almeno 3 volte tanto».
 Il ruolo dell’Authority. La guerra dei riparatori si allarga, dunque, e arriva a coinvolgere tutta l’operazione Porta a Mare. «Lo smantellamento del bacino - dice Taormina - rientra in un disegno più complessivo che parte con la vendita sottocosto del Cantiere e si traduce in una speculazione edilizia in cui qualcuno ha guadagnato e altri hanno perso». Per il legale dei riparatori, «il degrado di bacini e banchine è avvenuto nell’assoluta indifferenza dell’Autorità Portuale, che non solo ha omesso atti propri del suo ufficio, ma dovrà spiegare se questa sistematica omissione risponda a un disegno di modificazione di fatto della destinazione d’uso delle aree».
 Di più: Taormina chiede di sapere che «fine hanno fatto i soldi stanziati nel 2005 per le attività dei riparatori», 8 milioni di euro che avrebbero dovuto servire alla manutenzione straordinaria del bacino. Soldi, ricorda, di cui l’Authority sembra essersi dimenticata per anni salvo poi rimetterli nel piano delle opere 2010. «Perchè non li ha spesi? Perchè ha permesso che non venissero effettuate quelle manutenzioni rendendo inservibili bacini e banchine?»
 Quel filo rosso. Taormina ricorda quanto ha detto il consulente del pm, Culla, che ipotizza un dolo nella dismissione del bacino al fine di favorire la modifica della destinazione urbanistica. «Le concessioni rilasciate dal Comune sulla Porta a Mare - afferma - si coniugano molto bene con un intenzionale e ormai conseguito degrado delle banchine e dei bacini utilizzabili dai riparatori». Nel perfezionamento dell’operazione, con la vendita dell’area alla Igd delle cooperative, Taormina intravede quel “filo rosso” già ipotizzato da Marco Taradash durante la scorsa campagna elettorale. «Un filo rosso che lega il Comune alla cooperativa e all’Autorità Portuale».

«Senza di noi ci sarebbe stato il fallimento»
 
Poerio amareggiato: basta con le polemiche. La replica di Piccini
 

 
LIVORNO. «Mi amareggia molto che, in un momento difficile come questo, qualcuno pensi a rivangare storie del passato piuttosto che a creare le condizioni per difendere il lavoro e l’economia». Reagisce così Vincenzo Poerio, amministratore delegato di Benetti, all’iniziativa dell’associazione riparatori navali, che attraverso l’avvocato Taormina chiederà alla Procura di estendere l’indagine anche all’operazione Porta a Mare.
 «Mi spiace che si vada a rinfocolare ulteriormente il conflitto, ma le cose non stanno come sostengono questi riparatori. Siamo in grado di dimostrare che noi, da tutta questa operazione, non abbiamo guadagnato niente - dice Poerio - Se consideriamo quanto ci è costato il Cantiere, 50 milioni e 600mila euro più Iva, quanto abbiamo investito per attrezzare l’area e fare i capannoni, 130 milioni di euro, e quanto abbiamo perso a Livorno, si vedrà non abbiamo fatto nessun affare».
 Quanto al Cantiere svenduto, «forse ci si dimentica che quando siamo arrivati noi era in una situazione di fallimento tecnico: se non avessimo portato quei 50 milioni, il Cantiere sarebbe fallito e avremmo potuto comprarlo per molto meno».
 L’Autorità Portuale viene chiamata in causa per non aver speso gli 8 milioni di euro concessi nel 2005 per l’intervento sui bacini. «L’intervento è stato confermato nel 2006 nei limiti delle risorse finanziarie appositamente destinate - spiega il presidente dell’Autorità Portuale Roberto Piccini - Da parte del concessionario non è mai arrivata una richiesta esplicita, tuttavia abbiamo istruito autonomamente alcuni lavori come quelli relativi alla messa in sicurezza della struttura. E’ stata avviata la procedura amministrativa ma poi non abbiamo potuto operare perchè il bacino è stato messo sotto sequestro. Tuttavia l’opera è nel piano triennale e sarà effettuata nel 2010». (c.m.)

L’INCHIESTA
 
 
LIVORNO. L’inchiesta sui bacini è stata innescata da un esposto presentato dall’associazione dei riparatori navali nel luglio 2007 che esponeva lo stato di abbandono del bacino grande e delle banchine. Titolare ne è il sostituto procuratore Massimo Mannucci. Il consulente del pm, Culla, ha depositato una perizia che evidenzia responsabilità nel dissesto del bacino sia dell’Autorità Portuale, proprietaria del bene, che di Azimut Benetti, suo concessionario. L’inchiesta è ormai prossima alla conclusione.

IL PERSONAGGIO
 
LIVORNO. Carlo Taormina, 69 anni, è un avvocato penalista molto noto. Ha seguito casi importanti e popolari, come la strage di Ustica, l’eccidio delle Fosse Ardeatine, l’omicidio di Marta Russo e quello di Cogne (dove difendeva Anna Maria Franzoni). Politicamente schierato con il centrodestra, sottosegretario agli interni con il governo Berlusconi, fu poi costretto a dimettersi per l’incompatibilità con la propria professione. L’anno scorso ha fondato un partito, la Lega Italia.

OGGI IL DEBUTTO
 
La banchina torna agibile: arriva la prima nave
 

 
 LIVORNO. Il bacino in muratura e la banchina 76 sono stati dissequestrati. Ma mentre il bacino resta inagibile, sulla banchina ripartirà un’attività di riparazione navale. La prima nave arriverà oggi e rappresenterà il debutto della nuova società Gestione Bacini spa presieduta da Franco Pardini a cui hanno aderito una trentina di aziende navalmeccaniche. Sarà una portacontenitori, la Rome Express, lunga 300 metri, ieri ormeggiata in Darsena Toscana e sarà sottoposta a lavori di riparazione della sala macchine. Da stamani saranno sulla banchina una cinquantina di persone.
 Per renderla agibile, l’Autorità Portuale ha risistemato l’asfalto. Ciò è stato possibile dopo la richiesta, autorizzata dalla Procura, di accedere all’area sequestrata per periziarla ed effettuare gli interventi di piccola manutenzione. Azimut Benetti, concessionario della banchina, non si è opposto ai lavori e così in poche settimane il piano della banchina è stato rifatto. «Adesso la banchina si rende nuovamente disponibile per un’attività di riparazione navale - dice il presidente dell’Autorità Portuale Roberto Piccini - Abbiamo effettuato anche i lavori di messa in sicurezza del bacino, a cui si può accedere ma dove resta preclusa ogni tipo di attività».
 Sorprende la velocità con cui è stata rimessa a posto la banchina 76. Che forse è spiegabile con le molte richieste arrivate all’Autorità Portuale. E non solo della Gestione Bacini e Banchine spa, che ha in agenda altre navi da inviare alla banchina. Richieste in tal senso sono pervenute pure dal Consorzio Riparazioni Navali presieduto da Roberto Pardini, che vorrebbe portare a riparare a Livorno alcuni traghetti (Moby e Armamento Sardo). A conferma del buon momento delle riparazioni navali nella crisi generale dello shipping, che forse dimostra che un mercato c’è.
C.M.


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