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«Voglio fondere i due stabilimenti. Ma dalle istituzioni non c'è risposta» - Il Tirreno
Laviosa punta sulla fabbrica unica
La strategia. «Oggi abbiamo uno spreco di spazi che potrebbero servire a un progetto portuale»
LIVORNO. La crisi si è fatta sentire anche qui, nella storica fabbrica di bentonite. Ma la barra sui conti è stata tenuta ferma: minor ricorso alle ditte esterne, 10 prepensionamenti - «ma accompagnando i lavoratori perché avessero il massimo possibile» - e un’ora di contratto di solidarietà. Il risultato un bilancio decisamente meno brillante ma nessun allarme rosso.
Anzi, l’anno orribile dell’economia mondiale per Giovanni Laviosa - a capo della Laviosa minerals spa, una delle più grandi aziende in mano a una famiglia livornese (200 dipendenti tra Italia ed estero) - è proprio l’occasione per guardare al futuro. «Nessuno può pensare che passata la crisi tutto torni come prima. E noi dobbiamo puntare a migliorare la nostra competitività, valorizzando le professionalità interne», spiega l’amministratore delegato del gruppo chimico.
Ecco così l’idea di un importante investimento che punti a concentrare in un solo stabilimento le due fabbriche cittadine. «E’ un’operazione - spiega Laviosa - che ci aiuterà a valorizzare al massimo la nostra catena operativa che copre tutto il processo: l’esperto dell’applicazione che lavora con il marketing e con chi fa ricerca e poi va in giro per il mondo con il responsabile vendite sui diversi mercati. Questa è la nostra forza e su questa vogliamo investire, sfruttando le risorse che ci può dare la razionalizzazione degli impianti».
Ma il progetto di Laviosa fatica a farsi strada. «Ho cercato contatti con gli organi che dovrebbero presiedere allo sviluppo economico della città ma è difficile avere risposte. In verità anche solo farsi ascoltare. Sinceramente non capisco perché». Spil, Comune, Compagnia portuali: lettere, contatti, ma nessuna risposta. «Non penso a un pregiudizio verso di me, ma a una sorta di distrazione rispetto ai problemi dello sviluppo. In particolare chi programma la crescita economica del territorio dovrebbe saper guardare avanti. E io questa qualità non la vedo».
Il progetto di Laviosa parte dal sottoutilizzo della fabbrica di via Leonardo da Vinci dove si trova anche il centro direzionale: 30mila metri di area, solo la metà impiegata. Ecco allora la necessità di avere 15mila metri di terreno a fianco alla fabbrica di via Galvani per poter chiudere in un solo stabilimento tutto il ciclo produttivo. «Sarebbe un investimento di 2 milioni e mezzo di euro almeno - sostiene Laviosa - e significherebbe una razionalizzazione dell’azienda. Il risultato sarebbe un risparmio sui costi fissi e non sul personale: con la possibilità anzi di avere risorse da spendere in ricerca. Ebbene quei 15 mila metri ci sarebbero: Spil li ha dati in affitto ai portuali come deposito auto, oppure ci sono quelli non utilizzati dalla Dow chemical che ce ne ha affittati una parte ma ora è bloccata visto che la divisione è stata messa in vendita. Sta perciò a chi sovrintende allo sviluppo del porto cercare una soluzione. Anche perché qui ci sono 30mila metri quadrati in via Leonardo dove - insieme ad altri soggetti imprenditoriali, che la stessa Autorità portuale o il Comune possono indicare - è possibile realizzare un’attività collegata al porto. Io non voglio fare alcuna speculazione: ci diano delle idee su come impiegarli al meglio e una soluzione si troverà».
Il tema torna al nocciolo, a un porto che deve saper fare sistema, ma che deve anche decidere se puntare sulla specializzazione dei singoli o sulla possibilità di più aziende che lavorano su tutto. Laviosa un’idea ce l’ha chiara: «Un certo patto su cui il porto si è retto negli anni va rotto. Mentre tra autorità e imprenditori va aperto un canale nuovo di confronto». Anche per rilanciare un impegno su quello che è l’altro grande problema del sistema industriale cittadino: l’inserimento della maggior parte delle aree all’interno del Sin, che non consente di fare investimenti senza bonifiche dai costi giganteschi. «Ecco perché non ha più investito nessuno, perché nessun investitore internazionale comprerà mai una fabbrica con questo cappio al collo della bonifica. Occorre una riflessione seria, su quanto e a chi tocchi farle. Ma non mi pare che le istituzioni se ne facciano carico: così non si attraggono capitali».
A confronto Laviosa guarda alle esperienze avute in Spagna e Francia e soprattutto in Turchia dove di recente ha investito. «Abbiamo aperto un piccolo stabilimento e siamo stati portati per mano nel realizzarlo in tempi brevissimi. Basterebbe questo a fare la differenza e farti venir voglia di andar via. Ma noi vogliamo continuare a crescere qui».
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