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Spiagge meno bianche: il giallo della balneazione - Il Tirreno Primo Piano
Il sindaco di Rosignano prende tempo: pronto a vietare i bagni se sarà necessario La Solvay: la magistratura non ci ha mai contestato scarichi idrici abusivi
Si rischiano ripercussioni sull’occupazione ma c’è anche preoccupazione per la salute e l’ambiente
di Alessandro De Gregorio wROSIGNANO La notizia della Solvay messa in scacco dalla Procura ha reso un po' meno bianche le spiagge finto-caraibiche che accolgono i fanghi industriali dello stabilimento chimico. Ci si interroga su quel pallido divieto di balneazione ristretto ai duecento metri intorno al fosso bianco, e più in generale sulle concessioni dell'azienda belga sul territorio. Il sindaco Alessandro Franchi però prende tempo, dice che è pronto anche a chiudere le Spiagge bianche ma solo in presenza di fatti concreti. Finora gli unici segnali sono usciti dalla Procura, con la chiusura di un'indagine durata quattro anni e che ha costretto - per la prima volta nella storia - la Solvay a chiedere il patteggiamento per la direttrice uscente Michèle Huart e altri quattro dirigenti. Ieri ha parlato anche l'azienda. Non attraverso i legali dello studio milanese Bolognesi ma con un comunicato. Nella nota non si fa riferimento né alla richiesta di patteggiamento - tuttora sospesa in attesa che il consulente della procura verifichi il rispetto delle prime prescrizioni imposte dal sostituto Giuseppe Rizzo - né agli indagati. Ci si concentra piuttosto sulla semantica: «Non esistono, non sono mai esistiti né ci sono mai stati contestati da parte delle autorità giudiziarie scarichi idrici abusivi». In effetti, notizia già nota, i punti dove Arpat non ha mai eseguito i campionamenti erano quelli dove il depuratore cittadino era stato allacciato al fosso bianco. Qui, attraverso tubi di 70 centimetri di diametro, il reparto aeronavale della Guardia di finanza ha accertato che il Comune prima e Asa poi facevano confluire le acque bianche e nere. Compresi quindi i reflui dell’impianto di depurazione. Anche quelli finivano in mare insieme ai fanghi industriali che contribuivano in qualche modo a diluire. «Gli accertamenti giudiziari in corso riguardano unicamente la gestione dei correnti punti di scarico dello stabilimento - aggiunge l'azienda - Non vi è stato mai alcun tentativo di aggiramento dei controlli degli enti preposti. La gestione dei solidi sospesi presenti negli scarichi idrici non ha alcuna pertinenza con gli accertamenti giudiziari in corso; tale gestione risponde ed è normata da specifiche autorizzazioni rilasciate dalle autorità competenti. Si ribadisce peraltro la non tossicità di tali sedimenti, come riportato anche da un'indagine eco-tossicologica condotta nel 2011 dagli enti di controllo». «A integrazione di azioni specifiche già completate dall'azienda nel trattamento degli scarichi idrici dello stabilimento - conclude la multinazionale - nell'ambito del procedimento giudiziario tuttora in corso, sono state inoltre individuate delle azioni di ulteriore miglioramento che Solvay si è impegnata a perseguire, nel quadro della sostenibilità ambientale delle proprie attività industriali e dei principi di sviluppo sostenibile promossi dal gruppo». Da un’accurata verifica, risulta che quelle prescrizioni siano state ordinate dalla Procura proprio come condizione per accogliere la richiesta di patteggiamento dell'azienda, e che rientrino in un piano complessivo da circa dieci milioni il cui ulteriore test è già fissato nel 2015. In altre parole, la magistratura ha ordinato misure immediate (pare che Solvay abbia già speso cinque milioni per le prime bonifiche) dando due anni di tempo per cambiare registro. In caso contrario potrebbero scattare i sequestri. Insomma, una situazione in prospettiva molto simile all'Ilva di Taranto. E così da una parte si temono ripercussioni occupazionali, considerando che si sta parlando di un polo industriale che dà lavoro a circa 900 persone tra dipendenti diretti e ditte di appalto. Dall'altra parte ci sono i timori legati all'ambiente e alla salute. Perché il mercurio non viene più usato ma in fondo al mare ce ne sono ancora 400 tonnellate. Perché si continuano a scaricare centinaia o migliaia di chili di arsenico, cadmio, cromo, nichel, piombo, zinco, fosforo, cloro. E non è un caso se per fine anno - anche questa una decisione storica- è stata prevista un’indagine epidemiologica sulla popolazione. ©RIPRODUZIONE RISERVATA
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