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Coop 8 Marzo in cattive acque Soci e sindacato in allarme - Il Tirreno Livorno
Lavoratori preoccupati: «Perso l’appalto della Stazione marittima e consumati milioni di risparmi» I sindaci revisori rimandano all’assemblea l’approvazione del bilancio 2011. Ipotesi di future fusioni
LIVORNO «I lavoratori, i soci, sono preoccupati: in cooperativa si respirano difficoltà e per la prima volta si inizia a parlare di fusione. Ma se dall'altra parte, anziché un'altra grande coop, ci fosse una società per azioni …». A lanciare l'allarme è il fronte sindacale. Sul tavolo non c'è un nome qualunque. C'è un colosso della ristorazione, una cooperativa che a Livorno non ha bisogno di presentazioni, se non altro perché esiste da trent'anni e gestisce direttamente o indirettamente decine di appalti: la cooperativa 8 Marzo ha 119 soci (moltissime donne) e muove un indotto di 300 persone. Nelle sue cucine si sfornano ogni giorno più di 10mila pasti. Le socie scrivono. Sono stati proprio alcuni dei soci a rivolgersi alla Uil. Altri hanno scritto al Tirreno, chiedendo di restare anonimi «perché di questi tempi il posto di lavoro è tutto e vogliamo solo salvarlo, insieme alla nostra cooperativa e alla filosofia che l’ha sempre guidata». Stazione marittima. Qualche giorno fa, come riferisce Giancarlo Guidi (segretario UilTucs), la cooperativa ha perso dopo molti anni il bando per la gestione del punto ristoro della Stazione marittima. Non è ancora ufficiale, ma a fare l'offerta più vantaggiosa sarebbe stata la Gs di Milano in società con Alba Nuova, di Pisa. «Qui lavorano una decina di addetti - spiega Guidi - sono quasi tutte donne, socie. Cercheremo di far sì che chi subentra si accolli il personale. Non sarà facile visto che gli spostamenti decisi dal presidente negli ultimi tempi hanno portato a un concentramento di alti livelli lavorativi (quindi costi maggiori) in punti come questo. Poi c'è il problema delle quote sociali, anche 15-20mila euro a testa: i soci hanno paura di perderle». Miriade di microsocietà. Ma il bando della Stazione marittima è solo un tassello. A preoccupare gli addetti ai lavori sembra essere la tenuta del sistema. Negli ultimi anni la coop livornese ha dato vita a una serie di società satellite, come Da ristorazione (di cui detiene il 96 %) e C8M vending (che divide al 50% col colosso bolognese Camst). Poi ci sono associazioni temporanee di impresa (Ati) che di volta in volta si sono aggiudicate i bandi principali. Alcuni stanno per scadere, come in porto. Gli appalti. È il caso del bando Asl: l'8 Marzo divide con Serenissima di Vicenza la gestione della mensa dell'ospedale che, a detta del sindacato, «non è così redditizia, anzi». È già scaduto, invece, il bando chiave delle scuole. La società lo divide con la coop Cir di Reggio Emilia (a cui si aggiunge Cooplat per la parte dei servizi): in tutto oltre 3mila pasti al giorno, almeno 35 soci al lavoro nelle cucine. «Ma il Comune – spiegano dalla Uil – sembra intenzionato a non fare più una gara unica e a dividerla in tre. I partecipanti dovrebbero scegliere a quale delle tre presentare l'offerta…». Poi il ristorante delle Fonti del Corallo: «L'8 Marzo l'ha rilevato da Finifast ma a gennaio, dopo un anno, ha alzato in parte bandiera bianca e lo ha girato a C8M vending, che al 50% è di Camst». E ancora l'unione con Elior Spa per la gestione dei pasti di Trw ed esercito. L’altolà dei revisori. Il sindacato, in sostanza, teme una lenta emorragia di soci tra un appalto e l'altro. Ma c'è altro. Alla fine del 2012 il collegio dei sindaci revisori e la società di revisione, rilevando una serie di criticità rispetto alla compravendita di alcune attività e strutture, hanno dichiarato l'«impossibilità di esprimere un giudizio» sul bilancio di esercizio del 2011 e rimandato «ogni valutazione» a una successiva tumultuosa assemblea dei soci. I revisori si sono soffermati sui rapporti con Da, sulla ricostituzione di capitale sociale della Magazz Srl, sulla cessione di un ramo di azienda a una società cecinese e sulla vendita del Panino. Bilancio in attivo ma... Chiariamolo subito: il bilancio dell’8 Marzo (come evidenzia anche la relazione dei revisori) è in attivo, con un utile di circa 63mila euro. Ma dal 2008 a oggi la cooperativa ha dato fondo ai risparmi: nel 2008, vincolati in tre conti, c'erano 5.900.000 euro, nel 2009 sono diventati 4.700.000, nel 2010 circa 2.900.000, nel 2011 è rimasto un milione, poi speso nel 2012. «Abbiamo fatto investimenti per creare condizioni di sviluppo», controbatte il presidente Luciano Francalacci: «Abbiamo attrezzato locali che oggi sono in grado di mantenere spazi di mercato che altrimenti avremmo perso. Un esempio è il Fiore del Mare, che prima faceva 50 coperti al giorno e oggi ne fa più di 400». Sos liquidità. Il punto è che una bella fetta di quello che entra nelle casse della cooperativa dipende da appalti pubblici. E gli enti, come sottolinea lo stesso Francalacci, «pagano a 120 - 150 giorni». L'8 Marzo - rende noto a pagina 3 - avrebbe un debito con i suoi fornitori di 1.800.000 euro, ma vanterebbe un credito di 4.700.000 tra Asl, Comuni, Stato e clienti privati. Ipotesi fusione? «Nelle ultime settimane - raccontano alcuni soci - il presidente sta dicendo alle assemblee che da soli non ce la facciamo più a stare sul mercato e che c'è necessità di fare una fusione. Finché si parla di cooperative come Cir o Camst è un conto, ma quando sentiamo il nome di una Spa come Elior ci spaventiamo: l'8 Marzo è nata seguendo i principi delle cooperative, gli utili sono sempre stati divisi tra i soci o reinvestiti. Gli sforzi di tutti dovrebbero finire in una Spa?». È la fine di un'era? «Non stiamo per fonderci – controbatte Francalacci – semmai abbiamo avviato a livello regionale una riflessione sulle dimensioni di tutte le cooperative toscane (non del consumo) per reggere all'impatto della crisi. Intorno a noi c'è un'economia che crolla: un'ipotesi è quella di aggregazioni, ma sempre - assicura - tra cooperati». (j.g.)
«Ma la società non è a rischio»
Il presidente Francalacci: solo problemi di liquidità, abbiamo un patrimonio di oltre 5 milioni
LIVORNO «Non stiamo per fonderci e non abbiamo il cappio al collo: oggi l’8 Marzo può vivere da sola, ma ci stiamo chiedendo se il futuro non sia più sereno con una maggiore intesa tra soggetti cooperativi». Il presidente Luciano Francalacci minimizza l’altolà lanciato dall’interno della cooperativa. E minimizza anche sull’astensione di bilancio dei sindaci revisori che, dice lui, «hanno avuto riserve sull’interpretazione di alcune analisi contabili: col nuovo esercizio abbiamo fatto operazioni per sanare gli aspetti segnalati». Resta il fatto che tra il 2008 e il 2012, pur facendo utili per circa 63mila euro, la cooperativa si è mangiata i risparmi di una vita: circa 5.900.000 euro, che erano vincolati in tre conti diversi. Molti soci puntano il dito contro le scelte del consiglio di amministrazione. Francalacci conferma i dati, ma controbatte: «Abbiamo fatto investimenti per creare condizioni di sviluppo. Abbiamo attrezzato locali che ora sono in grado di mantenere spazi di mercato che altrimenti avremmo perso. Un esempio è il Fiore del Mare, che prima faceva 50 coperti al giorno e oggi più di 400». Dall’interno della storica coop livornese è trapelato che il presidente, nelle ultime settimane, avrebbe parlato di ipotesi fusione. «Finché discutiamo di unirci a coop come Cir o Camst è un conto – scrivono alcuni soci – ma quando sentiamo il nome di una Spa come Elior ci spaventiamo: l'8 Marzo è nata seguendo i principi delle cooperative, gli utili sono sempre stati divisi tra i soci o reinvestiti. Gli sforzi di tutti dovrebbero finire in una Spa?». «Mi viene da ridere, non è vero niente – reagisce Francalacci – questo è solo un tam tam interno». Poi, però, apre a una riflessione: «Non stiamo per fonderci, semmai abbiamo iniziato a livello regionale una riflessione sulle dimensioni delle cooperative toscane (non del consumo) per reggere all'impatto della crisi. Intorno a noi c'è un'economia che crolla: un'ipotesi è quella di aggregazioni, ma sempre - assicura - tra cooperati». In questo momento, sottolinea il presidente, il problema principale si chiama liquidità: «Gli enti pubblici pagano a 120 - 150 giorni. L'8 Marzo ha un debito con i suoi fornitori di 1.800.000 euro, ma vanta un credito di 4.700.000 euro con enti pubblici e clienti privati: almeno il 40% sono soldi che ci devono dare Comuni, Asl e Stato. È chiaro che se li avessimo potremmo pagare subito i fornitori». «Vede - chiosa - il problema non è se il Comune fa un bando unico per le scuole o lo divide in tre. Fa paura quanto uno spavento a un topolino che rischia di essere mangiato da un leone: il rischio è che non ci siano più appalti, è la non tenuta del sistema economico generale». «Oggi – ripete – la cooperativa 8 Marzo può vivere da sola, abbiamo un patrimonio immobiliare di oltre 5 milioni. Ma ci stiamo interrogando per capire se il futuro è sereno restando da soli o se non sia necessaria una maggiore intesa tra soggetti cooperativi». E cita Camst e Cir, di Bologna e Reggio Emilia. «Non è solo un problema nostro – insiste – non abbiamo il cappio al collo: ci stiamo ponendo il problema all’interno del movimento toscano. La fusione è un'ipotesi, ma non è l'unica: ci sono anche consorzi, reti di imprese. E soprattutto c’è il multi service». Visto che sempre più clienti, racconta, chiedono un servizio completo, “chiavi in mano”, che vada dai piatti caldi alle pulizie. «In un caso come il nostro – chiude – potrebbe essere l'ideale». Anche per fare fronte a una eventuale emorragia di forze nel sistema degli appalti della ristorazione. (j.g.) ©RIPRODUZIONE RISERVATA
«Trasferiti molti dei soci che si opposero al presidente»
LIVORNO Dentro alla cooperativa 8 Marzo è scoppiata la guerra tra il presidente e una parte dei soci. Per capire il motivo bisogna correre indietro fino all’assemblea convocata lo scorso maggio, quando il collegio dei sindaci revisori aveva rimandato ai diretti interessati l’approvazione del bilancio 2011. In quell’occasione - racconta il segretario della UilTucs, Giancarlo Guidi, insieme al collega Daniele Cerrai - 46 dei 119 soci avevano lasciato l’assemblea in polemica con il sistema di nomina del consiglio di amministrazione, che poi ha portato alla rielezione del presidente Luciano Francalacci. Un documento con una lunga lista di firme è finito anche sulla scrivania fiorentina della Lega delle Cooperative. «Nei mesi successivi – sostengono ora dal sindacato che sta seguendo una ventina di lavoratori – molti di coloro che si erano pubblicamente opposti al presidente in quella occasione sono stati spostati. Qualcuno – dice Guidi – è passato dai punti di cottura Palma e Mimosa alla Stazione marittima, qualcun altro dalla Sosta all’ospedale, poi dalla Mimosa al Pascoli. Insomma, molti sono stati trasferiti in quelle realtà che oggi devono fare i conti con appalti scaduti o in scadenza. Un esempio sono le socie finite alla Stazione marittima». «Impugneremo i trasferimenti attraverso i nostri legali – fa sapere il sindacalista – anche perché in alcuni casi sono stati fatti senza una logica di bilancio e hanno portato a un caricamento di costi nei punti cottura». «In caso di perdita degli appalti – chiude – cercheremo di far sì che chi subentra si accolli il personale. Certo abbiamo difficoltà con i livelli lavorativi e quindi di retribuzione. E poi c’è il rischio di perdita delle quote sociali, che arrivano anche a 20mila euro». Rischio che ammette anche Francalacci: in sostanza chi passa alla nuova ditta di appalto perderebbe il diritto alla quota sociale. «Ma abbiamo fatto ogni spostamento nel pieno rispetto della normativa», controbatte il presidente. «In alcuni casi – rivendica – abbiamo ascoltato le richieste dei lavoratori, in altri abbiamo fatto trasferimenti tecnici per rafforzare e rendere più operativi i punti cottura e ristoro. Ritorsioni? È assolutamente falso. Se vogliono impugnare i trasferimenti lo facciano ma, ripeto, ci siamo sempre mossi nelle regole». Il sindacato ha chiesto un incontro: la discussione continuerà al tavolo del presidente.
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