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Il Tirreno Livorno - sabato - «Costruisco yacht, non case e in 10 anni l'ho dimostrato»

 

Poerio respinge al mittente l’accusa di puntare alla speculazione sul mattone «Abbiamo ordini fino al 2016, il fatturato è quadruplicato e c’è lavoro per mille»

«Rogo, non siamo incompatibili con le abitazioni»
 
IL SIGNOR AZIMUT SUL RING»SCONTRO CON IL CENTRODESTRA
 
Dalla sponda del centrodestra, per bocca di Amadio, dopo l'incendio nel capannone, sono state messe nero su bianco forti perplessità sul fatto che la presenza del cantiere Benetti sia compatibile con le case. «Se va a fuoco una casa, – sbotta Vincenzo Poerio, amministratore delegato di Azimut Benetti – forse si sfrattano tutti i palazzi attorno? Al contrario, proprio il modo con cui è scattato il sistema di emergenza è la riprova di quanta attenzione mettiamo nella sicurezza. Sono orgoglioso di come ha reagito il nostro team. L’incendio è stato quel che è stato solo perché si è inizialmente sviluppato in una zona in cui non poteva essere notato. Abbiamo le certificazioni secondo le norme internazionali: lavorare in sicurezza è un interesse aziendale perché è un fattore di qualità. E allora dico: vogliono dirci che dobbiamo metterci a fare palazzi? Non ci sto: noi costruiamo yacht».



di Mauro Zucchelli LIVORNO «Il mio mestiere non è fare palazzi: è fare barche, le barche più belle che ci siano. Voglio continuare a farle, e l’ho dimostrato: con quel che abbiamo fatto, con quel che abbiamo in programma». Vincenzo Poerio, numero uno di Azimut Benetti, va al contrattacco dopo che il centrodestra ha messo sulla graticola il suo cantiere. Un dirigente Pdl come Tamburini vi accusa: la presenza di Azimut Benetti è a termine, appena (fra poco) le coop "rosse" avranno concluso la costruzione degli immobili ve ne andrete per lasciar campo libero alla speculazione sul mattone. È un dubbio pesante: avete intenzione di lasciare lo stabilimento di Livorno? «Le rispondo anch’io con il punto interrogativo. Siamo una realtà produttiva che nel portafoglio ordini ha già adesso lavoro fino al 2016, abbiamo da costruire 14 barche oltre i 47 metri: le sembra possibile che abbiamo la valigia in mano? Trenta barche nell’arco di un decennio, mica una o due. Stiamo parlando di un marchio che ha 140 anni di storia, speriamo di camminare per altri 140. E chissà se questo darà un dispiacere al signor Tamburini». Guerra aperta fra voi due... «Guardi che lo conosco fin da quando era in servizio alla Capitaneria di Viareggio. Ho cercato di spiegargli le cose, mica di convertirlo: la pensi pure come gli pare, ma almeno si prenda il disturbo di documentarsi». Al di là delle parole e delle polemiche, ha qualcosa da mettere sul tavolo per dimostrare questa volontà di restare? «Non mi sembra che siano solo bla bla bla i trenta yacht di cui parlavo. Abbiamo iniziato nel 2003, in sei mesi abbiamo realizzato il primo capannone. Nel nostro cantiere entra ogni giorno un migliiaio di persone, e questo va avanti da dieci anni. Siamo partiti da un valore della produzione che agli inizi era sui 30 milioni di euro, adesso il fatturato viaggia attorno ai 130-140 milioni annui. Davvero qualcuno pensa che abbiamo messo in piedi tutto questo solo come paravento o scusa per una speculazione immobiliare? Sta di fatto che il mattone è un tassello del puzzle della Porta a Mare... «Ma non è altro che un passaggio: non è il nostro mestiere e infatti abbiamo ceduto la parte immobiliare a chi ha quel tipo di business. Il problema è che sono coop “rosse”? Per me potrebbero essere pure celesti, viola, a pois gialli...». Quali piani avete per la fabbrica livornese? «Costruiamo in media quattro yacht all’anno. Di 14 abbiamo già in cantiere la realizzazione. Adesso puntiamo a sviluppare anche la parte Lusben: cioè il “refitting”, il restauro, la trasformazione o risistemazione di barche già esistenti. Non solo nostre ma anche di altri produttori. Ne esistono 4.700 di taglia grande a giro per i mari del mondo, il 45% è nel Mediterraneo. Il nostro obiettivo? Lavorarne 15-20 all’anno. Potremmo balzare dai 7-8 milioni di fatturato annuo fino a quattro volte tanto. E questo porterebbe con sé anche una esigenza di rimettere a nuovo le aree: industriali sì, ma “vestite bene”. Noi siamo i Ferragamo del mare, la forza dello stile made in Italy è il segreto per dare prospettiva e lavoro alla nostra industria». Il futuro di una azienda si vede soprattutto dagli investimenti: cosa e dove? «Le strutture che abbiamo realizzato sono sotto gli occhi di tutti. Il futuro? Sta anche sulla frontiera del “refitting”, dicevo. Ma non solo lì: vogliamo dire la nostra anche negli yacht oltre i 70 metri, per farlo investiremo nella costruzione di un capannone di dimensioni adeguate. Diciamo così: extralarge». Da anni va avanti la schermaglia sull'uso dei bacini: di recente, se non sbaglio proprio dal vostro presidente, era stata avanzata una proposta per gestire una fase transitoria armonizzando le esigenze con i riparatori, che poi avrebbero trovato collocazione a Piombino. E' una idea che ha camminato o no? «Abbiamo già fatto qualche incontro, c’è un buon feeling. È possibile trovare una partnership con la Gestione bacini che raggruppa un pool di imprese di riparazioni navali. In prospettiva, sperando anche che la Concordia sia portata lì, Piombino potrebbe offrire spazi e soluzioni alle riparazioni. Intanto, credo sia possibile trovare un accordo fra le parti». Finora il porto turistico ha visto andare avanti la parte immobiliare ma non la parte relativa agli specchi acquei. A Marina di Pisa lo stanno per inaugurare, noi quando lo vedremo in concreto? «Se la parte immobiliare non è il nostro mestiere, il porto turistico ha invece un forte potenziale sinergico con le nostre attività industriali. Ma, al di là della nostra attenzione aziendale, mi domando perché la città non capisco che è lei ad avere molto in gioco in questa partita. Non faccio colpe a nessuno né getto la croce addosso, ma perché dobbiamo ancora aspettare un porto turistico che poteva esser pronto da tre anni? Le lungaggini sono infinite e quasi sembra un extra il fatto che si rispettino i tempi. Eppure una bella Porta a Mare con un bel quartiere Venezia potrebbe dare a Livorno attrattività, dunque turisti, dunque lavoro. Fra crociere e yacht potrebbe esserci un pezzo di futuro: solo che bisogna volerlo davvero».


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