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«Rovinati dalla discarica» Operai sul piede di guerra - il Tirreno Livorno

 


 
I lavoratori in cassa integrazione si appellano alla magistratura: decida in fretta Poi annunciano proteste: «Kutufà come Ponzio Pilato e la città non ci ha aiutati»
 
 
di Juna Goti wLIVORNO «Ci siamo sempre comportati in modo dignitoso, senza fare confusione. Ma ora non ce la facciamo più, la situazione è disperata». Annunciano proteste «pacifiche ma clamorose» i lavoratori della società Bellabarba, proprietaria della discarica sotto sequestro al Limoncino. La prima potrebbe scattare proprio oggi o domani, quando in consiglio comunale è prevista una discussione sulle condizioni dell’azienda livornese, in concordato preventivo da mesi. Gli operai ieri mattina si sono riuniti insieme ai sindacati nella sede di via dei Materassai. Sono rimasti in trenta: da ottobre sono tutti in cassa integrazione straordinaria, a 800 euro al mese. Devono ancora riscuotere gli stipendi da giugno a settembre. «Nel maggio del 2012 – racconta Alfonso Baldazzi – tra lavori avviati e da avviare, l’azienda aveva un portafoglio ordini di 12 milioni di euro. Oggi non c’è rimasto più niente, tranne gli interventi nel Borgo di Magrignano». Dove, però, le ruspe si sono fermate in attesa di riscuotere dalle cooperative quasi un milione di euro. A luglio l’impresa - in crisi di liquidità e impossibilitata ad acquistare i materiali e a pagare i dipendenti – ha rinunciato ad appalti milionari: dall’aeroporto di Pisa agli scavi di Scapigliato, passando per la cassa di espansione del Nuovo Centro e dalle urbanizzazioni di via delle Carmelitane. Col concordato preventivo, anche ci fossero le condizioni, sarebbe impossibile partecipare a nuovi bandi. «La nostra situazione – riprende Baldazzi circondato dai colleghi – sta mettendo in difficoltà anche una trentina di fornitori, per un indotto che conta almeno 80 addetti. Siamo soli, ci sentiamo abbandonati. Quello che ci fa più rabbia è che siamo in questa situazione non per colpa nostra». Il «nocciolo del problema», sottolineano a turno i dipendenti, «è la discarica: i soldi (6 milioni di euro) sono tutti impegnati su quella collina e chi anche volesse acquistare un ramo d’azienda, vuole prima capire cosa ne sarà dell’impianto, che ormai è sotto sequestro da un anno e mezzo». E per metà non più nelle mani degli imprenditori livornesi, ma di un fondo fiduciario. Da qui l’appello alla magistratura. «I lavoratori – interviene Fabio Verdiani (Uil) – due settimane fa hanno incontrato il sindaco chiedendogli di interloquire col procuratore perché la giustizia faccia presto. Non vogliamo certo dire ai magistrati come lavorare, non è compito nostro, ma su una questione che riguarda il lavoro di tante famiglie si decida in tempi brevi. La sensazione è che la situazione sia così delicata, anche tecnicamente, che tutti continuano a rimandare. Ma così l’azienda è condannata a una morte lenta». «Ci dicano se sarà riaperta oppure no – sbotta Massimo Maltinti, dipendente di Bellabarba da trent’anni – così prenderemo le nostre decisioni». Il clima, tra i lavoratori, è tesissimo. Torna la rabbia per i mesi che hanno preceduto il sequestro. «Stiamo parlando di un impianto per rifiuti inorganici e non pericolosi – si arrabbia Matteo Giardi – che doveva servire a ridurre i costi di smaltimento per le aziende del territorio. Invece anche la città ci ha fatto la guerra». «C’è chi continua a dire che quello dell’occupazione è un falso problema, che nell’impianto lavorerebbero solo cinque persone: è vero, ma è chiaro che risolverebbe i problemi di fatturato e liquidità. Attualmente non ci sono nemmeno i soldi per fare gasolio ai mezzi». La rabbia nei confronti della politica e delle istituzioni cresce: «La Provincia ha dato tutte le autorizzazioni necessarie, poi il presidente Kutufà ha fatto come Ponzio Pilato: se ne è lavato le mani».


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