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Il Tirreno Livorno - sabato - I big indonesiani sbarcano a Livorno e puntano sul porto

 

Il plenipotenziario a tu per tu col presidente dell’Authority In precedenza era arrivato uno degli industriali più ricchi
 
COSA CAMBIA SULLE BANCHINE»INVESTITORI DALL’ESTERO
 
Palazzo Rosciano, la diplomazia fra Maghreb e Asia
 
Strette di mano, scambio dei crest e qualche pranzo di rap- presentanza. In realtà, la “diplomazia” dell’Authority è qualcosa di più di un ufficio pubbliche relazioni. L’incontro con l’ambasciatore indonesiano rientra in uno dei filoni classici della geopolitica di Palazzo Rosciano. Sul fron- te dell’Estremo Oriente, dopo il tentativo con Ningbo, mega- porto cinese da 15 milioni di teu, ecco che l’attenzione si è spostata sulle economie asiatiche emergenti: nel 2002 l’alleanza con i porti del Viet- nam, nel settembre di tre anni fa l’intesa con la delegazione thailandese, nell’aprile suc- cessivo quella con l’ambascia- tore della Corea del Sud. Ma è la sponda sud del Medi- terraneo l’oggetto oscuro del desiderio: fin da quando nel 2002 dal Quirinale Ciampi invitò Marcucci al con- clave dell’imprenditoria ita- liana col re del Marocco, poi la missione con l’Ice a Tunisi, poi con Gallanti era tornato – in tandem col polo universitario di Villa Letizia e l’assessore Colombini - a seguire il Magh- reb. Anche con qualche grana: come quando l’ambasciatore algerino disertò la cena di gala all’Hotel Palazzo. In effetti, Livorno è il primo porto italiano delle “autostrade del mare” ed è la tipologia di traf- fico marittimo più prometten- te per il Nord Africa. (m.z.)
di Mauro Zucchelli wLIVORNO Non è il primo ambasciatore che sale le scale di Palazzo Rosciano ma, quasi all'indomani del semaforo verde dato dal comitato portuale al colosso indonesiano Musim Mas per l'affitto trentennale dell'area ex Seal in Darsena Toscana (con accosto preferenziale), acquisisce un rilievo particolare il fatto che nella sede dell'Autorità Portuale, a tu per tu con il presidente Giuliano Gallanti, sia arrivato il plenipotenziario diplomatico che rappresenta nel nostro Paese la Repubblica di Indonesia: una delle prime missioni ufficiali per l'ambasciatore August Parengkuan, che solo 40 giorni fa è stato ricevuto dal presidente Napolitano per la presentazione delle lettere credenziali al suo arrivo in Italia. Niente riscontri ufficiali ma, prima di lui, a Palazzo Rosciano sarebbe stato visto anche Bachtiar Karim, il magnate indonesiano che figura alla testa anche del consiglio d’amministrazione della controllata Masol, la società dell’intesa con l’Authority. Un tipo di 52 anni del quale si racconta che non circolano foto: patrimonio personale che, secondo il Jakarta Globe, supera il mezzo miliardo di dollari; ricavi del gruppo a quota 650 milioni di dollari annui. Il linguaggio ufficiale in questi casi parla di «visita di cortesia» ma salta agli occhi che, già nella nota ufficiale firmata dall'Authority, si parla di «importante segnale di attenzione da parte di una delle più floride economie del mondo». È uno dei Paesi che, alle spalle delle nuove “locomoti- ve” mondiali (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) – anzi, in realtà correndo ancor più veloce di essi – sta crescendo a ritmi impressionanti: mentre il Pil dell'Italia ha un pesante segno “meno” e quello dell'Europa non va molto meglio, in Indonesia il prodotto interno lordo è aumentato del 6% negli ultimi dodici mesi ed è quintuplicato nei dieci anni precedenti. E non è solo questione di milioni di dollari e percentuali econometriche: in Indonesia sono triplicati gli utenti internet in due anni, la percentuale di spesa pubblica per l’istruzione è il doppio di quella italiana e i traffici di merci in container in Indonesia sono raddoppiati in 4 anni (mentre qui da noi sono rimasti fermi). Da non dimenticare però che l’olio di palma, un prodotto di base utilizzato tanto nell’industria alimentare quanto in farmaci, saponi e biocarburanti, è finito nel mirino delle polemiche: da un lato, gli ecologisti gli imputano un effetto deforestazione; dall’altro, le autorità francesi hanno messo una sovrattassa record per disincentivarne l’uso (la cosiddetta “tassa sulla nutella”). Da Palazzo Rosciano riferiscono che il diplomatico asiatico – ex senior editor del quotidiano Kompas, uno dei giornalisti più in vista del suo Paese – ha messo in rilievo il «reciproco interesse a sviluppare un rapporto che vada al di là delle convenienze congiunturali». A partire dal «vivo apprezzamento» che l'ambasciatore ha manifestato per «l'alto grado di sicurezza dello scalo labronico». Nel colloquio con Gallanti, secondo quanto riportato, Paregkuan ha sottolineato «il buon livello di efficienza che avete saputo raggiungere nella sicurezza, ci hanno detto che in questo campo siete tra i migliori». In pista la nascita di una collaborazione: così come sembra si stia per fare con i distretti marchigiani nel calzaturiero, gli indonesiani vorrebbero formare a Livorno la nuova leva di tecnici portuali («sulla port security avete molto da insegnarci»). Un segnale destinato al polo universitario di logistica a Villa Letizia? Gallanti guarda anche un po' più in là: con Parengkuan ha discusso anche delle prospettive di una più stretta relazione fra il nostro porto e il Sud Est asiatico («Livorno può diventare nel Mediterraneo il ponte, non solo commerciale, tra Italia e Asia»). Anche perché l'Italia è «il terzo esportatore europeo dell'Indonesia, dopo Francia e Germania» mentre l'Indonesia «è, assieme alla Cina, l'unico Paese del G-20 a non aver conosciuto la recessione innescata nel 2008 dalla crisi dei mutui subprime».


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