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Il Tirreno - Caccia grossa alle aree in porto In vendita un pezzo di Paduletta

 

di Mauro Zucchelli LIVORNO Restano inchiodati nellle grandi vallate dei sogni la Darsena Europa e il terminal da un milione di contenitori. Ancora di là da venire l'utilizzo reale della “vasca 2” che ci sarà (non ci si possono sversare i fanghi dei dragaggi) così come della “vasca 1” che c'è già (diventerà un maxi-piazzale ma il consolidamento delle melme è ben lontano). Eppure, anche se le gru le vediamo spesso ferme, sbaglia di grosso chi crede che siano bloccate le grandi manovre sulle aree nel cuore del porto. Come se la crisi avesse fatto finire tutto nel freezer. Fra il Canale e il West Il risiko, inutile dirlo, si gioca a ridosso della Darsena Toscana. Meglio: nello spicchio che va dalla “radice” della Sponda Est fino al Canale industriale. Il tassello-chiave del puzzle è lì dentro: è l’area di Paduletta. In quella striscia di terreni che corre a lato della strada che da Calambrone-Tirrenia viene verso Livorno (e facilmente riconoscibile per i capannoni con la tettoia azzurra e il vecchio logo primi anni Ottanta dell’allora “Compagnia lavoratori portuali”). Dall’altra parte la delimita la strada d’accesso al varco Galvani. È di proprietà del Comune che poi l’ha messa in mano alla Spil ed è in affitto da lungo tempo ai portuali di piazza San Giovanni. Il sindaco Cosimi ha sempre ripetuto di «non aver nessuna intenzione di venderla», semmai invece «di giocarsela non per fare cassa bensì per influenzare il piano regolatore portuale»: l’ha detto nella conferenza del Natale 2011 e l’ha ribadito in consiglio comunale nel giugno scorso. Un doppio messaggio a appetiti e pressioni che evidentemente doveva aver sentito particolarmente incalzanti. Lo dice anche adesso che c’è sul tavolo un (doppio) preliminare di vendita: che riguarda proprio Paduletta. Contr’ordine, compagni? «Solo un pezzetto» «In realtà, – prova ad argomentare il sindaco – abbiamo venduto soltanto una fetta di quell’area che continuo a ritenere strategica: non più del 20%». Si tratta di 19.440 dei 108mila metri quadri in pugno al Comune tramite Spil: cioè un po’ meno di un metro quadro su cinque. Nella fascia più vicina al canale (ex Navicelli) che collega la Darsena Toscana allo Scolmatore: accanto agli spazi ex Seal, che sono già nella cassaforte dell’Authority. La vendita è in tandem con quella fatta dalla Compagnia portuale perché quest’ultima è proprietaria di una striscia di 8.867 metri quadri: grossomodo là dov’erano i binari, s’intreccia nella mappa catastale con la proprietà municipale. Nell’uno come nell’altro caso l’acquirente è l’Authority. Detto per inciso, la Compagnia tiene in pugno anche altri 22mila metri quadri, sulla stessa Sponda Est ma accanto all’area Ferrovie. E frattanto il sindaco precisa: «Il “cuore” di Paduletta ce lo teniamo. Vendiamo solo lo strettissimo necessario». Ma necessario a chi? Qui si cambia pagina. C’entrano sì le aree, però non stiamo parlando di operazioni puramente immobiliari quanto invece dell’altra “grande manovra” che interessa le nostre banchine: è l’allargamento del porto crociere all’Alto Fondale. Dov’è rinchiuso adesso scoppia: solo una nave da crociera su 5 trova accosto nel porto passeggeri vero e proprio, l’Alto Fondale – finora solo in prestito – ne accoglie da solo tante quante tutte le banchine destinate formalmente finora ai turisti. Al tempo stesso, il fronte filo-cargo controbatte: ma davvero l’allargamento dev’essere così enorme da farne uno dei primi porti crociere al mondo per dimensione? O trasloca il Tco o salta tutto Fin qui il fuoco della polemica è divampato sull’Alto Fondale, ma prima di arrivare lì il primo passo dell’espansione sbatte il naso contro il terminal rinfuse del Tco, che ad esempio lavora sabbie e materie prime per l’industria emiliana della ceramica. Tradotto: prima ancora di battibeccare sull’Alto Fondale, anche il minimo miglioramento del porto crociere passa attraverso lo spostamento del Terminal Calata Orlando. Dove? Fin dall’inizio si è guardato all’area alla “base” della Darsena Toscana. Ecco perché saltano tutti sulla seggiola quando, sotto il solleone d’agosto, l’Authority pubblica l’avviso di manifestazione d’interesse del gruppo indonesiano Musim Mas (biodiesel e olio di palma) e della cordata livornese-spezzina Tpcl-Base (carpenteria e logistica industriale). All’albo di Palazzo Rosciano, sede dell’istituzione portuale, sono indicate una per una le particelle catastali: proprio quelle sulle quali si era fissato lo sguardo per trasferirvi il Tco. La “gatta” di Gallanti A questo punto, è il presidente dell’Authority, Giuliano Gallanti, ad avere una bella gatta da pelare: o rispedisce a casa due dei (pochi) investitori che si fanno avanti o fa saltare il trasloco-chiave che rende attuabile il Prg portuale. «Bisogna tenere insieme l’uno e l’altro, e noi abbiamo fatto la nostra parte mettendo a disposizione un pezzetto di Paduletta», dice Cosimi. Comunque sia, prima di tutto viene il trasferimento del Tco: ma come si fa a non dare al mondo il messaggio che Livorno respinge gli investitori? C’è una sola ricetta: cercando altri spazi in più. Gli occhi di Gallanti si sono voltati verso altri due tasselli del mosaico: l’uno sono i terreni all’interno dei cancelli di Styron (ex Dow Chemicals, ora passata a Bain Capital di Mitt Romney) che la fabbrica livornese della multinazionale non utilizza; l’altro è la Novaol, la fabbrica di biodiesel della multinazionale francese Sofiproteol. Resta da capire se l’Authority punti ad entrare nella compravendita per acquisire le aree (e girarle in affitto) o se invece la cosa possa risolversi semplicemente aiutando le due parti private a mettersi a un tavolo per definire fra loro l’intesa. I vincoli alla spesa C’è da mettere nel conto anche i vincoli che le nuove normative sulla spesa pubblica hanno messo ai cordoni della borsa. E per adesso: 1) c’è un preliminare, non una compravendita conclusa; 2) il Comune ha posto la condizione che la cessione sia finalizzata a questo progetto. È vero che la Novaol è al di là della strada ma ha già condutture e autorizzazioni, dunque non è escluso che parta da lì l’investimento indonesiano (ancora in trattativa ma non sfumato). Peraltro, la holding guidata da Karim Bachtiar preannuncia un intervento in due tappe: prima il biodiesel e poi la raffineria di olio di palma. L’olio di palma non è una merce così fuori dal comune in quel quadrante del porto. Basti dire che, nel precedente round, due terzi delle aree ex Carbochimica sono stati comprati da Toscopetrol (50% Neri e 50% D’Alesio) per ampliare la capacità dei propri depositi che ricevono olio di palma e di colza. Il resto dell’ex fabbrica di pece lo prese l’Enital (Federpetroli): immaginando di farne una centrale a biomasse, così come i portuali dall’altra parte del Canale. Ma questa è un’altra storia.


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