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La Nazione Piombino - «Salviamo la fabbrica e l'Italia»

 

PIOMBINO CRISI LUCCHINI: UNA LETTERA-APPELLO DEI COORDINATORI RSU
L’appello dei sindacati alle istituzioni


— PIOMBINO —
«DATECI una mano a continuare e salvare un territorio ma anche un prodotto strategico della Toscana e dell’Italia». Con questo accorato appello termina la lunga lettera che i coordinatori Rsu Lucchini di Fim, Fiom e Uilm Sergio Cardellini, Mirko Lami e Lorenzo Fusco hanno inviato al prefetto di Livorno Tiziana Costantino, al presidente della Regione Toscana Enrico Rossi e al ministro dello sviluppo economico Corrado Passera. Prima hanno ripercorso la storia, il legame che questo territorio ha con il ferro, partendo dagli Etruschi. Poi hanno ricordato le vicende più recenti:«Dal 1965 al 1988 le sorti dello stabilimento passano sotto le fortune di svariate società: dall’Acciaierie di Piombino SpA (con Fiat e Finsider quali maggiori azionisti), alla Deltasider SpA per poi scindersi in Nuova Deltasider ed infine Ilva SpA. Nel febbraio del 1981 lo stabilimento arriva a contare 7823 dipendenti, punta massima nella sua storia. I dipendenti non chiamano lo stabilimento per nome, ma semplicemente la “fabbrica”, perché, pur non essendo l’unica, rimane sempre il simbolo della città. Quattro anni dopo arriva la prima cassa integrazione, e nel ‘90 insieme a durissime lotte sindacali, vengono proclamati 13 giorni di sciopero.
NELL’ULTIMO quinquennio degli anni Ottanta il numero dei lavoratori scende fino a 4000. Nel 1992 lo stabilimento viene scorporato dall’Ilva dopo una lunga lotta sindacale durata trentotto giorni, e conferito alla nuova SpA “Acciaierie e Ferriere di Piombino”. Tre anni dopo, l’industria passa completamente sotto la gestione privata del Gruppo Lucchini. Poi nel 2004 è arrivata la Severstal.
Adesso siamo in mano ad un gruppo di banche». Le Rsu sottolineano poi il rischio che si corre a fermare ancora l’altoforno dopo lo stop di agosto, quando «la nostra preoccupazione ha avuto un riscontro tale che l’azienda, dopo tre settimane ha deciso di ripartire con la produzione, perché la temperatura era scesa ai minimi consentiti. Ad oggi si parla ancora di fermare questo impianto per circa quaranta giorni.
COME si può pensare di fermare questo impianto, rischiando poi di non farlo ripartire, per andare verso altri progetti a noi non favorevoli ma addirittura penalizzanti per il comprensorio? Per Piombino ed il suo comprensorio, questa fabbrica è una risorsa che dà dignità e lavoro a 2100 dipendenti diretti e circa 800/900 che vi lavorano nelle imprese, ma dà dignità e lavoro anche all’indotto che non è semplice quantificare. Noi vogliamo continuare a produrre e lavorare acciaio e lo si potrebbe fare se la proposta avanzata al Ministero di provare a fare sinergia con gli stabilimenti di Taranto e Trieste, fosse percorribile pur sapendo che la siderurgia a ciclo integrale nel Paese rischia di essere cancellata. Fino ad oggi siamo riusciti a gestire questa difficile fase, sfociata in una grande manifestazione che ha visto 10000 persone, provenienti da tutto il comprensorio e dalle provincie vicine, prendere parte ad un corteo civile, come sempre è accaduto a Piombino, ma senza risposte, senza un futuro, non è possibile continuare a gestire nella calma senza che la disperazione prenda il sopravvento».


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