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La Nazione Livorno - L'invito ad andarsene

 

QUANDO si parla di problemi per lo sviluppo economico dell’area livornese viene subito alla mente il Sin (Sito di interesse nazionale), l’area industriale e portuale prigioniera di una campana di vetro burocratica che rende onerosissimo in termini di tempi, costi e procedure, ogni minimo investimento e persino un recupero delle aree dismesse. A questo proposito esprimiamo plauso agli enti locali e alla Regione che stanno cercando di trasformare il Sin (interesse nazionale) in Sir (interesse regionale), operazione dopo la quale sarebbe possibile agire con molta più efficacia e rapidità. C’è però un altro grande problema che da anni attacca un’altra palla al piede delle aziende che operano o vorrebbero operare a Livorno. Si tratta dell’acqua industriale, cioè dell’acqua non potabile utilizzata per attività e lavorazioni L’acqua industriale è ancor oggi prelevata da un emissario del fiume Bientina attraverso un’opera di presa realizzata addirittura dagli americani alla fine della guerra. Come si può immaginare, da allora il miracolo economico italiano ha comportato un progressivo peggioramento della qualità con il risultato che le aziende che hanno bisogno di acqua, magari non potabile ma almeno guardabile, devono ripiegare su quella potabile destinata agli usi civili, con buona pace dell’uso ambientalmente sostenibile delle risorse idriche. La soluzione esiste e sarebbe il revamping del depuratore del Rivellino. Che, modificato rispetto ad oggi, potrebbe produrre acqua industriale di qualità in abbondanza. Mi sono occupato della cosa nel mio breve periodo amministrativo ma da allora non sembrano esserci stati sviluppi, a parte le ripetute dichiarazioni d’intenti da parte della politica riguardo una volontà di delocalizzazione dell’impianto destinata, è bene  dirlo, a restare lettera morta. Il revamping in se è già costoso (circa 15 milioni) e  le risorse per attuarlo (a parte un contributo pubblico di 5 milioni che era già assegnato nel Piano d’Ambito) vanno trovate sul mercato con i proventi della vendita dell’acqua, figuriamoci quindi per uno spostamento che costerebbe almeno il doppio.
Ma il problema non è solo questo. In città la rete di distribuzione dell’acqua, sia potabile che industriale, è come noto di Liri (e gestita da Asa), ma dentro l’ambito portuale la rete è stata data in concessione esclusiva ad una diversa società. Il risultato è che nei diversi passaggi il prezzo sale. Anzi, e qui possiamo parlare di miracolo, se in quel di Palestina si limitavano a trasformare l’acqua in vino, noi riusciamo a farla diventare direttamente oro. Ad esempio, nella nostra area portuale l’acqua potabile costa quasi cinque volte il costo che si registra a Marghera. Se questo non è un altro invito ad andarsene per le aziende che abbiamo, poco ci manca.
Cristiano Toncelli


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