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Il Tirreno Piombino - Lucchini, timori per l'area a caldo

 

Il sindacato difende il ciclo integrale, mentre il vicepresidente del Cda Simeone accusa le istituzioni di scarso interesse
 
SIDERURGIA »NUBI SUL FUTURO
 
di Giorgio Pasquinucci PIOMBINO «La situazione in fabbrica, nonostante la nomina del nuovo Cda, purtroppo non è migliorata, anzi sta progressivamente peggiorando». Il giudizio è netto e viene dal consiglio di fabbrica della Lucchini che si è riunito ieri mattina, dopo un breve incontro che i tre segretari di Fiom, Fim e Uilm hanno avuto con la direzione. Troppe, a giudizio dei delegati, le notizie non concrete che girano in fabbrica sugli eventuali compratori. Ma a confondere ancora di più le acque c'è anche una dichiarazione resa a “Repubblica” dal vicepresidente del Cda Carlo Simeone. Il manager, entrato nel giugno scorso su indicazione delle banche, è sceso a spada tratta in difesa della Lucchini che «ha dimostrato in un passato non molto lontano di essere in grado di produrre profitti (dal 2004 al 2008) e ciò dimostra che può continuare al farlo anche in futuro. Per farlo – sostiene Simeone – c'è bisogno che ci credano tutti, soprattutto coloro che hanno maggiori responsabilità nel Paese, sia sul piano nazionale, sia su quello locale». Una reazione, a quanto sembra di capire, al mancato inserimento di Piombino e Servola nel “decreto Taranto”, di fronte al quale, secondo il vicepresidente, non ci sarebbero state sufficienti proteste. Simeone difende dunque la Lucchini, secondo gruppo siderurgico nazionale ricordando anche che «produce le migliori rotaie ferroviarie al mondo» e che «detiene il 12% delle mercato europeo, contro la Fiat che ha solo il 6,5% nel suo». Un'accusa, dunque, allo scarso interesse delle istituzioni nei confronti della vicenda Lucchini al quale ha subito reagito il sindaco Gianni Anselmi: «E' da lui è dal Cda che aspettiamo risposte, oltre che dal governo». Ma le dichiarazioni del vicepresidente Simeone in difesa del ciclo integrale di Piombino suonano come una campanello d’allarme anche per i sindacati. «Se fa questa dichiarazione è forse perché nel Cda c'è qualcuno che pensa il contrario?». Questa la domanda che anche ieri mattina circolava nel consiglio fabbrica. Tanta è l'incertezza che il gruppo dirigente Lucchini voglia davvero perseguire questa strada che ancora una volta i sindacati ribadiscono che «è necessario difendere il ciclo integrale e l'integrità dello stabilimento, unica garanzia per mantenere l'occupazione e l'economia del territorio onde evitare drammi sociali». Al di là delle note ufficiali, sembra dunque farsi strada la preoccupazione che la soluzione finale per la Lucchini possa essere quella della chiusura dell'area a caldo, con tutto quello che ne conseguirebbe. Preoccupazione avallata dal fatto che alle porte della Lucchini si sono affacciati diversi possibili acquirenti, indiani, brasiliani e infine anche gli svizzeri, ma nessuno di questi a finora dimostrato la concreta volontà di stringere. A questo si aggiungono le perplessità che gli stessi dirigenti hanno espresso ieri mattina ai sindacati sull'andamento del mercato e dei prezzi. Una situazione che sta costringendo ancora la fabbrica a produrre con gravi perdite. Intanto i delegati parlano di «clima teso nei reparti e di una riorganizzazione del lavoro che rischia di mettere in discussione la stessa sicurezza». L'azienda sta infatti cercando di ridurre i costi e per questo intende mettere in discussione i coefficienti finora agganciati alla turnistica. In concreto se per una mansione erano previste cinque persone in organico, l'intenzione è quella di ridurre, in presenza di mansioni simili, di almeno un'unità su 10 il personale.


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