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Il Tirreno - domenica - «Smettiamola di produrre roba vecchia»

 

L’economista Lombardi: chi non ha investito negli ultimi cinque anni è destinato a chiudere
 
FIRENZE Ci sono i consapevoli, gli adattativi, i passivi. Mauro Lombardi, docente di economia dell’innovazione all’Università di Firenze, suddivide gli imprenditori toscani in 3 categorie e li colloca in uno scenario, la terza rivoluzione industriale, dove solo i primi hanno un futuro. Dopo anni di durissima selezione, la Toscana rischia di deindustrializzarsi? «Dipende dall’atteggiamento degli imprenditori e delle istituzioni. Il manifatturiero del futuro sarà totalmente diverso da quello attuale, sopravviveranno solo le aziende che producono beni con intelligenza incorporata e solo gli imprenditori consapevoli hanno accettato la sfida, hanno investito e hanno cercato di reinventare se stessi e le proprie produzioni». E quanti sono i «consapevoli» in Toscana? «Pochi, purtroppo. Le eccezioni non mancano, ma rischiano di essere gocce nel deserto. L’atteggiamento prevalente è quello dei conservativi o dei passivi. I passivi tirano avanti fino a che non sono costretti a chiudere. Gli adattativi cercano di trovare una nicchia di mercato che consenta alla loro azienda di sopravvivere in attesa della fine della crisi. La strategia adattativa non tiene però conto del fatto che il mercato non sarà più quello di prima e temo che molti adattativi finiranno per trasformarsi in passivi, continuando a produrre beni che non interessano al mercato». Trasformare la produzione siderurgica del polo di Piombino non è semplice. «Anni fa, alcune analisi di mercato hanno mostrato che la Germania difficilmente poteva competere con i produttori asiatici e sudamericani e si è orientata sugli acciai speciali. La riconversione delle miniere della Ruhr è un altro esempio. Piombino non ha chance se non si riconverte. Così come a Prato era evidente che sarebbero scomparse tutte le aziende che non erano in grado di sviluppare nuovi materiali. Dobbiamo convincerci che la creatività nel design, in cui siamo bravissimi, non basta più». Cosa sono i beni a intelligenza incorporata? «Sono i tessuti che rilevano dati corporei e ambientali, le navi che producono parte dell’energia che consumano, sono i materiali innovativi, per rimanere a un nostro settore, che consentono ai camper di essere più leggeri e quindi di consumare molto meno, di produrre energia, di essere dotati di oggetti multifunzionali». Quanto tempo ha la manifattura toscana per innovarsi? «Difficile dirlo, dipende dalla durata della crisi che è un fattore negativo di accelerazione. Una ripartenza è possibile, anche se, a parte poche eccezioni, abbiamo accumulato un gap. L’importante è essere consapevoli che occorre riprogettare le produzioni innovando, avvalendosi di competenze esterne e ricombinando vecchie e nuove competenze. In un’azienda innovativa possono avere grande spazio anche lavorazioni manuali dei maestri artigiani». Ma le piccole aziende come possono mettere in piedi costosi centri di ricerca? «Qui sta l’errore. La ricerca è diventata democratica, la si trova in rete. Anche una piccola impresa può avvalersi dell’apporto di centri internazionali. Perfino la Procter & Gamble, una delle multinazionali più innovative, se non sa come risolvere un problema pone il quesito in rete e lancia la sfida». Quante aziende toscane supereranno la sfida? «Un’azienda che non investe per più di 5 anni è destinata a chiudere. Abbiamo analizzato alcuni anni fa le 21 medie aziende di Scandicci e abbiamo previsto la chiusura di 5 di queste. Per quattro è già successo». Carlo Bartoli


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