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Il Tirreno Livorno - sabato - «Indonesiani ok, ma a patto che resti il terminal che serve alle fabbriche»

 

Alberto Ricci: anche per il porto crociere è indispensabile il trasloco del Tco. Bellabarba, che autogol se si vuole davvero che arrivino investitori. Azimut senza bacini? Rischieremmo di farlo andare via  
 
di Mauro Zucchelli LIVORNO «Il marketing territoriale? Glielo raccomando: grandi convegni e magnifiche parole. Ma gli investitori se ne infischiano delle nostre bellissime intenzioni e guardano a qualcos’altro: ad esempio, al fatto che un impianto non possa entrare in funzione dopo che ha ottenuto dalle autorità pubbliche tutte le autorizzazioni e ha concluso l’iter». Per Alberto Ricci (nella foto), presidente della Confindustria provinciale (e numero uno degli industriali toscani delle costruzioni), ogni riferimento al caso Bellabarba non è affatto casuale. Forse sta dimenticando che c’è un altolà della magistratura... «Una amministrazione non può permettersi una posizione agnostica, senza difendere le scelte dei propri funzionari»: altrimenti non può esserci altro risultato che la paralisi degli ingranaggi, visto che nessuno firma più niente». Voi costruttori state sempre a lamentarvi che vi mancano aree da edificare... «Le dico, al contrario, che sono d’accordo con la politica che evita il consumo di territorio. D’accordo con la strategia di rigenerazione urbana: ma la Regione deve renderla conveniente, altrimenti si fanno piani che non stanno in piedi sul fronte della sostenibilità economica. Ed è un assurdo, visto che dal 2008 al 2012 abbiamo queste cifre: meno 20% di imprese, meno 30% sia di operai che di ore lavorate. Abbiamo perso 1.052 posti di lavoro: come se fossero sparite la Solvay e l’ex Stanic insieme». Fra i progetti in attesa di una “firma”, cioè dell’ok, c’è anche il progetto degli indonesiani in porto. Lei da che parte sta? «Dico due cose: 1) sono favorevole a ogni insediamento industriale stabile; 2) smettiamola con gli atteggiamenti da tifosi. Ma soprattutto: 3) quel che arriva di nuovo non deve mettere a repentaglio quel che c’è». Tradotto: lei sta dalla parte del Tco... «Sul Tco non si può scherzare. E non solo perché se salta il trasferimento c’è il fondato rischio che salti l’espansione del porto crociere. Il Tco è indispensabile anche per rifornire di materie prime tante industrie livornesi che, a cascata, si ritroverebbero nei guai». Eppure il presidente dell’ Authority invece... «Sia chiaro, il percorso di Gallanti sulla zonizzazione lo condivido in pieno, anzi vorrei sollecitarlo perché il cammino abbia tempi certi per arrivare al varo definitivo. Segnalando tre priorità: sulla Porta a Mare, sul porto passeggeri, sulle “autostrade del mare”. E cominciando a guardare “den- tro” le concessioni e verificare chi rispetta le regole e chi no, chi le sottoutilizza e chi no». Capitolo Porta a Mare, ogni volta si torna daccapo: riparazioni vs. yacht. «Bisogna consolidare lo sviluppo e una mancata assegnazione dei bacini a Azimut Benetti credo proprio che rischi di metterne in discussione la permanenza a Livorno: possiamo permettercelo? Non sarebbe mica la prima volta che una industria fa la valigia: vedi Delphi, Eaton, Aeroquip, Brovedani...». Voi chiedete, ma dovrete fare pure la vostra parte: come? «Chi fa impresa critica semmai per costruire una prospettiva. Non è un attacco ma una proposta per lavorare meglio: anche perché nei 31 giorni di luglio si è avuta tanta di quella cassa integrazione, più della metà che in tutti i sei mesi precedenti». Sì, dica da cosa partire. «Dalla coesione territoriale: non la solita pantomima del chiacchierificio, ma gruppi di lavoro con “obbligo di risultato”, e a guida variabile». Cioè? «Organizzazioni imprenditoriali e sindacati più le istituzioni interessate: sul porto il volante lo terrà l’Authority, sull’urbanistica devono esserci i Comuni ma la guida sarà della Regione per arrivare a una adeguata normativa urbanistica, sulla siderurgia è chiaro che tutti i livelli istituzionali devono far capo al governo nazionale perché non è su scala locale che si prendono le decisioni». Comunque l’orizzonte resta nero pece... «Non è del tutto vero. Benetti tira, ma anche Argol nella logistica punta a crescere. E se qui sono insediate 29 multinazionali è segno che non siamo a zero. Solo che bisogna una buona volta prendere l’iniziativa e smetterla di farsi trascinare giù dal rincorrere le emergenze».


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