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Il Tirreno Livorno - Il porto perde mercato nella guerra dei container

 

Nei primi 7 mesi c’è stato un calo choc del 17%: solo Taranto peggio di noi Nel resto degli scali italiani si riduce la flessione, a Livorno raddoppia
 
di Mauro Zucchelli LIVORNO C'è una sottile perfidia della storia nel fatto che a mettere in chiaro il netto declino del porto di Livorno sia la "fotografia" statistica scattata dall'ufficio studi di Contship, braccio operativo italiano del colosso amburghese Eurokai, che per primo aveva proprio su Livorno puntato con il patto che per quasi nove anni ha gestito a metà con i portuali della Compagnia il terminal Tdt in Darsena Toscana, uno dei primi 25 nel Mediterraneo. Eppure i numeri hanno la testa dura, ed è difficile stavolta dire che nei primi sette mesi dell'anno questa battuta d'arresto sia qualcosa di circoscrivibile, eccezionale, episodico: insomma, un malanno di stagione. No, un calo di oltre 17 punti percentuali è semplicemente una batosta. E' vero che di dati ufficiali fino a luglio compreso, finora non ce ne sono. Ma si sa che anche all’Authority risulta che nel primo semestre la flessione nei contenitori era di 15 punti percentuali. Praticamente il doppio di quanto era stato registrato nel corso del primo trimestre, che già sembrava una apocalisse (e aveva spinto alla riscrittura del piano industriale per salvare la Compagnia portuale). Cosa dicono i dati pubblicati dal quotidiano confindustriale “Sole 24 Ore”? Il calo del 17,4% a Livorno è terribile ma anche La Spezia non se la passa bene (meno 6%), così come Venezia e e Ravenna deveono fare i conti con cali superiori ai cinque punti, Savona cede addirittura quasi la metà (meno 45,4%) dei traffici containerizzati e Taranto sconta gli intoppi del rapporto con Evergreen (meno 62%) e Gioia Tauro resuscita un po’ sì, ma dopo esser sprofondato di 15 punti fra gennaio e marzo. È un segno “meno” davvero pesante quello totalizzato dalle banchine labroniche in questa prima parte dell’anno: ma finora ci si era potuti nascondere dietro il fatto che i risultati non brillanti di Livorno annegavano nel mare magnum dei guai di una portualità italiana ormai alle corde, dopo il boom in anni lontani sulla scia degli effetti della riforma della metà degli anni novanta. Il guaio vero è la perdita di quote di mercato: solo Taranto se la cava peggio di noi. Nessun altro fra i principali porti italiani perde una fetta di mercato così rilevante come noi: in dodici mesi Livorno lascia sul terreno un punto percentuale (e passa dal 6,8% al 5,8% del totale dei traffici di merci containerizzate movimentate negli scali del Bel Paese fino a luglio). La “torta” dei traffici si restringe del 2,1% a livello nazionale: è un dato negativo ma pur sempre migliore rispetto al trimestre invernale, che era quattro volte più pesante. Livorno si è mossa al contrario: anziché ridurre a un quarto la diminuzione, l’ha moltiplicata per due. Non solo: perfino in questo periodo di crisi, l’Alto Tirreno espande la propria quota di mercato. Sale dal 40,6% al 41,4% di tutta la movimentazione in container su scala nazionale. Ma unicamente perché Genova fa il vuoto (più 14,2% rispetto all’anno precedente): frenano non soltanto Livorno ma anche La Spezia e Savona, tutti in calo. Ma l’analisi per quota di mercato è utile anche per accorgersi di un paradosso che riguarda la percezione dello stato di salute del porto. Proviamo a farlo guardando: 1) alla storia un decennio dopo l’altro anziché agli incrementi di dodici mesi in dodici mesi; 2) non solo ai container bensì al totale della merce movimentata. Si scopre che Livorno non ha più toccato gli standard di inizio Novecento (fra il 1911 e il 1920). Neanche negli anni ’70 del boom dei container: anzi, paradossalmente è proprio fra il 1971 e il 1980 che esplode qui da noi la monocoltura del container ma Livorno arriva a malapena al 3,1% della merce movimentata in tutta Italia. La ripresa? L’abbiamo avuta più tardi, con i porti italiani in arretramento e qui da noi invece il cabotaggio tirava ancora la carretta.


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