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La Nazione Livorno - L'inchiesta sul bacino di carenaggio può frenare l'affare-smantellamento
CONCORDIA IL CASO FU APERTO DALL’AVVOCATO TAORMINA PER CONTO DEI RIPARATORI NAVALI
di ANTONIO FULVI
— LIVORNO —
LA REGIONE va avanti con il progetto di portare il relitto della Costa Concordia nel bacino di carenaggio labronico. Ma adesso si ha conferma che anche la Procura della Repubblica va avanti nell’indagine — aperta da una memoria del celebre avvocato Taormina a nome del consorzio dei riparatori navali — sulle responsabilità dell’attuale stato del bacino. Una indagine che ha visto la Guardia di Finanza raccogliere di recente dati e testimonianze nelle stesse istituzioni per la Procura; e che probabilmente proseguirà con moto accelerato proprio per la necessità di chiarire se il «bacinone» potrà o no essere disponibile nel caso che Titan e Micoperi accettassero la richiesta di utilizzarlo per il relitto del secolo.
SI SDOPPIA dunque la problematica sul bacino: una «gamba» tecnica, quella che dovrebbe vedere già domani affluire a Firenze — nell’incontro alla regione con Titan/Micoperi — l’elenco delle ditte in grado di operare nel «trattamento» del relitto: e una «gamba» politico- giudiziaria, per capire chi abbia la responsabilità dell’attuale stato di degrado dell’impianto (e dovrebbe essere la Procura, a questo punto, a indicarlo) e come conseguenza immediata chi e in che modo potrebbe e dovrebbe procedere alla rimessa in funzione dell’impianto per renderlo atto a ricevere il relitto. Non ci vuol molto a capire che la strada per raggiungere lo scopo è assai più complicata di quanto non si sia detto ad oggi.
PERCHÈ le polemiche di questi giorni — che hanno coinvolto istituzioni, sindacati, politica e il cantiere Benetti — sono state tutte basate sull’opportunità economica dell’eventuale ricovero in bacino del relitto; con i pro dell’indubbio importante lavoro di carpenteria ma i contro dell’innegabile impatto negativo sulla vocazione turistica e cantieristica della Porta a mare e della stessa zona dell’avamporto. Poche voci si sono levate per ricordare nel dettaglio che il bacino non è operativo e che per renderlo davvero utilizzabile senza micidiali impatti ambientali occorrerebbe investirvi 20 milioni di euro (conteggi fatti dall’expertise della Camera di Commercio di due anni fa), peraltro con lavori che difficilmente si potrebbero fare in pochi mesi. Nessuno infine ha ricordato che l’inchiesta della magistratura è a sua volta un condizionamento da non ignorare, perchè è difficile credere che l’intreccio di responsabilità, di scaricabarile e di impegni di spesa presi ma mai attuati negli anni, possa improvvisamente essere sciolto in poche settimane.
NEGLI ATTI acquisiti con l’indagine, figurano come noto anche i ripetuti stanziamenti negli anni da parte dell’Autorità portuale per una manutenzione ordinaria e straordinaria che non è mai stata fatta; e figurano le memorie del cantiere Benetti sullo stato (pressochè già disastroso) del bacino all’atto del passaggio della concessione dalla cooperativa che aveva tentato di rilanciare il cantiere navale. Da allora, l’interesse per lo stato del bacino è stato carsico, nel senso che è più volte sparito per riaffiorare senza però decisioni. Che il relitto della Concordia possa servire davvero a chiarire il rebus?
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