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La Nazione Livorno - martedì - Due progetti in gara per la Concordia

 

Ecco le idee per liberare il Giglio
Neri & Smit contro Titan Salvage: la nave non sarà fatta a pezzi
Antonio Fulvi



LIVORNO
COME sfida tecnologica, è una delle più impegnative di sempre. E non solo perché si tratta di rimuovere un enorme relitto, quasi 40 mila tonnellate di peso morto adagiato su un fondale in ripida discesa: scafi ancora più pesanti e più profondi a suo tempo furono portati via anche dopo l’ultima guerra. La vera sfida è portar via il relitto della Costa Concordia senza tagliarlo a pezzi ( metodo più semplice) senza inquinare e specialmente al più presto.
In gara per la sfida del secolo sono rimaste due sole società delle undici invitate: l’italo-olandese Neri & Smit, una joint-venture che ha già lavorato sul relitto per svuotarlo dal carburante; e l’americana Titan Salvage, altra multinazionale con ramificazioni a Londra, a Singapore e sede a New York. Entrambi i gruppi hanno back- ground eccellenti che confermano recuperi quasi impossibili. Per i Neri, l’ultimo fu nel canale di Suez, per togliere una enorme draga che rischiava di bloccare il canale e stava scivolando verso gli alti fondali.

IL PROGETTO vincitore sarà deciso entro una decina di giorni. A sceglierlo la speciale commissione tecnica di Londra scelta da Costa Concordia con il supporto dei P&I, i consorzi assicurativi dei sinistri marittimi. E le notizie, per adesso si fermano qui. Anche perché i due progetti rimasti in gara sono, ovviamente più che segreti: con i loro complessi calcoli idraulici, con i dettagli dei mezzi da impiegare, con le garanzie di non inquinare, con i tempi e con i costi. Di questi ultimi si sa solo che i preventivi parlano di 180-200 milioni di euro: un terzo circa del valore della grande nave quando fu consegnata, fastosa e rutilante, all’armatore. Circa il doppio del costo, dicono gli esperti, se fosse stato possibile usare il sistema tradizionale di questi casi: smantellare lo scafo pezzo per pezzo, cannibalizzarlo fino a ridurlo a una carena quasi vuota, da rimettere in galleggiamento come atto finale per portarla poi a demolire in qualche spiaggione del terzo mondo, con migliaia di operai, capaci di lavorare per un pugno di riso. Niente di tutto questo sarà fatto. La Costa Crociere ha mantenuto il possesso del relitto invece di cederlo agli assicuratori, e anche questo ha un significato. Secondo i tecnici, può voler dire che ritiene conveniente, recuperato il relitto pressoché intero, ricostruirlo.

MA IL PUNTO focale è: come recuperarlo intero? Le prime ipotesi, fatte subito a ridosso del naufragio, ipotizzarono di saldare le due profonde ferite aperta degli scogli sull’opera viva (con apposite lamiere e interventi subacquei), quindi puntellare il fianco sinistro che guarda il fondale verso il largo perché il relitto non scivoli in basso, poi far leva tirando da sinistra con rimorchiatori e paranchi per rimetterlo in assetto e quindi lentamente pompare fuori l’acqua, aiutandosi con grandi serbatoi agganciati alle fiancate progressivamente svuotati dall’acqua. Sistema difficile però su una nave da crociera, che ha mille aperture a murata (terrazzi, vetrate, grandi oblò) quasi tutte schiantate e divelte.
C’è chi ha avanzato allora una possibilità diversa (e potrebbe essere uno dei due progetti in gara): quella di portare lentamente in galleggiamento la parte prodiera (che è la meno «bucherellata») dopo aver saldamente ancorato la poppa al fondo e averne impedito lo scivolamento verso l’alto fondale con una zeppa di cemento. Lentamente il relitto verrebbe portato ad affiorare di prua fino a 45 gradi e quindi potrebbe essere appoggiato, sempre con quella inclinazione, a un grande elemento di galleggiamento dotato di sufficiente spinta (per esempio una enorme petroliera vuota).
Una volta assicurata la spinta necessaria in questo modo, il relitto verrebbe trascinato via in verticale e il Giglio sarebbe «liberato». Poi, in acque libere, si provvederebbe lentamente a tirar su anche la poppa con progressivi interventi (un’altra petroliera?) e a rimorchiare il tutto via. In bacino, (si è ipotizzato anche quello di Livorno) o verso quella demolizione che è la sorte finale di ogni nave non inghiottita dal mare.


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