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Il Tirreno - Rabbia a Piombino. Ci rimettiamo sempre noi operai.

 

Nella città piegata da una doppia crisi c’è sfiducia per l’accordo sull’articolo 18. E il futuro di Lucchini fa paura
 
 
IL REPORTAGE
 
 
 
 
di Antonio Valentini wINVIATO A PIOMBINO Qui Crisi si scrive con la maiuscola. Non per rispetto né per cerimoniosa deferenza. Solo per paura, quasi fosse un mostro invincibile che divora ogni speranza, qualsiasi aspettativa, capace di azzerare l'innata ed elementare voglia di futuro che donne e uomini posseggono innata. L'ansia dell'avvenire la leggi nello sguardo delle commesse ferme sulle soglie dei negozi vuoti di Corso Italia, nell'espressione degli ex dipendenti delle acciaierie che fanno capannelli davanti al Metropolitan, negli occhi stanchi degli operai che a fine turno escono - in fretta, sia mai che qualcuno li chiami indietro - dalla portineria centrale della Lucchini. Rabbia, inquietudine e rassegnazione si mescolano in un cocktail amaro, imbevibile solo pochi anni fa, quando la recessione non si era ancora portata via i diritti e il posto fisso era prima di tutto un investimento sul futuro, la garanzia di un presente decoroso, la certezza di una vecchiaia senza affanni. Chi dice che il modello della fabbrica fordista è ormai superato, che l'articolo 18 è roba da archeologia industriale e che la tutela del lavoro ostacola la crescita, venga a Piombino dove le acciaierie coprono una superficie più grande dell'abitato benché vi lavori un terzo degli occupati di una volta. E ascolti gli operai, che si sentono privilegiati solo perché vanno in cokeria con un contratto a tempo indeterminato: «Se lasciamo che i padroni facciano come gli pare, è finita», dice però Francesco Pipitone, 51 anni, da trentatré al servizio delle acciaierie. Quando parla, quasi urla. Il suo è un linguaggio inconsueto, dopo la sbornia della soft-economy che negli ultimi dieci anni ha rallentato la crescita italiana fino ad azzerarla. Eppure usa un lessico vero, che riporta all'essenza cruda delle cose, soprattutto ora che Confindustria ha bocciato la riforma del lavoro ritenendola indebolita rispetto alle premesse: «Tanto ci licenziano quando vogliono - aggiunge Pipitone -. Questa storia del reintegro se le ragioni economiche per licenziare non sono provate, mi fa ridere: quando diranno che manca il lavoro, cosa si fa? Si va a casa, ecco cosa si fa». Il punto sta qui, nell'inattesa fragilità del diritto al lavoro che si dava per acquisito, nel senso di precarietà che divora chi è stabilizzato, sempre guardingo nel Deserto dei Tartari fatto d'impianti e circuiti industriali, ben che vada atteso da un futuro di consumi ridotti all'osso e senza lussi. Lorenzo Puliti, un ragazzone di 24 anni con le spalle che tradiscono la passione per il rugby giocato, ha lo sguardo stanco e pulito: «Certo, sono fortunato, chi è senza contratto non sa come fare. Ma riscuoto 1100, ben che vada 1200 euro al mese, come farò a metter su una famiglia, a comprare la macchina nuova, una casa… Poi questa riforma del lavoro: uno entra pieno di speranze e si ritrova con la paura di perdere il posto». Se il declino dell'economia piega l'Italia, Piombino è curvata due volte dal peso della crisi. La sua Crisi. L'avvenire della Lucchini è indecifrabile, con quei 770 milioni di debito e la scadenza del 2014 da onorare. Qualora Alexei Mordashov non riuscisse a venderla, ora che le intenzioni di acquisto di Baosteel e Tata-Corus si sono dissolte, potrebbe passare nelle mani di Imi-San Paolo anche al prezzo simbolico di un euro. La cessione dei cinque stabilimenti francesi di Ascometal non ha consentito la quadratura del cerchio al magnate russo, alle prese coi pagamenti degli arretrati ai fornitori e con 300 milioni da investire previsti dal piano di ristrutturazione del debito. Morale: dei tremila dipendenti diretti (oltre ai mille delle ditte), 1900 hanno i contratti di solidarietà. Lavorano meno ma lavorano tutti, secondo un concetto indeclinabile nei salotti televisivi perché assimilato a un vocabolario obsoleto, ma alle acciaierie di Piombino attuale più di sempre: se nei tempi bui viene a mancare il mutuo soccorso, il futuro sarà un Moloch che inghiottirà gli uomini e le loro speranze. Un concetto condiviso anche nell'altra fabbrica cittadina, la Magona, 570 in organico e 65 esuberi dichiarati, dove 250 operai lavorano 36 ore in meno al mese per evitare i licenziamenti, guarda caso dovuti a ragioni economiche: costi di produzione alti e bolletta energetica a livelli insostenibili. Poi c'è chi sta nel limbo, non lavora ma neppure è in pensione. E' un esodato, come ora piace dire con un neologismo sconosciuto al lessico. Franco Fidanzi, 58 anni, fa parte della corposa categoria: «Ho 40 anni di contributi e sono in mobilità, ma la pensione è slittata. Ci andrò il primo ottobre, se non cambiano le regole un'altra volta. Chissà. Intanto devo vivere spendendo 10 euro al giorno e mi ritengo pure fortunato, perché c'è chi vivrà anni senza sapere se è pesce o carne. Per fortuna ho i parenti che mi aiutano, però a 58 anni non si possono chiedere 50 euro in prestito. E' una questione di dignità. D'altra parte cosa posso fare, la rivoluzione?». Senza dimenticare la beffa. Chi ha perso il lavoro, rischia di non riscuotere neppure la disoccupazione. Marina Giulianelli, 47 anni, ex dipendente della Cst, un gioiellino che produceva circuiti stampati in nome della diversificazione produttiva del territorio, ne sa qualcosa. La fabbrica ha chiuso, non prima della trafila della cassa integrazione e della procedura di mobilità per tutti i dipendenti: «Non vedo il futuro. L'assegno di disoccupazione arriva se per un periodo lavori, non è come all'estero dove c'è il sussidio. Cosa farò da qui a vent'anni, quando andrò in pensione, ammesso che riesca a versare i contributi? Non lo so, davvero non ho idea». L'idea sarebbe riciclarsi, però a Piombino tutto si è fatto difficile. Fino a pochi anni fa chi usciva dalla fabbrica riusciva ad arrangiarsi in qualche modo, ma ora che anche il poco turismo è diventato più qualificato, nulla si fa senza professionalità. Gli esodati non potranno improvvisarsi pizzaioli e i disoccupati saranno troppo anziani per trasformarsi in artigiani. Dopotutto ha ragione Roberto Pistolesi da Donoratico, alle acciaierie da 26 anni: «Sono fortunato, in busta paga mi vengono 2800-3000 euro lordi. Sono quasi 6 milioni e quando riscuotevo in lire, mai ho superato i due. Con questi soldi dieci anni fa sarebbe stata un'altra cosa». Tutto l'ottimismo per l'euro era mal riposto. Anche per questo la diffidenza nella chiosa arriva scontata: «Quest'accordo è contro gli operai. In qualunque modo vada, a rimetterci siamo noi». «Sa cos'è successo? - dice il sindaco Gianni Anselmi - In questi anni è venuto a mancare il motore, la speranza di costruire il futuro con le mani, la prospettiva». Il rilancio passa dalle bonifiche, dalle infrastrutture e dalla reindustrializzazione per riportare il lavoro su un territorio che se l'è visto sfilare dalle mani. E che la Crisi, quella con la c maiuscola, allontana sempre di più.


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