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Il Tirreno primo piano - Il posto fisso tocca a uno su dieci
di Carlo Bartoli FIRENZE Solo uno su dieci ce la fa. Il lavoro manca, le nuove assunzioni scarseggiano, ma tutto si può dire meno che non ci sia sufficiente flessibilità nel mondo del lavoro in Toscana. Su 206.825 assunzioni effettuate nel secondo trimestre del 2011, solo 20.817 riguardano contratti a tempo indeterminato. Nonostante questo, la situazione non è rosea: gli occupati sono poco più di 1,5 milioni e il tasso di occupazione, al 63%, è al punto più basso dal 2007. Mai così poche le donne (658mila, con un tasso di occupazione del 53,8%) e una disoccupazione nella quale occorrerebbe conteggiare accanto ai 55mila disoccupati ufficiali e ai 110.000 in cerca di occupazione, anche tutti quelli che hanno smesso di cercare lavoro. A guardare i dati, a prima vista pare di non capire bene: a un ritmo di 200mila assunzioni a trimestre, l'obiettivo della piena occupazione potrebbe sembrare a portata di mano. E invece no. Non solo per le difficoltà dell'economia, con gli addetti del manifatturiero scesi a quota 300mila, meno di quelli del commercio, ma anche per il fatto che oggi si assume talvolta per un mese, spesso per una settimana e frequentemente perfino per un giorno. Insomma, i numeri crescono, si gonfiano, i lavoratori no. Visto che in teoria lo stesso lavoratore potrebbe essere assunto cinquanta volte in un anno. E' questo il paradosso di un mercato del lavoro che la flessibilità non pare essere riuscita a rianimare e dove invece galoppa la precarietà. Le assunzioni continuano infatti ad essere trainate dai contratti a termine (102mila a trimestre), da quelli in somministrazione (20.643 più 45,1% rispetto a due anni prima), dal lavoro intermittente (21mila in un trimestre, con una crescita del 121% in confronto al 2010), dal lavoro a progetto e dai co.co.co., poco meno di 11mila. L'intervento della Regione dovrebbe aver messo un tetto al ricorso a tirocini (quasi 1.300 al mese) che molte volte nascondono un lavoro a tempo determinato a prezzi da terzo mondo. Esplodono poi le assunzioni che sono censite dalle statistiche sotto la voce "altre forme". Nel secondo trimestre dello scorso anno queste assunzioni hanno toccato quota 1.730 e sono triplicate. Dentro questa voce c'è una Babele di forme contrattuali che sono state censite dal dipartimento Mercato del lavoro dalla Cgil. Oltre al contratto a tempo indeterminato e alle sue sei varianti di part time, c'è il contratto a termine, i rapporti speciali in agricoltura, l' inserimento, il reinserimento, il contratto di formazione e lavoro riservato al settore pubblico, tre forme di apprendistato, la somministrazione a termine, lo staff leasing, il lavoro a chiamata a termine (con o senza obbligo di risposta), il lavoro a chiamata a tempo indeterminato (con o senza obbligo di risposta), il lavoro a chiamata per particolari periodi dell'anno, il Job sharing, il lavoro a domicilio, il telelavoro subordinato, il lavoro a progetto, il co.co.co. normale o fino a 30 giorni, il telelavoro in forma parasubordinata, la prestazione occasionale di lavoro autonomo senza o con partita Iva, i contratti per agenti di commercio, coadiuvanti famigliari, il telelavoro in forma autonoma, l'associazione in partecipazione, i venditori a domicilio, i rappresentanti, il lavoro domestico, il lavoro accessorio (voucher), il lavoro accessorio per percettori di ammortizzatori sociali, gli stage e i tirocini, gli stage curricolari, i tirocini di reinserimento per disoccupati, quelli per categorie particolarmente svantaggiate e le forme di lavoro che non determinano rapporto (famigliari). Ma tutta questa Babele di contratti, alla fine, consente un inserimento (sia pure faticoso) dei giovani nel mondo del lavoro? I dati dell’Osservatorio del lavoro della Regione ci forniscono dati poco incoraggianti: su 9.400 apprendisti solo 1.800, ossia meno del venti per cento, vengono assunti. Peggio ancora va per i contratti a termine: su quasi 103mila solo 5.448 vengono stabilizzati. In pratica uno ogni venti. Per non parlare degli inserimenti, inesistenti, dei lavoratori pagati con i voucher, che assomigliano a dei buoni pasto (e che valgono altrettanto poco) e che servono a pagare un’ora di lavoro. O dei lavoratori intermittenti, il cui preavviso di chiamata, dice la legge, non può essere inferiore a un giorno. Bontà sua.
Lavoro, una giungla da semplificare
La Cgil accusa: «Servono più controlli, in Toscana 2mila cause di lavoro di falsi co.co.co.»
GIANFRANCO SIMONCINI Bene nuove forme di contratto, ma l’apprendistato è uno strumento che ha funzionato e andrebbe salvaguardato
FIRENZE Per una volta, tutti d’accordo. 46 tipi di contratto sono troppi. «La semplificazione del sistema contrattuale - spiega Gianfranco Simoncini, assessore regionale al lavoro - è una necessità». Rualdo Martini, presidente dell’Api fiorentina, l’associazione delle piccole imprese, concorda: «Spesso le nostre aziende sono in difficoltà a padroneggiare tutte le tipologie». Daniele Quiriconi, della segreteria regionale della Cgil, entra anche nel merito: «In Toscana c'è stato un uso esponenziale del lavoro intermittente e dei voucher. Erano norme che dovevano essere utilizzate in casi molto particolari, come per gli steward degli stadi e invece se ne abusa. Le aziende hanno acquistato una grande quantità di voucher che sono ancora inutilizzati: segno che li tengono pronti in caso di visita ispettiva per dimostrare che stavano per regolarizzare il lavoratore a nero». Semplificare va bene, ma è il caso di mantenere gli strumenti che funzionano bene, precisa Simoncini, come l’apprendistato, su cui incombe uno stop, a partire dal 26 aprile, che andrebbe scongiurato. Per Quiriconi, i contratti atipici costano troppo poco. «E’ giusto mettere una soglia minima di retribuzione per i contratti a progetto, ma servono anche più controlli sul loro utilizzo. In Toscana sono aperte 27mila cause di lavoro e almeno duemila riguardano falsi co.co.co. o co.co.pro.». Erika Caparrini, segretaria della Felsa Cisl spera che «il lavoro flessibile rimanga solo nelle forme della somministrazione che garantisce la sicurezza di vedersi applicare le norme dei contratti nazionali di categoria. In secondo luogo, per i contratti parasubordinati dovrebbe essere equiparata la parte normativa riguardante i contributi pensionistici, la malattia, la maternità, gli infortuni. Il fatto è che i contratti atipici quasi sempre sono usati in maniera irregolare: già solo con ferie, tredicesima, permessi si risparmia l'equivalente di tre mensilità su dodici». La piccola impresa vorrebbe però salvaguardare le forme di lavoro parasubordinato: «Le aziende toscane - precisa Martini - sono a caccia di lavoro e non di manodopera. I co.co.pro. servono a far fronte a un aumento temporaneo della produzione che non potrebbe essere fronteggiato stipulando nuovi matrimoni indissolubili». Carlo Bartoli
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