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La Nazione 14 gennaio - Lo spettro del Limoncino blocca il piano sulle cave
CHI PRONUNCIA la parola «Limoncino» in Provincia rischia il linciaggio. Lo si è visto ieri mattina in terza commissione durante il dibattito sul piano cave. Ogni volta che qualcuno si azzardava a pronunciare quella parola, veniva zittito dall’assessore Maria Teresa Sposito e dal dirigente Enrico Bartoletti. «Chiamate i responsabil dell’ambiente, qui si parla di altro» è stata la frase pronunciata quasi ad una sola voce come se i due fossero d’accordo. Così, Roberta Naldini prima e tutti gli altri poi si sono dovuti accontentare di menzionare il «caso Limoncino» senza pronunciare quella parola, ma dicendo: «Ci siamo capiti...». Quel «ci siamo capiti» che la dice lunga sull’aria che si respira a Palazzo Granducale da quando è scoppiato il caso della discarica sul Monte La Poggia. Una discarica che, qualcuno fa notare, è stata autorizzata sulle ceneri della cava del Canaccini. Ma, Limoncino a parte, la presentazione del piano delle cave affidata alla buona volontà della Sposito ha trovato i commissari con le antenne dritte. L’assessore, obtorno collo, ha dovuto incassare un «ci rivediamo la prossima settimana» perché i commissari hanno intenzione di fare le bucce al piano. Niente sconti, assicura il presidente della commissione Antonio Ceccantini del Pd. Tra l’altro, a guastare la festa, c’è stato il solito fastidioso rimpallo di responsabilità per il mancato ricevimento di tutta la documentazione tecnica relativa al piano cave. L’assessore giurava di aver dato l’incarico agli uffici per la predisposizione del materiale addirittura a dicembre; i consiglieri però erano a mani vuote. Con la buona volontà delle segretarie, è saltato fuori l’elenco dei destinatari dell’email contenente la documentazione e la parola dell’assessore è stata salvata. Ma il materiale non è mai arrivato sui tavoli dei consiglieri che, impugnando questo inconveniente, hanno prolungato l’approvazione della delibera. L’argomento è delicato perché, come ha ricordato Vito Bartalesi, interessa centinaia di lavoratori. «Solo nella zona di Venturina — ricorda — ci sono 400 persone impegnate in questo settore produttivo. Dobbiamo dare risposte certe, non si può più attendere. Serve anche una ricognizione precisa del territorio, per conoscere le esigenze».
E I NUMERI parlano chiaro: «Ci sono 118 cave dismesse ma solo 12 in attività — ha detto il consigliere elbano Giuseppe Coluccia del Pd — il territorio è profondamente segnato dall’attività estrattiva. Sarà difficile riportare tutto allo stato originario». Per questo gli ambientalisti come Ceccantini tirano il freno a mano: «Non si può continuare a scavare, scavare. Tanto meno utilizzare le cave come discariche, su questo vogliamo garanzie». Garanzie che il piano provinciale non può dare, perché spetta ai Comuni decretare il definitivo recupero. Sui ritardi è poi intervenuto il consigliere Enrico Celanti, dipietrista come l’assessore: «Capisco le linee di indirizzo, ma siamo partiti tardi. Sarebbe bene poi che gli imprenditori ripristinassero i siti al termine dell’attività di estrazione. Chi controlla che questo venga fatto?». Non poteva mancare l’appunto del consigliere Alessandro Corsinovi del Pdl: «Questo piano si è dato 420 giorni per l’adozione. Un’eternità mentre l’azienda Donati di Rosignano rischia di mandare a casa centinaia di persone».
Michela Berti
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