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Il Tirreno - Il ballo del mattone e il gioiello nascosto

 

di Mauro Zucchelli LIVORNO Il parco di villa Rodocanacchi l'hanno chiuso dall'aprile '95. Quanto basta per far partire l'intemerata: un magnifico patrimonio della città (vero) che resta tabù per i cittadini (idem) ed è abbandonato al degrado (e vai con l'invettiva: sacrosanta). Poi eccoti al di là del cancello che dà l'altolà in tre round: 1) "proprietà privata"; 2) "divieto assoluto d'accesso"; 3) "pericolo". Ti si squaderna sotto gli occhi un paradosso. Quel diktat che ci ruba questo parco da 16 anni – da quando i Pink Floyd hanno chiuso la baracca, O.J Simpson ha fatto il fugone e Andreotti è finito sotto processo – è al tempo stesso quel che l’ha salvato e quel che lo condanna. Un gioiello di 11 ettari: probabilmente il più bel parco che abbiamo a Livorno. Eppure nessuno lo conosce: dunque è un problema che vale meno di zero nell’agenda politica-amministrativa della città. La chiusura l’ha salvato? Alberi e arbusti crescono ovunque. In alcune radure è perfino spuntata una batteria di pini, presumibilmente in modo spontaneo senza che nessuno li abbia mai piantati e ora sono alti più di 5 metri. Ovvio, il ciclo vitale della vegetazione non si ferma davvero per una delibera-divieto. Desta però meraviglia che il parco sia forse il più pulito della città. Bella forza, è chiuso al pubblico: in realtà, gli squarci nella rete sono talmente tanti che anche durante il sopralluogo di ieri abbiamo incrociato un tranquillo signore a spasso con il cane. Ma non è affatto una eccezione: c’è chi va a raccogliere radicchio e chi a farsi una sgambata salutista, c’è chi sfoga la verve adolescenziale nel casino di caccia, a pianta circolare e ormai ridotto a un rudere, fra messe nere e graffiti. Compreso Leo che confessa al muro il suo amore per «Ale P. T.V.B.». Compreso l’inevitabile stella a cinque punte e la tag di un «Salvatore» che è passato di lì il «5/2/80». Compreso un surreale «W il» che esulta per qualcuno o qualcosa ma non specifica per chi o per cosa: segno di tempi anfibi. La chiusura lo condanna Ma la sorpresa di ritrovare il parco pressoché integro si moltiplica almeno per quattro se pensiamo a quel che ci siamo persi. Ammettiamolo: quanti alberi caduti, e comunque l’abbandono lo scopri quando cerchi l’antico laghetto artificiale ai piedi della collina del parco. Talmente grande da esser provvisto di pontili alle due estremità con una isoletta nel mezzo. Solo che l’acqua non c’è più da un pezzo e sul fondo è cresciuta una foresta di alberi alti anche 10-15 metri in mezzo a un bailamme di arbusti e cespugliame. La leggenda della contessina Poteva mancare la favola noir in mezzo a tanto Ottocento? Nisba. Inutile dire che riguarda il laghetto: non date retta a chi racconta del “fantasma del conte”. A morire era stata una rampolla del casato: la contessina Rodocanacchi. Mica un clan da poco: grandi mercanti greci, provenienza Chios così come per i Maurogordato della villa accanto, meravigliosa e decaduta anch’essa. I Rodocanacchi, a parte Monterotondo, avevano un’altra villa chic in via Calzabigi e tramite la giovane Enrichetta si erano imparentati con i Mimbelli, quelli della villa dov’è il museo Fattori. Il parco rischia di sparire Villa Rodocanacchi è nel piano di alienazioni con cui l’Asl conta di pagare una parte del nuovo ospedale. Non bastasse il fatto che il parco è nella stessa particella catastale della villa, il futuro di questi 11 ettari di verde, rimasto in naftalina negli ultimi 16 anni, è legato al piano vendite. Non è una illazione: lo conferma la delibera comunale n. 68 del 1° marzo dello scorso anno. per villa, ex scuderie e parco, complesso immobiliare di notevole valenza storica e inserito in contesto ambientale di particolare pregio, occorrerà prevedere una nuova zonizzazione urbanistica che attragga interessi, consona a favorire azioni di recupero e di restauro edilizio che permettano l'inserimento della villa e delle sue pertinenze nel tessuto urbano ed economico della città

Il cemento cambierà soltanto collina
 
La speculazione bloccata sulla porta di Montenero rischia di rientrare dalla finestra poco più in là
LIVORNO La conferma ufficiale arriva dallo stato maggiore dell’Asl: sì, la villa e il parco «appartengono alla stessa particella catastale», risponde il direttore amministrativo Luca Cei. Rientra «come unico lotto» nel piano di alienazioni per recuperare risorse finanziarie da destinare alla costruzione del nuovo ospedale ai piedi della collina di Montenero. Non sono ancora definiti i tempi della vendita né le modalità esatte. Anche perché la proprietà dell’Asl è sostanzialmente composta da un poker di tasselli (la villa, il parco, le ex scuderie che attualmente ospitano anche un bar, gli impianti sportivi). Non è escluso – ammette Cei – che anziché in un solo lotto possa essere suddivisa in più pezzi («soprattutto per facilitare la cessione»). Ancora da definire anche i tempi del trasferimento degli uffici sia dell’Asl che dell’Estav Nord Ovest ora ospitati a Monterotondo. Lo studio di fattibilità mette in lista la proprietà Asl di Monterotondo (5.150 metri quadri) ipotizzando un introito di 5,7 milioni di euro. E’ però ancora presto per capire se resteranno grossomodo entro queste cifre i ricavi attesi da questa cessione. Non è un segreto che a più riprese le opposizioni abbiano messo in dubbio la capacità della Regione di garantire tutti i finanziamenti promessi per il nuovo ospedale: fonti della maggioranza e della giunta respingono al mittente quest’eventualità ma, essendo il fuoco della polemica finora rimasto concentrato sulla trasformazione urbanistica dell’ ospedale di viale Alfieri, non resterà alla fine che il parco e la villa di Monterotondo per cercare di trovare altri soldi. Senza contare che il Comune ha anche in mano la matita del nuovo Prg. Si rischia cioè che la speculazione edilizia, bloccata a Montenero con la scelta dell’ubicazione su aree quasi tutte pubbliche, finisca semplicemente per spostarsi di un chilometro sulla collina accanto: quella di Monterotondo. (m.z.)


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