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Lo chiamano Attila ma rianima le aziende in crisi - Il Tirreno Toscana lunedì 19 dicembre
«Mi definiscono brusco e scortese, invece sono un ottimista»
ANTONIO VALENTINI
Il suo timore è che le cose vadano troppo avanti per tornare indietro, di arrivare solo quando ciò che è frangibile si è ormai infranto. Fa un mestiere che sa di pronto soccorso, di corse a perdifiato per tenere vivo chi rischia di morire, di pazienti da salvare, di cellule che producono adrenalina a fiotti. Ma lui, Angelo Rosi, indossa la grisaglia del manager e non il camice del medico, perché di mestiere fa il rianimatore di aziende in crisi.
A Livorno, dove ha seguito le vicende del Cantiere e il suo passaggio in Azimut, gli hanno affibbiato decine di soprannomi: Bin Laden, Zeb Macahan, Attila. E ancora Terminator, Determinator. Fino a ribattezzarlo Angelo Sterminatore, piegando a proprio uso e consumo il titolo del film che Luis Bunuel diresse cinquant’anni fa.
Angelo Rosi ci scherza su: «Sì, lo so. In giro sono dipinto come uno stronzo. Dicono che sono brusco e scortese. In realtà sono un ottimista, altrimenti dovrei fare un altro lavoro». Non sa nemmeno lui quante aziende ha rianimato in trent’anni di libera professione: quaranta, forse cinquanta. O giù di lì. Sa solo che correre dietro a un miraggio sapendo in anticipo che è solo questo, non vale la pena. Non c’è spazio per i sogni nel suo cassetto da manager di crisi o tagliatore di teste che dir si voglia; dipende dai punti di vista, tanti almeno quante sono le sfumature dell’iride. Certo è però che svolge un mestiere faticoso, a volte improbo: «A tutti faccio quest’esempio. Duecento persone imbarcate su un vascello che al massimo ne contiene cento, danno per risultato un naufragio certo. Per salvare la barca, bisogna ridurre il numero dei passeggeri».
Rosi spiega che la più facile delle cose difficili è la diagnosi della crisi aziendale, per la quale servono almeno dalle due alle quattro settimane. È solo la premessa, s’intende, perché poi i passaggi si complicano, la fatica delle arrampicate sopravanza il piacere delle discese rare e brevi, più presto che tardi arriva il momento di mettere in piedi un progetto di rilancio. E di decidere: «Ai consigli di amministrazione con i quali mi rapporto chiedo sempre il mandato assoluto. Io voglio mani libere, pretendo la libertà di vendere, transare, licenziare. Altrimenti non ha senso che mi chiamino. Ma ogni volta, lo sottolineo, sento su di me il peso delle decisioni. Mi provoca un dolore lancinante, originato dalla consapevolezza che nessuna scelta sarà mai equa».
Conosce bene la Toscana e qui da molti è conosciuto. In Regione lo apprezzano per lo spirito indipendente, per la capacità di far dialogare tutte le parti coinvolte, di garantire il raccordo tra conti e procedure. Non solo per questo ha in mano il futuro di molte aziende e di oltre 300 posti di lavoro: l’Italcom di Collesalvetti, la Cooprint di Colle Val d’Elsa, il Lanificio di Soci di Arezzo, gli Ondulati Lucchesi di Bientina, lo scatolificio Corsonna di Castelvecchio Pascoli, la Nuova Cesat di Firenze... «Da voi seguo 7-8 imprese, sempre con il coinvolgimento della Regione, di Fidi Toscana, di Coopfond. Amo le sfide». Quella del Cantiere di Livorno gli è rimasta nel cuore più di ogni altra. Gli piace ricordare che quando arrivò erano con l’acqua alla gola: «In cassa non c’era più un soldo e in officina nemmeno un bullone. È stata una partita durissima e, a esser sincero, sono stato male. Mi ero ricavato un microappartamento all’interno dove stavo dal lunedì al venerdì senza mai muovermi. Dovevo sfuggire ai politici, ai creditori, a voi gionalisti. Ero sballottato tra chi voleva che fallissi e chi s’aspettava che vincessi. Alla fine sa come è finita? L’operazione di salvataggio è andata in porto, ma il merito se lo sono preso i politici. Non io. D’altra parte la verità è che non ho bisogno di procurarmi voti».
A Livorno ci torna spesso, non solo perché consapevole della forza che hanno i fatti compiuti. Ha mantenuto un rapporto affettivo con la città, con il ristorante dove appena lo vedono gli servono il baccalà fritto passato nel pomodoro e con quello spirito di scoglio dove si mescolano ironia e serietà, solidarietà e disincanto. Anche per questo gli piace raccontare dell’ultimo risultato raggiunto in ordine di tempo, alla cooperativa Italcom di Collesalvetti: dopo l’assemblea del 14 dicembre, i 21 soci e i 10 dipendenti hanno deciso di addossarsi la contabilità della crisi, ora che dopo un periodo buio si va verso il pareggio di bilancio. La decisione fa rima con il sacrificio, visto che l’anno prossimo tutti rinunceranno alla tredicesima mensilità e al 10% dello stipendio.
Da qui in avanti le strade saranno però più in salita di sempre. L’ottimismo di Angelo Rosi non è più granitico come una volta. Non è colpa del tempo, che avanza come un’onda lenta e vischiosa, ma della recessione: «Non abbiamo ancora toccato il fondo - avverte - e saranno proprio le piccole aziende ad avere le difficoltà maggiori. In questo contesto, e mi riferisco all’articolo 18, c’è una certa rigidità del sindacato che impedisce la rinascita. Ma spesso i problemi sono legati alle persone e ai luoghi: se a Livorno ho incontrato sindacalisti disponibili al dialogo, a Civitavecchia li ho trovati chiusi a doppia mandata. Generalizzare è impossibile». Proprio così, fare di tutta l’erba un fascio riduce la conoscenza a trascurabile opzione, privandola del suo innato valore di progresso. Ad esempio da Rosi ti aspetteresti, come si addice all’immagine di chi per lavoro è costretto a tagliare, un giudizio meramente strumentale sugli ammortizzatori sociali. Invece lui, evidentemente non assuefatto alla pesante solitudine del decisore, ne parla con sincera umanità: «Vanno ampliati, altroché. Per chi deve pagare il mutuo, la cassa integrazione è un dramma».
Mentre parla, dalla cornetta filtrano rumori domestici. Voci di bambini, televisori accesi, passi sul pavimento. Rosi spiega che quando ha squillato il telefono, stava togliendo le foglie dal giardino. L’attende un quieto pranzo domenicale, davanti alla polenta rovesciata sul tavolo da condividere con la moglie, le figlie, i nipotini e gli altri parenti. Il suo ancoraggio con la realtà, strada privilegiata per risollevare le aziende in crisi, ricorda che l’uomo non deve risolvere i problemi dell’universo, ma capire solo dove stanno. Goethe è più attuale che mai.
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