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Una batosta da cinquanta milioni - Il Tirreno Toscana

 

Marina di Campo tenta di rialzare la testa: riaprono bar e negozi
 
La Regione ha stanziato 5 milioni. Si aspettano i soldi del governo
 
LUCA CENTINI
 MARINA DI CAMPO. «Campo vive». Una scritta verde su uno striscione attaccato a un cartello stradale dà il benvenuto a chi entra a Marina di Campo. A un mese esatto dal disastro. Dall’ondata di fango che, lo scorso 7 novembre, ha ridotto il centro abitato in un cumulo di macerie, distruggendo case, negozi, ponti, fossi e spiagge. In tutto 50 milioni di danni ai privati, secondo una prima ricostruzione del Comune.
 Eppure, guardando le strade del paese in modo superficiale, non ci si rende conto - fino in fondo - di quello che è accaduto. L’alluvione “si sente” ma il paese sembra volerlo nascondere.
 Il centro abitato di Marina di Campo sta cercando di risollevarsi dopo la batosta. La strada per Portoferraio è quasi completamente ripulita. La mattina del 7 novembre era un torrente fluido, dove i vigili del fuoco tentavano di mettere in moto gommoni. Vi si aggiravano solo pochi cittadini ammutoliti, attrezzati con stivali e muta da sub. In via Roma, ovvero il cuore commerciale del paese, buona parte dei negozi ha già riaperto. Bar, librerie, tabaccai e negozi di vestiti. Marina di Campo sonnecchia, come accade sempre a dicembre. Tutto, insomma, sembra normale.
 Ma è un’illusione. Basta guardare meglio. Sulle strade il fango ha lasciato spazio a una patina marrone, quasi invisibile. Polverosa. Ovunque si vedono cantieri, nella piazzetta del Comune, fino alle strade laterali di via Roma. La presenza dell’alluvione si avverte meglio, mano a mano che ci si avvicina all’epicentro del disastro. I negozi di via Marconi sono quasi tutti chiusi. Il 7 novembre l’onda di fango li travolse da dietro, spingendo in mezzo alla strada merci, vestiti, mobili, ridotti ad un cumulo marrone. Basta dare uno sguardo dentro alle case al piano terreno per capire che in questa zona l’alluvione c’è ancora. Come in via Vapelo, dove l’acqua ha invaso le abitazioni fino a un metro e mezzo di altezza e nell’area dello “stagnone”, dove il fango mise ko la scuola, la stazione dei carabinieri e la sede della Pubblica assistenza. In queste zone il tempo è scandito, quasi ovunque, dai colpi dei martelli, dal rumore di trapani. Cumuli di fango e calcinacci stanno fuori dalle case, come a ricordare quanto è accaduto. Nelle case si lavora alle finestre, ai pavimenti, c’è chi deve rifare le pareti.
 Anche il lungomare e la spiaggia, il motivo per cui il paese in estate si trasforma in uno dei luoghi più vivi dell’isola, sono ancora ricoperti di macerie. Un mese fa il muretto di contenimento fu abbattuto per permettere all’ondata di sfogarsi. Ora c’è tutto da rifare, e in fretta. Prima che la stagione turistica riparta. Sarà il Comune a mettere i soldi, sbloccando un milione e mezzo dal piano triennale delle opere pubbliche. La Regione, con i suoi 5 milioni, si dedicherà alla risistemazione geoidraulica e lavorerà per fare in modo che disastri come quello del 7 novembre non si ripetano più. La Provincia sta lavorando per ripristinare la viabilità. Manca solo il governo che ha già dichiarato lo stato di emergenza e dovrebbe chiarire a giorni l’entità del fondo per la ricostruzione. A Campo ci sperano, ma non si illudono. Sono abituati a rimboccarsi le maniche. Di rado, anche la mattina dell’alluvione, le lacrime si sono mischiate al fango. «Sembra che all’Elba ci sia stato solo un acquazzone - dice Tommaso Iervolino, titolare del bar Baobab - in tv si parla di Genova, della Sicilia. Di noi mai».


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