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«Fermare l'altoforno è un grosso rischio» Parola del suo papà - Il Tirreno Piombino domenica 27 novembre

 

Parla l’ingegner Amadei che nel 1978 lo ha messo in marcia
 
 PIOMBINO. Il 23 dicembre la Lucchini avvierà le procedure di fermata dell’altoforno, che sarà caricato in bianco, senza cioè produrre ghisa, fino al 18 gennaio. Non è la prima volta che l’Afo viene fermato, ma stavolta i timori sono maggiori.
 Senza altoforno si ferma la fabbrica, 2.200 lavoratori andranno in cig e serie ripercussioni sono prevedibili nelle ditte dell’indotto. La fermata preoccupa i sindacati, che temono che problemi tecnici al momento della ripartenza e il protrarsi della stagnazione del mercato, possano prolungare la fermata.
 Ma al di là delle garanzie di ripartenza date nei giorni scorso dall’azienda, quanto è concreto il pericolo segnalato dai sindacati?
 L’ingegner Erminio Amadei, oggi in pensione, è un po’ il papà dell’altoforno 4. Capo divisione dell’area fusoria alla fine degli anni Settanta, ha seguito tutte le fasi della costruzione dell’impianto, dal progetto fino alla messa in marcia nel luglio del 1978. «L’impianto è vecchio - sostiene - non sappiamo in quali condizioni sono le pareti di refrattario e le guarnizioni. La fermata è pericolosa. La ripartenza può costare lacrime e sangue e potrebbe anche non avvenire».
 Il raffreddamento, secondo Amadei, potrebbe provocare il distacco delle guarnizioni. «Le pareti dell’altoforno, quando marcia a regime, sono autoportanti. Non è possibile sapere, in un forno vecchio come questo, quanto refrattario si staccherebbe. Quando il materiale si ritira finisce nella sacca e nel crogiuolo. Il refrattario non si scioglie alle temperature di 1500-1600 gradi e bloccherebbe quindi il forno».
 All’ingegner Amadei è capitato, nel 1984, di fermare l’Afo4 per il rifacimento. «Ma allora - dice - lo stabilimento era meno rigido. Avevamo l’Afo1 in grado di produrre 1500 tonnellate di ghisa al giorno e con quelle siamo riusciti a produrre acciaio e continuare a produrre vergella e rotaie».
 Si potrebbe far marciare l’impianto al normale ritmo e produrre ghisa in pani da vendere. «Fu fatto - ricorda Amadei - Negli anni Settanta - quando la Fiat entrò in compartecipazione nello stabilimento e furono chiusi i forni Martin Siemens per sostituirli con Ld. Fu un errore perché il mercato tirava. Ma a quel punto non sapevamo dove mettere la ghisa. Afo1 produceva 1600 tonnellate di ghisa al giorno con una percentuale di silice da 1 al 3. Riuscivamo a produrne 40mila tonnellate al mese vendendola come speciale alle fonderie: facemmo un sacco di soldi».
 Sarebbe possibile oggi? No semplicemente perché alla Lucchini non c’è più una macchina a colare in grado di mettere in pani la ghisa.
 Così restano le preoccupazioni per la fermata dell’altoforno. Ci sarebbero meno problemi nel caso di fermate più brevi ma ripetute? «Il protocollo per la salvaguardia dell’impianto - conclude l’ingegner Amadei - prevedeva al massimo fermate a distanza di dieci giorni e per 16 ore. Più si allunga la fermata, più aumentano i rischi». (g.p.)

«Il polo siderurgico ha dato futuro a tanti giovani»
 
Da Scarlino la solidarietà del Pd agli operai Lucchini
 
 
 
 
 SCARLINO. Anche a Scarlino, territorio sotto i riflettori dopo la recente sentenza Tar contro la Via al cogeneratore, il circolo del Pd esprime preoccupazione per la grave situazione della Lucchini. «Siamo vicini al personale della fabbrica e delle ditte appaltatrici - spiega Moreno Radi del circolo Pd - già da molti mesi la situazione stava dando segnali preoccupanti ma nell’ultimo incontro tra la Rsu e l’azienda è stata ventilata una fermata prolungata dell’altoforno. Questo ha dato conferma dei timori che già circolavano e che erano fonte di notevoli preoccupazioni».
 «Come circolo del Pd, visto anche le ultime vicende relative all’area industriale del Casone - prosegue Radi - non possiamo non preoccuparci perché la crisi dello stabilimento, in un momento così difficile sia in termini di occupazione che economici, vuol dire mettere in crisi l’intero comprensorio che da sempre ha avuto nel polo siderurgico un importante sbocco occupazionale e un contributo significativo nell’accrescere il benessere dando a molti giovani la sicurezza per il proprio futuro».
 Il timore è che a pagare il peso più grosso siano poi i lavoratori e le famiglie «a causa della mancanza di politiche industriali corrette e lungimiranti, aumentando disagio e precarietà nei ceti sociali più deboli ed esposti agli effetti della crisi». Il Pd chiede quindi alle forze politiche e sociali di fare tutti i passi necessari per portare il problema ai tavoli del nuovo governo, per gestire nel migliore dei modi la situazione e dare di nuovo una speranza ed una sicurezza di lavoro a centinaia di famiglie». (m.nan)


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