Confindustria Livorno Massa Carrara
News
Formazione
Login
Esci

Fornero, appello alle imprese - Il Tirreno Attualità

 

«Il governo pronto a offrire un contributo. I lavoratori sono la parte più debole»
 
Il ministro del Lavoro: «Non abbandonare il Paese»
 
 
 
 
 ROMA. «Le medie e le grandi imprese non possono abbandonare il Paese. Non è possibile per un ministro che viene da Torino evitare di parlare di Fiat». Nel giorno della rabbia di Termini Imerese, Elsa Fornero, titolare del dicastero del Lavoro e del Welfare, commenta con queste parole la decisione della società che «chiude uno degli stabilimenti storici di un gruppo da sempre simbolo di capacità produttiva e di identità nazionale».
 Davanti al dramma di duemila operai, Fornero annuncia la disponibilità dell’esecutivo: «Il governo segue con grande attenzione il caso Fiat ed è pronto, pur nel rispetto delle autonomie, a offrire un contributo costruttivo, se richiesto, nella composizione della vicenda. Non sfugge - sottolinea il ministro - che la parte più debole è costituita da lavoratori, che sono oggi la parte più debole del Paese, assieme ai giovani». Dunque, nessun passo indietro sui diritti: è necessario «combinare la produttività con la salvaguardia delle conquiste» afferma, «un dovere a cui il governo non intende sottrarsi e non si sottrarrà».
 Per Antonio Di Pietro «è un giorno di lutto per l’imprenditoria italiana e per la storia della Fiat, trasformata da Marchionne in una macchina mangiasoldi che non ha più scopi produttivi e industriali ma finanziari». Solo tre anni fa, ricorda il leader dell’IdV, Marchionne «aveva promesso per lo stabilimento 100 milioni di investimenti, ottenendo anche soldi pubblici». L’Italia dei Valori, con Fabio Giambrone, ha chiesto al ministro dello Sviluppo economico Corrado Passera di riferire in aula «sul fantomatico piano di Fabbrica Italia».
 La Fiat «è l’unica casa automobilistica a chiudere uno stabilimento nel proprio Paese» denuncia il senatore del Pd Giuseppe Lumia, «la chiusura è figlia dell’assurda politica industriale decisa da Marchionne a scapito della Sicilia e dell’Italia, avallata dal governo Berlusconi». Per Lumia, tuttavia, a Termini Imerese «ci sono ancora tutte le condizioni per continuare a produrre automobili».
 Ma senza un piano di ricoversione, un intero territorio è a rischio criminalità. Avverte Enrico La Loggia, Pdl, presidente della Commissione parlamentare per l’attuazione del federalismo fiscale: «L’abbandono di Termini a uno stato di crisi sociale potrebbe determinare, oltre al gravissimo disagio per i lavoratori, anche pericolose derive per tutta l’area». Per questo, dice, bisogna accelerare la ripresa dell’attività. La chiusura «è solo l’ultimo atto di arroganza della Fiat» accusa il segretario di Rifondazione comunista Paolo Ferrero, mentre Rita Borsellino lancia un appello al coraggio: «Piangersi addosso serve a poco. Dobbiamo avere la capacità di risollevarci subito. È giunto il tempo in cui chi governa crei le condizioni perché in Sicilia si possa fare realmente impresa». (m.r.t.)

A Termini Imerese suona l’ultima sirena
 
Chiude lo stabilimento della Fiat che produceva auto da 41 anni. La rabbia degli operai
 
 
 
 
FIAMMETTA CUPELLARO

 ROMA. Hanno indossato la tuta blu per l’ultima volta. In pochi, ieri, tra gli operai davanti ai cancelli della Fiat a Termini Imerese nell’ultimo giorno di produzione, se la sono sentita di lasciare a casa quella che non è stata solo una divisa di lavoro, ma un simbolo di «appartenenza» ad mondo economico moderno e globale. Un sogno di industrializzazione in una terra legata all’economia agricola. Un mondo, quello della Fiat in Sicilia, che da ieri non esiste più. Dopo 41 anni, da quando il 19 aprile 1970 uscì una Cinquecento, la catena di montaggio che da anni produceva Lancia Y, ieri alle 22 si è fermata per sempre. E per gli operai che hanno prodotto le auto che, in parte, hanno fatto il successo dell’azienda di Torino, si profila la cassa integrazione fino al 31 dicembre. Poi, per i 1.600 dipendenti non c’è alcuna garanzia per il futuro. All’orizzonte, solo per alcuni, ci sarebbe un accordo con la Dr Motor, per altri si parla di incentivi al pensionamento, per altri ancora si profila un’ipotesi di mobilità. Ma di certezza nemmeno una. E ieri, davanti ai cancelli, la rabbia di chi ha trascorso la propria vita a produrre auto si mescolava alla preoccupazione, alla malinconia.
 «Non c’è più futuro, non c’è più niente - ha detto Francesco Li Greci, 34 anni in catena di montaggio - entro per l’ultima volta in Fiat e sento tanta rabbia». All’alba le luci dello stabilimento illuminavano i volti scuri degli operai che entravano per l’ultimo turno di lavoro in Fiat. Hanno varcato i cancelli con lo sguardo perso nei propri pensieri. Qualcuno con il sacchetto della colazione in mano, un segno di quotidianità e normalità, in un giorno che non è stato uguale agli altri, mentre fuori i colleghi con i rappresentanti sindacali organizzavano ancora un picchetto. L’ultimo. Per cercare di non chiudere la partita perdendo non solo il posto di lavoro, ma anche quel minimo di garanzia per il futuro. Alle 22 è stata bloccata l’uscita di mille Lancia Y già assemblate. «Rimarranno qui finchè non sarà firmato l’accordo» ha spiegato il segretario della Fiom regionale Roberto Mastrosimone anche a nome di Fim e Uilm. Davanti ai cancelli, anche il leader nazionale della Fiom, Maurizio Landini. «Lo snodo per un accordo a Termini Imerese è rappresentato dagli incentivi che abbiamo chiesto a Fiat per accompagnare alla pensione centinaia di lavoratori - ha detto - ma finora, in modo non accettabile, l’azienda ha rifiutato di applicare le tabelle che ha applicato anche a Pomigliano e Cassino. Un atteggiamento arrogante e autoritario, uno sberleffo ai lavoratori». Sulla stessa linea Bruno Vitali della segretaria nazionale Fin-Cisl. E che la Fiat a Termini rappresentasse davvero quel sogno di modernità per tutto un territorio, lo dimostrano le parole pronunciate dal parroco della città, padre Anfuso che si è presentato davanti al cancelli della fabbrica. «Hanno sfruttato, sedotto e abbandonato questa terra, dove Fiat produceva mille auto al giorno. Si sono innamorati di questo luogo e adesso che non c’è più niente da spremere, vanno via».

La chiusura dello stabilimento Fiat di Termini Imerese rappresenta una sorta di lamento funebre ...
 
 
 
 
VITTORIO EMILIANI

La chiusura dello stabilimento Fiat di Termini Imerese rappresenta una sorta di lamento funebre per l’industrializzazione del Mezzogiorno? Per la politica cioè perseguita, anche con decisione e consapevolezza, negli anni ’50 e ’60, soprattutto attraverso le Partecipazioni statali (gruppo Finsider, Eni, ecc.)? La chiusura di questa grande fabbrica è certo un dato gravissimo per il Sud e in specie per la Sicilia. In generale le imprese “grandi” per fatturato e occupazione risultano in Italia sempre più rare. Alcune di queste sono state di recente acquisite, Parmalat e Edison, da capitale straniero, nella fattispecie francese. Sempre meno presenti ormai nel Sud e nelle Isole. Le stesse medie imprese, quelle cioè fino a 500 dipendenti, risultano addensate al Nord, indi, da Pesaro a Pescara, lungo la fascia adriatica fra mare ed entroterra, con una rinnovata presenza in Puglia, poi in tutta la Toscana, nel Lazio e nell’area di Napoli. Dopo, sono puntini sempre più radi sulla carta geografica. E con una percentuale ridotta di imprese ad alta tecnologia ed una più consistente di livello tecnologico medio-alto.
 Quindi, l’esortazione di ieri del ministro del Welfare, Elsa Fornero, torinese, alle grandi aziende, a cominciare dalla Fiat, affinché non abbandonino l’Italia, è più che mai giustificato e condivisibile. La Fiat, fra l’altro, ha avuto per decenni il sostegno diretto e indiretto di una politica che ha oggettivamente privilegiato il trasporto su gomma - di persone e di merci - rispetto a quello su rotaia. Non a caso siamo in Europa il Paese a più alta densità di auto per abitanti, ben davanti alla Germania e alla Francia, per non parlare della Gran Bretagna. Ma tutto questo sembra non contare nella strategia dell’italo-canadese Sergio Marchionne, i cui risultati, peraltro, sul piano delle quote di mercato Fiat, non accennano a migliorare, mentre gli investimenti promessi restano per ora tali. E Termini Imerese chiude con 1566 addetti in cassa integrazione, con la sola speranza, per una parte di loro, di riassunzione nel gruppo abruzzese De Risio (Suv a basso prezzo). Dato curioso: anche il detestato Marchionne è abruzzese, figlio di un ex carabiniere emigrato.
 Nei dibattiti tv si sente dire di continuo che l’Italia è uno dei Paesi manifatturieri d’Europa e quindi del mondo. Ed è vero. Ma animato da una miriade di micro-manifatture che faticano a diventare più ampie. Nonostante la grave crisi in atto ne abbia ridotto la spinta, nei primi nove mesi di quest’anno il saldo fra le imprese nate e quelle scomparse è ancora largamente attivo (oltre 49.000 in più), meno dell’anno precedente e però attivo. Con le società di capitale protagoniste e con sempre nuove, interessanti iniziative ad opera di cittadini immigrati (il 30 % del saldo attivo complessivo, nientemeno). Quindi c’è un vitalismo imprenditoriale di fondo che merita davvero, prontamente, una politica industriale più attiva, sistematica, organizzata.
 Le nostre grandi imprese infatti sono enti di matrice statale, come Eni, Enel, Finmeccanica (nella bufera di uno scandalo desolante, con buoni marchi coinvolti), Poste, Ferrovie, ecc. o il risultato di privatizzazioni come Telecom, oppure, dopo la Fiat, aziende ancora “famigliari” (Benetton, Moratti, Riva, Ferrero, Caprotti, Berlusconi, Del Vecchio, Pesenti, ecc.), in più di un caso egemonizzate dalla “vecchia guardia”. Un altro dato molto italiano: fra le imprese di costruzione e grandi lavori al primo posto figura la Cooperativa Cementisti e Muratori (CMC), con altre due coop fra le prime dieci. In generale, un panorama da svecchiare, modernizzare e rilanciare, nella crescita.


Argomenti
Condividi

Altri articoli di Formazione

News Correlate

Scopri anche...

Aziende che si occupano di

Ricerca Innovazione

    

Network di Sistema

Ance Massa
Disponibile su:
UP