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Piombino chiude per sciopero - Il Tirreno Attualità
In quattromila al corteo per salvare la siderurgia: i negozi abbassano le serrande
La crisi dell’acciaio ha colpito per prima la Lucchini ma anche in Magona i conti non tornano
FRANCESCA LENZI
PIOMBINO. La stima, confermata anche dalle forze dell’ordine, parla di circa quattromila persone che ieri, a Piombino, hanno partecipato alla manifestazione promossa dai sindacati in difesa della siderurgia. La città ha risposto alla grande all’invito degli organizzatori, dando dimostrazione di una crisi, quella industriale, capace di coinvolgere l’intero tessuto economico del territorio.
La crisi dell’acciaio ha colpito per prima la Lucchini, che oltre alle difficoltà di mercato, deve fronteggiare la situazione finanziaria. Oltre 770 milioni di debito e un accordo non ancora perfezionato con le banche. Un’altalena che dura da un anno e mezzo, da quando Alexey Mordashov ha deciso di lasciare il Gruppo Lucchini a se stesso. Circa 130 milioni di fatturato da pagare alle imprese d’appalto e ai fornitori - che rischiano di essere travolti per primi - ormai giunti sull’orlo del precipizio.
Non c’è crisi finanziaria in Magona, per il momento al riparo del colosso Arcelor-Mittal. Ma i conti non tornano: costi troppo alti e margini ridotti. La scure di Mittal fa paura in un mercato sempre più competitivo, che mette in contrapposizione tra loro le stesse aziende del Gruppo. Gli effetti sono fermate a singhiozzo degli impianti, cassa integrazione e incertezza sul futuro.
L’adesione allo sciopero è stata alta, con il sostegno delle istituzioni locali, provinciali e regionali. Presenti tutti i sindaci della Val di Cornia, l’assessore regionale al lavoro Gianfranco Simoncini e altri esponenti politici.
Forte anche la partecipazione degli studenti delle superiori, oltre 300, che si sono fatti sentire e vedere nel corteo con slogan e striscioni, a riprova di un contesto che interessa ogni frangia sociale. Cna, Confesercenti e Confcommercio hanno appoggiato la manifestazione. Quasi tutti i negozi hanno simbolicamente chiuso l’attività, chi abbassando la saracinesca, chi mostrando il volantino-slogan con la scritta “Chiusi oggi per essere aperti domani”. Oltre ai lavoratori dei tre poli industriali piombinesi (Lucchini, Magona, Dalmine), sono arrivate in città delegazioni di lavoratori da Grosseto, Pisa e Firenze, e una rappresentanza della ferriera Beltrame di San Giovanni Valdarno, per la quale è stata decretata la chiusura.
Il sentimento più diffuso fra i dimostranti è l’incertezza che condiziona non solo il futuro degli operai e delle loro famiglie, ma l’intero comprensorio, legato alle vicissitudini siderurgiche.
Nel comizio finale, i segretari di Fim, Fiom e Uilm (Fagioli, Gabrielli e Renda) hanno sottolineato l’enorme rilievo dell’iniziativa, che ha portato in piazza, dopo molti anni e altrettante crisi, sebbene minori di quella attuale, migliaia di persone. Sul palco è salito anche Antonio Fascetto, Rsu Beltrame, solidale con la crisi industriale piombinese e portatore di un’altra voce altrettanto drammatica come quella di San Giovanni Valdarno.
Simoncini ha quindi puntato il dito contro l’assenza in Italia di una politica industriale, che sappia intervenire su azioni necessarie, come la riduzione della pressione fiscale e una maggior tutela dei lavoratori a termine. «Chiederemo al nuovo governo di aprire subito un tavolo di discussione sul caso Lucchini», afferma l’assessore.
E sempre in riferimento alle acciaierie piombinesi Vincenzo Renda della Uilm lancia una stoccata a Mordashov: «Arrivato nel 2005, alle prime difficoltà è andato via, preferendo comprare ville in Sardegna. Piombino merita un nuovo imprenditore, capace di stare sul mercato».
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