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Il Tirreno Piombino - Porto e Lucchini metafore del Belpaese
ROBERTO BERNABÒ
Il portafoglio ordini delle acciaierie è ridotto al lumicino, tutto il settore della siderurgia - settore che anticipa le crisi - ha frenato violentemente la produzione mostrando previsioni di violenta recessione. Insomma, si è lasciato passare il momento migliore per ristrutturare l’azienda e oggi tutto è più complesso. Tanto il verdetto del Tribunale, quanto la possibilità di trovare un nuovo azionista..
E’ un po’ la stessa strada seguita dal governo nell’affrontare il nodo del debito pubblico del Paese: per anni a raccontare che tutto andava bene e ora costretto dal quadro internazionale a metterci le mani, che lo vogliamo o no, che ne siamo capaci di farlo in prima persona o etero diretti.
Un’operazione che arriva al culmine di anni di crisi, con le risorse delle famiglie al minimo e dunque con qualunque taglio al welfare difficilmente sopportabile. E lo si fa - se non ci sarà un’autentica discontinuità che non si vede - ancora con tagli lineari che non lasciano spazio allo sviluppo. Almeno che sotto questa voce non si pensi davvero che possano starci trovate come le pagelle on line o il biglietto elettronico del bus.
Nell’assenza di prospettive, tornando alla Lucchini, il tessuto socio- economico locale si va sempre più deteriorando, con un sistema di imprese appaltatrici ormai vicine al collasso vantando decreti per decine di milioni. Eppure finora, anche per l’azione delle istituzioni locali, la società piombinese nel suo complesso ha retto. E’ un dato molto importante.
Ma fino a quando se non si cambierà passo? E’ una domanda che si pone anche a Livorno rispetto al porto. L’affaccio al mare della Toscana, uno degli snodi più importanti del Mediterraneo, rischia una violenta ulteriore retrocessione perché i fondali delle darsene si stanno sempre più abbassando e la prospettiva è di esser tagliato fuori dai traffici prossimi venturi costruiti intorno a navi più grandi. Un tema sottovalutato, rimandato, mai portato al livello di emergenza qual è, figlio dell’incredibile mancanza di interventi che ha fatto finire la sabbia portata dal canale scolmatore che viene da Pisa dentro il porto.
Frutto di una gestione portuale che non ha saputo guardare lontano, e pure di un’imprenditoria troppo presa a difendere il proprio orticello per alzare la voce. Ma anche di un altro dei gravi mali italiani: la burocrazia paralizzante. Che alla faccia dei tanti discorsi dei ministri di turno sullo snellimento delle procedure, ha come unica abilità quella di allungare i tempi di ogni azione.
Così, anche una volta che sono stati finalmente trovati i soldi per fare i dragaggi - dopo appunto una colposa latitanza - ecco il problema di dove gettare i fanghi. Le norme sono quanto di più confuso c’è, i decreti attuativi - come quello che si aspetta - rimpallano per anni (cinque in questo caso!) da un ministero all’altro. Dall’ambiente al lavoro, da una commissione all’altra, con andata e ritorno senza mai una fine. Se poi un’area industriale come quella di Livorno è tutta catalogata come sito di bonifica a rischio inquinamento tutto diventa ancora più complicato a prescindere dalle singole situazioni. E nel guazzabuglio delle interpretazioni tutto resta fermo. Meno il mondo dell’economia, che corre - in questo caso verso navi più grandi - e che rischia di tagliare fuori dai traffici dei prossimi anni un porto come Livorno. Non è questa un’emergenza? Non dovrebbe la città tutta insieme farne una questione centrale insieme all’Autorità portuale? Non dovrebbe essere l’occasione per un ministro come Matteoli, che di questi temi si è occupato e che da toscano ben li conosce, per provare che la politica non è solo bla-bla ma ha la forza di agire in fretta e di far agire altrettanto in fretta la burocrazia?
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