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«Da quattro anni ci tengono in sospeso Così non si lavora» - Il Tirreno Livorno

 


 
Lo sfogo di Paolo Bellabarba dopo lo stop imposto dall’autorità giudiziaria
 
 
 
 
 LIVORNO. «Altro che verifiche sui terreni: alla fine lo stress test lo hanno fatto a noi». Ieri ha rotto il silenzio con una battuta amara, Paolo Bellabarba (43 anni), riunito nella sede di via dei Materassai con i dipendenti e il consulente della sua società, Simone Bartoli. «Siamo dispiaciuti ma non vogliamo drammatizzare - interviene Bartoli - sapevamo che sarebbe potuto arrivare un provvedimento di questa natura». Ma la «perplessità» resta, «perché l’iter autorizzativo è andato avanti per anni e tutti i soggetti previsti hanno espresso valutazioni giuridiche, amministrative, tecniche. Insomma, hanno certificato la fondatezza e la legittimità delle autorizzazioni. Siamo sicuri che arriveremo alla fine anche di questo capitolo e finalmente la discarica aprirà».
 Stamani l’avvocato Anna Francini, farà ricorso al tribunale del riesame per ottenere il dissequestro della discarica. Perché, ripete Bellabarba, «siamo sicuri che le contestazioni non siano fondate». Tra gli indagati non c’è Paolo ma il cugino Federico, che nel 2007 ha presentato il progetto agli enti locali e firmato la richiesta di autorizzazione di impatto ambientale.
 Secondo la Procura la discarica non è conforme al regolamento urbanistico e la società avrebbe, quindi, goduto di un «ingiusto vantaggio patrimoniale». «Dimostreremo di esserci sempre mossi dentro alla normativa, nel rispetto del regolamento urbanistico», controbatte Bellabarba.
 L’imprenditore se la prende con quella che definisce una «storia all’italiana». «Un’impresa - tuona - a chi deve chiedere le autorizzazioni per lavorare? In Sicilia, una volta, si chiedevano al don di turno. Oggi, per fortuna, ci sono le istituzioni, ma se poi anche le autorizzazioni vengono messe a ferro e fuoco...». «Sono quattro anni - continua - che aspettiamo di aprire la discarica. Nei Paesi normali si dice sì o no e poi ci vogliono quattro o cinque mesi per partire. La situazione, per noi come per altri imprenditori, è drammatica». E riferendosi a politici e comitati, «facciamo già fatica a individuare riferimenti istituzionali, se poi il primo che si alza comanda...».
 L’imprenditore sottolinea che «la società ha già investito circa 5 milioni di euro», mentre il piano economico dell’intero progetto, come riportato negli atti, è di circa 40 milioni. Non vuole sbilanciarsi («speriamo di non arrivare a quel punto»), ma è chiaro che se le autorizzazioni dovessero risultare viziate la società potrebbe chiedere i danni agli enti locali, e «il lodo Fremura sarebbe una giacchettata». «Intanto - dice - a prendere la bastonata siamo noi».
 Nell’area è previsto l’impiego di 8-10 operai, «ma l’operazione va vista in un’ottica più ampia: abbiamo deciso di diversificare le attività ora che i cantieri e le opere pubbliche sono fermi».
 L’autorizzazione vale sette anni «e ne abbiamo già persi due. Se ci sarà il dissequestro, come crediamo e speriamo, inizieremo subito a lavorare, anche se l’indagine andrà avanti».
 Bellabarba ha ricevuto anche un avviso di garanzia per la realizzazione di alcuni gradoni di contenimento a margine del sito, ritenuti abusivi. «Li abbiamo fatti in regime di somma urgenza - risponde - in ogni caso mi sembra il colmo: al Limoncino l’unico indagato per abuso edilizio sono io. E tutti gli annessi agricoli?».
J.G.

LE TAPPE
 
 
 
 
 24 agosto 2010: il Tirreno annuncia che la cava del Limoncino sarà trasformata in una discarica di rifiuti speciali, inerti, come autorizzato dalla Provincia nel 2009.

 Nasce un comitato anti-discarica che a inizio ottobre presenta il primo esposto alla Procura per chiedere il sequestro degli atti amministrativi e il sequestro del cantiere

 6 febbraio 2011: la commissione ambiente della Provincia boccia il progetto

 Per mesi gli abitanti presidiano la strada che porta all’impianto.

 A luglio scendono in piazza anche i lavoratori di Bellabarba che chiedono di lavorare.

 17 luglio: un incendio doloso distrugge i teli dell’impianto.

 23 luglio: partono cinque avvisi di garanzia.

Sequestrata la discarica del Limoncino
 
I carabinieri mettono i sigilli ai cancelli dieci giorni prima dell’apertura
 
 
 
Il comitato fa festa fino a tarda sera in un annesso agricolo: grazie alla magistratura, non alla politica
 
JUNA GOTI
 LIVORNO. I carabinieri del nucleo operativo radiomobile, guidati dal tenenete Claudio Gallù, sono arrivati poco prima delle 11: il tempo di chiamare i titolari della società Bellabarba e lasciare che gli operai portassero fuori dal cancello i mezzi da lavoro. Poi - dopo oltre un anno di proteste, esposti, caos per strada e nei Palazzi della politica - la discarica del monte La Poggia è stata messa sotto sequestro preventivo.
 Il gip Beatrice Dani ha infatti accolto la richiesta presentata dal Pm Filippo Maffeo che da mesi indaga sull’iter amministrativo che, nel 2009, ha portato la Provincia a concedere alla società Bellabarba tutte le autorizzazioni per trasformare l’ex cava del monte La Poggia in una discarica di rifiuti speciali, inerti.
 L’indagine ha portato a luglio all’iscrizione nel registro degli indagati di cinque persone, tra dirigenti di Comune e Provincia, titolari della società, professionisti. La richiesta di sequestro è stata presentata al gip a metà agosto. Ieri i carabinieri hanno messo i sigilli.
 I lavori, all’interno del sito che si affaccia sul Limoncino, sono terminati ufficialmenti il 7 ottobre quando, come riportato dal Tirreno, la società Bellabarba ha depositato i collaudi. Salvo prescrizioni da Palazzo Granducale, il conferimento in discarica sarebbe potuto partire l’8 novembre, un mese dopo la consegna delle carte. Ma ieri è arrivata la svolta. Dal cancello che porta all’ex cava sono entrati e usciti velocemente Paolo Bellabarba, il padre Gaetano e il cugino Federico. Nessun commento a caldo. Solo una battuta amara di Paolo Bellabarba, che riferendosi al comitato anti-discarica ha detto: «Chiedete a quelli laggiù che sicuramente stanno festeggiando».
 E in effetti all’angolo con via della valle Benedetta i festeggiamenti di residenti e proprietari di appezzamenti di terreno sono andati avanti fino a tarda sera: prima al presidio in piedi dallo scorso agosto, poi in un annesso agricolo. «Diciamo grazie alla magistratura - interviene la portavoce, Rosaria Scaffidi - in cui abbiamo sempre creduto. Certo alla speranza si è mescolata la paura che il provvedimento non arrivasse in tempo». «Dobbiamo dire grazie solo alla magistratura - chiosa - perché la politica, ad eccezione della commissione ambiente della Provincia, è rimasta a guardare. Ora speriamo che la discarica resti chiusa». Perché, lo ricordiamo, il provvedimento non è definitivo, ma preventivo.
 Negli ultimi giorni la tensione al Limoncino era arrivata alle stelle per alcuni camion che, nonostante la fine dei lavori, continuavano a trasportare materiale all’interno del sito. Il comitato ha sostenuto che si trattasse di detriti provenienti dal cantiere della Tirrenica. «Ma quale Tirrenica - controbatte Bellabarba - magari le imprese livornesi avessero potuto lavorare in quell’area. Abbiamo portato materiale di altre cave che serve a formare un materasso di pietrame per il drenaggio sopra ai teli».
 Insomma, il sequestro arrivato al novantesimo non ferma il botta e risposta. Cosa accadrà nel recupero?

IL DECRETO
 
La Procura: rischio frane e dubbi sull’autorizzazione
 
 
 
Stop preventivo: il gip Dani accoglie la richiesta di Maffeo
 
 LIVORNO. Discarica realizzata in contrasto con le norme previste dal regolamento urbanistico, in un’area delicata dal punto di vista idrogeologico: sono questi i due pilastri dell’inchiesta condotta dal pm Filippo Maffeo che a luglio ha portato all’iscrizione di cinque persone nel registro degli indagati. Due giorni fa (a poche settimane dall’avvio della discarica) il gip Beatrice Dani ha giudicato fondate le richieste del pm anche sulla base di una relazione tecnica fornita dai consulenti del Cnr nominati dalla Procura per esaminare a fondo le caratteristiche morfologiche dell’area.
 Nel provvedimento di una ventina di pagine che motiva il sequestro preventivo (che dunque ha come obiettivo il “congelamento” della situazione prima del via) si cita non solo il lavoro dei ricercatori, ma anche quello della commissione ambiente della Provincia, poi portato in Procura dal presidente Giorgio Kutufà.
 Gli indagati per ora restano cinque, per abuso di ufficio: Gianfranco Chetoni (dirigente del Comune), Reginaldo Serra e Andrea Rafanelli (dirigenti Provincia), Antonio Rafanelli (geologo e progettista), Federico Bellabarba (responsabile della società che ha chiesto l’autorizzazione).
 Come già riportato negli avvisi di garanzia, al centro del provvedimento c’è il parere favorevole al progetto espresso da Chetoni il 9 settembre del 2008. Secondo la Procura mancherebbero i presupposti per la conformità urbanistica tra il progetto della discarica (da destinare a rifiuti speciali, inerti) e il piano regolatore comunale: «Chetoni qualificava il progetto come “intervento di rinaturalizzazione della cava” in aperta violazione delle prescrizioni contenute nell’articolo 34 delle norme tecniche di attuazione del Regolamento che consente, nelle cave, solo interventi finalizzati alla riduzione dell’inquinamento, del rischio idraulico e del dissesto».
 Secondo gli inquirenti, Chetoni «intenzionalmente procurava un ingiusto vantaggio patrimoniale alla Gaetano Bellabarba & c.», e anche a Antonio Rafanelli «che avrebbe potuto dirigere i lavori per la costruzione degli impianti». A Serra, in questa fase preliminare delle indagini, viene contestato il rilascio dell’autorizzazione integrata ambientale (22 aprile 2009) violando il decreto legislativo 13 gennaio 2003 dove è prescritto che «gli impianti di discarica per rifiuti anche non pericolosi non devono ricadere in aree dove i processi geologici superficiali quali le frane e l’instabilità dei pendii, possono compromettere l’integrità della discarica».
 Ad Andrea Rafanelli la Procura contesta la partecipazione al procedimento di Via in violazione del codice di comportamento dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni, in quanto nipote del progettista e direttore dei lavori. (j.g.)

INDISCRETO
 
I fanghi della vasca di colmata diretti sul monte La Poggia?
 
 
 
 
 I sigilli al cancello che chiude via del Limoncino sono arrivati mentre gli uffici del Comune stavano pensando a una proposta alternativa per uscire con le ossa un po’ meno rotte dal Limoncino. Il piano, almeno fino a ieri, era questo: destinare all’ex cava del monte La Poggia circa 500mila metri cubi di fanghi “asciugati” nella vasca di colmata del porto (che ne contiene più di un milione). Questo, almeno secondo i tecnici di Palazzo Civico, permetterebbe di partire con il dragaggio del porto liberando spazi per il conferimento nella vasca. In questo caso la cava del Limoncino, resterebbe aperta un paio di anni e non sette, come previsto dalle autorizzazioni. Ma l’ipotesi, a quanto pare, non è ancora stata discussa con Bellabarba che ora è alle prese col sequestro. (j.g.)

L’Idv esulta: progetto morto e sepolto
 
Sel: attenzione ai lavoratori. Amadio (Pdl): semmai chi paga?
 
 
 
 
 LIVORNO. Dopo il sequestro che mette in dubbio le autorizzazioni, dal Comune e dalla Provincia non si fa sentire nessuno. Solo l’assessore all’ambiente, Nicola Nista, ha chiamato al cellulare il consulente della società Bellabarba (ed ex assessore di Palazzo Granducale), Simone Bartoli. «Ci rimettiamo al lavoro della magistratura - si limita a dire nel tardo pomeriggio - ci riuniremo per analizzare le conseguenze di questo provvedimento. Per noi le autorizzazioni sono valide e corrette: se la Procura dimostrerà il contrario prenderemo i provvedimenti del caso». «La speranza - continua - è che la vicenda si risolva in tempi rapidi. Quella del Limoncino è una discarica pensata per dare una risposta al territorio: in provincia si producono ogni anno un milione e 200mila tonnellate di rifiuti speciali».
Si farà lo stesso lo stress test appena affidato all’Università di Roma e costato circa 45mila euro? «È ancora un obiettivo da realizzare - risponde Nista - vediamo se ci sono le condizioni per farlo subito. Valuteremo se presentare richiesta di accesso al sito».
 Dai consiglieri comunali di Idv, Andrea Romano e Lorenzo Del Lucchese (che ieri sera hanno partecipato alla festa del comitato), arriva una e-mail intitolata così: «Felici per il sequestro della discarica, ora si volta pagina!». «Il progetto - scrivono - appare morto e sepolto. A questo punto le istituzioni devono salvaguardare l’azienda, proponendo soluzioni nel segno della sostenibilità ambientale. Consigliamo alla proprietà di intraprendere un percorso aperto al dialogo con il comitato e con gli enti locali...». «Aspettiamo serenamente le valutazioni definitive della magistratura - chiudono - che ha avuto la saggezza di evitare l’entrata in funzione prima di avere chiarito tutti gli aspetti della vicenda».
 Il segretario del Pd, Yari De Filicaia, tira subito le orecchie agli alleati: «Non mi piace chi fa il tifoso in queste situazioni. Aspettiamo che la magistratura concluda il suo lavoro: per ora il provvedimento aggiunge poco a quanto scritto negli avvisi di garanzia».
 Sulla discarica Romano&Co sembrano pensarla come la capogruppo del Pdl, Marcella Amadio: «Sono molto felice perché questo sequestro dimostra che avevamo ragione e che una discarica in quell’area non si doveva autorizzare. Le eventuali conseguenze economiche dovranno essere pagate da chi ha dato le autorizzazioni». Lo sottolinea anche Andrea Ghilarducci (Sel): «Esprimiamo la massima fiducia nella magistratura e attendiamo l’esito delle indagini, ma deve essere chiaro che se ci sono stati errori amministrativi ognuno dovrà prendersi le proprie responsabilità. Nello stesso tempo si devono trovare tutte le possibili soluzioni per tutelare i posti di lavoro». (j.g.)

In Val di Cornia si discute come riconvertire le cave
 
Il Comune di Campiglia si butta nell’affare dei rifiuti: confronto con industriali e sindacati
 
 
 
 
 CAMPIGLIA. Mentre al Limoncino la discarica va verso un lungo stop, in Val di cornia si guarda all’industria dei rifiuti. Il Comune dei Cittadini - una lista civica di sinistra che siede sui banchi di minoranza - sottolinea l’urgenza di aprire un dibattito sullo stato delle cave e delle miniere di Campiglia e delle prospettive di riconversione occupazionale. L’obiettivo è buttarsi nel campo del trattamento dei rifiuti una volta cessata l’attività estrattiva delle cave. Per questo, nello scorso Consiglio, è stato presentato un ordine del giorno votato all’unanimità che impegna la giunta a promuovere nelle istituzioni interessate un esame della situazione effettiva e una discussione sul futuro delle attività estrattive alla luce delle previsione del Piano strutturale e del Regolamento urbanistico che prevedono la cessazione delle attività alla scadenza delle concessioni, alla fine di questo decennio.
 «Nel prossimo periodo - affermano - cambierà la domanda di inerti e il fabbisogno dovrà essere sempre più garantito da materiali provenienti dal recupero dei rifiuti, come dimostra la vicenda dell’impianto Tap di Piombino che recupera scorie delle industrie siderurgiche. Il problema della riconversione delle attività estrattive a Campiglia è un banco di prova per la nostra amministrazione e richiede un rigore che fino ad oggi è mancato».


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