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Attaccata la Montecristo . A bordo due livornesi e un pratese - Il Tirreno Attualità
Prigionieri dei pirati somali
L’equipaggio composto da 23 persone, tra cui sette italiani. L’allarme lanciato alle 6,45
LIVORNO. Alle 6.45 di ieri mattina, ora italiana, il comandante della “Montecristo” Diego Scusson ha premuto il pulsante rosso per lanciare l’allarme: la nave era stata attaccata e presa dai pirati al largo delle coste della Somalia. Non si hanno notizie dei 19 membri dell’equipaggio e dei 4 addetti alla sicurezza finiti nelle mani dei pirati. Tra questi, due livornesi - Stefano Mariotti, 35 anni, e Luca Giglioli, 22 anni - e un pratese di cui fino a ieri sera non si conosceva l’identità.
La nave, una portarinfuse da 56mila tonnellate varata pochi mesi fa, è stata attaccata a 620 miglia al largo delle coste somale, ormai nell’Oceano Indiano, dopo essere stata scortata fino a poche ore prima da due unità navali della marina giapponese e da un elicottero.
Il comandante, veneziano, trent’anni di navigazione in mare, alla vista del barchino che si avvicinava alla “Montecristo” ha fatto appena in tempo a dare l’allarme alla sala operativa del comando generale delle Capitanerie di porto, a Roma, e subito dopo, a mettersi in contatto telefonico con il comando interforze che assicura la navigazione in quell’area per riferire cosa stava accadendo.
Una imbarcazione con cinque pirati a bordo stava arrivando sottobordo. Non ci sono conferme se siano stati o meno esplosi colpi d’arma da fuoco. Il silenzio non fa ben sperare: troppe ore trascorse senza dare alcun segno per non pensare che la nave sia stata catturata. A bordo della “Montecristo” ci sono 23 persone: 16 tra ucraini ed indiani e sette italiani. Oltre al comandante Scussat, il terzo ufficiale di coperta Stefano Mariotti e l’allievo ufficiale Luca Giglioli, entrambi di Livorno. Gli altri quattro italiani sono addetti alla sicurezza della nave: senza armi, ma sono gli esperti che si occupano delle situazioni di emergenza. Uno di loro è di Prato, gli altri sarebbero originari di Sardegna, Campania e Trentino Alto Adige. Gli addetti alla security sono saliti sulla nave a Suez proprio per proteggere la nave nel tratto di mare del Corno d’Africa, ad alto rischio di agguato.
Da ieri mattina, due unità di crisi si sono insediate per gestire il sequestro: una alla Farnesina, l’altra al quartier generale della Dalmare, la società di D’Alesio, nel centro di Livorno. «Quello che ci interessa in questo momento è portare in salvo i membri dell’equipaggio. Il resto sono numeri e carte», dice l’armatore Nello D’Alesio: «E’ la prima volta che accade una cosa del genere ad una nostra nave. Sapendo che quelle rotte sono pericolose il personale ha seguito anche alcuni corsi, anche se la speranza è sempre che non serva».
La “Montecristo” a bordo ha un carico di rottami ferrosi destinati al Vietnam, al porto di Phu My. Partita da Liverpool il 20 settembre, ha oltrepassato il canale di Suez e nel Golfo di Aden è stata scortata da una nave giapponese.
Sono state allertate alcune unità navali americane che si stanno dirigendo sul luogo dell’attacco e si trovano a una distanza di circa 500 miglia. La vicenda è seguita «con la massima attenzione» dalla Farnesina in contatto con l’armatore e «con tutti gli attori istituzionali coinvolti». «Stiamo monitorando con la consueta cautela per non mettere in nessun modo a rischio la sicurezza dell’equipaggio», ha detto il ministro degli Esteri, Franco Frattini. «Si presume - ha aggiunto - che il sequestro sia riuscito e questo significa prepararsi a una fase molto delicata di accompagnamento della nave, senza azioni di forza che in questi casi possono esporre a grave pericolo l’equipaggio». La vicenda è seguita passo dopo passo dal governatore toscano Enrico Rossi. La Procura di Roma ha aperto un’inchiesta, coordinata dal pm Scavo e affidata ai Ros dei carabinieri.
Solo il tempo di premere il pulsante rosso
Il comandante ha segnalato l’attacco poi più nessun contatto
La nave di D’Alesio è una specie di fortezza viaggiante e il personale era preparato ai pericoli Ma non è bastato
CRISTIANO MEONI
LIVORNO. Due giri di filo spinato attorno alla fiancata non sono bastati. Non è bastata neppure la scorta di due navi militari della marina giapponese e di un elicottero. Ventotto ore dopo che la “Montecristo” è stata lasciata sola, un barcone con cinque pirati l’ha abbordata. «La fiancata è alta 6 metri e mezzo, ci sono tutti i dispositivi di sicurezza ma temiamo che non siano serviti a molto». Ecco l’angoscia che fa incrinare la voce di Nello D’Alesio, l’armatore livornese della “Montecristo”: sapere che alle 6.45 ora italiana (le 4.45 somale) una sua nave è stata attaccata e niente più. Chiamare tutti i telefoni cellulari dell’equipaggio e non avere risposte. «Eppure non navigavamo impreparati».
Chi solca i mari del Corno d’Africa, infestati da barchini dei pirati che salpano da navi madre, sa come attrezzare le navi. Sono piccole fortezze viaggianti, come la “Montecristo”, la più giovane della flotta D’Alesio, varata a giugno. Mancano solo le armi, perché la legislazione non consente né di armare le navi né di portarle a bordo. Per il resto, ci si prepara ad affrontare il peggio.
La nave, salpata da Liverpool con un carico di rottami, si era fermata a Suez. Qui aveva imbarcato quattro “addetti alla security”. Non milizie armate, spiega D’Alesio, «ma specialisti addestrati a gestire le situazione di emergenza», «gente che sa come affrontarle a livello psicologico, con il training». Come un sequestro ad opera dei pirati somali.
Varcato il canale di Suez e solcato il Mar Rosso, all’ingresso del tratto di mare a rischio la nave è stata affiancata da due unità della marina giapponese e da un elicottero. E la navigazione è scorsa tranquilla fino all’imbocco dell’Oceano Indiano. Ieri mattina, però, Nello D’Alesio è stato buttato già dal letto da una telefonata. Era il responsabile sicurezza della compagnia, Dinelli. «Ha chiamato il comando generale delle Capitanerie di porto. Hanno ricevuto un allarme dal comandante della Montecristo. E’ stata attaccata dai pirati somali a 600 miglia dalla costa».
Il comandante Diego Scussat aveva premuto il pulsante rosso, quello che segnala l’attacco dei pirati. Aveva avuto appena il tempo di riferire al comando interforze di essere stato attaccato da «un barcone con cinque pirati a bordo» e di «aver attivato tutte le misure di sicurezza». Poi il buio. Dinelli ha provato a contattarlo: inviando sms a lui e agli altri membri dell’equipaggio. Inutile. Muto anche il telefono satellitare.
Disarmati, i membri dell’equipaggio non avevano potuto respingere i pirati ma solo «attivare i dispositivi di sicurezza». I diciasette marinai e i quattro addetti alla security, agli ordini del comandante, si erano cioè ritirati nella cosidetta «cittadella», un locale molto ampio a “poppa”, sottocoperta, isolato dal resto della nave, concepito proprio per gestire situazioni di emergenza come un attacco esterno. «Asserragliati nella “cittadella” si può sperare di scoraggiare i pirati o resistere fino all’arrivo dei soccorsi - spiega l’armatore - Purtroppo temiamo che non sia andata così». L’unità di crisi della Farnesina, in serata, ha comunicato che la nave si è mossa in direzione della costa somala, dunque sarebbe stata presa dai pirati. «Ma ragioniamo su presunzioni e supposizioni, di certo in questa vicenda c’è solo il segnale d’allarme dato dal comandante», dice D’Alesio. Che teme una gestione «lunga della vicenda». «Penso a quei ragazzi laggiù... tutto il resto non conta».
Quel mare è una trappola gli arrembaggi non stop dei miliziani col gps
Tutto iniziò per difendere le acque territoriali dai pescherecci stranieri, poi è diventato un business
«We’re not murderers... we just attack ships», «Non siamo assassini..., noi attacchiamo solo le navi», dichiarò pochi mesi fa Abdullahi Abshir, un uomo che si vanta di aver catturato e dirottato più di 25 unità battenti svariate bandiere, ad un giornalista del britannico The Guardian che tentava di far luce sull’oscuro mondo dei pirati somali. Forse era anche un modo di utilizzare la grande stampa internazionale per dare un tono un po’ ideologico e un po’ romantico ad azioni che, alla fine, si propongono un solo ed unico scopo: rastrellare denaro.
Sì, perché se il pensiero di qualcuno (ed i titoli dei giornali aiutano nello scopo) corre subito alla Tortuga ed alla quadrilogia dei “Pirati dei Caraibi” disneyani di Johnny Depp, in quel tratto di mare che dalle coste somale e dal Golfo di Aden si estende per centinaia di chilometri fin nel profondo dell’Oceano Indiano, ormai si consuma un dramma dopo l’altro.
Al momento sono infatti almeno 31 le navi in mano a questi moderni predatori dei mari (tre le italiane, compresa la Montecristo dell’armatore livornese D’Alesio catturata ieri), per un totale di circa 800 membri dei vari equipaggi, ed i danni sociali ed economici ormai sono incalcolabili. Il fenomeno prese il via quando, nei primi anni Novanta del secolo scorso, in seguito allo scoppio della guerra civile somala ed alla mancanza di un reale potere centrale, maturarono le condizioni ideali per la nascita di una “baia dei pirati” lungo le coste del Corno d’Africa. Inizialmente, questi novelli “Barbanera”, giovani quasi tutti tra i 20 ed i 35 anni, armati delle più moderne tecnologie, gps compreso, avevano perfino una qualche ragione e cioè le continue violazioni da parte della imbarcazioni da pesca straniere degli stessi confini, vista la ricchezza delle acqua somale. Ma, nonostante che da quelle parti abbondino le aragoste, il loro valore non è neanche paragonabile a quello dei riscatti: una massa di denaro che ha finito con il coinvolgere le milizie ed uomini d’affari senza troppi scrupoli.
Ma, dopo un periodo di calma, ci fu un’altra svolta che ci accompagna direttamente alla situazione attuale e cioè la guerra non stop in Somalia. A partire dal 2006, assistiamo quindi all’incremento senza sosta del fenomeno con il convolgimento di protagonisti sempre più diversi: ancora i pescatori, ma, soprattutto, come dicevamo, dopo aver visto i profitti dei riscatti pagati per il rilascio delle navi e delle persone, i signori della guerra che iniziarono a dividere equamente i soldi con chi conduceva le azioni.
Il tutto nell’iniziale, scarsa valutazione del fenomeno da parte della comunità internazionale, almeno fino a quando gli attacchi hanno iniziato a prendere di mira anche le navi che trasportavano aiuti umanitari alla stessa Somalia nell’ambito del World Food Program.
Ovvia l’evoluzione di quell’estemporaneo Triangolo delle Bermude in uno dei luoghi più caldi della Terra con lo stesso governo di transizione costretto a permettere l’accesso, anche se in modo per la verità sporadico, alle navi da guerra straniere lanciate all’inseguimento delle unità sequestrate. Un segnale inequivocabile di ulteriore debolezza, rinforzato in negativo dal rilascio, su consiglio degli esperti legali, dei malviventi catturati ad esempio dalla Royal Navy e dalle altre forze internazionali. Uno dei motivi principali per cui Gran Bretagna, Stati Uniti ed Unione Europea hanno stipulato un trattato con il Kenya affinché i pirati vengano processati e detenuti sul territorio di quel Paese, famoso per le terribili condizioni delle galere e del sistema carcerario.
L’escalation comunque prosegue e, in particolare negli ultimi mesi, le navi di passaggio imbarcano sempre più pattuglie di guardie private, a lungo però non dotate di armi letali: lo dimostra il fatto che solo un membro degli equipaggi lanciati all’arrembaggio è stato ucciso fino ad oggi, da un elicottero partito da una nave di pattuglia nella zona.
La storia recente vede infine il lancio dell’Operation Ocean Shield, affidata alla Nato e con il contributo diretto dell’Italia.
Uno “scudo oceanico” appunto, di grande impegno e molto costoso, ma che non è riuscito ancora a far ammainare ai pirati armati di gps quel vessillo nero con tanto di teschio d’ordinanza.
Le previsioni di Eurocrime
Un riscatto e mesi di trattative
FIRENZE. Chiederanno un riscatto per rilasciare l’equipaggio. E il negoziato sarà lungo, durerà mesi, minimo tre. Sono le prime previsioni sul destino della nave Montecristo secondo il centro studi Eurocrime di Firenze, un ente privato dove opera un pool di criminologi e ricercatori italiani esperti in analisi sui temi della sicurezza. A Eurocrime si rivolgono organismi pubblici nazionali e internazionali di vario livello, compresa la Nato.
«L’obiettivo di questo attacco dovrebbe essere stato proprio l’equipaggio - spiega la criminologa Silvia Ciotti, direttore di Eurocrime -. Quando i pirati sbarcheranno in Somalia con gli ostaggi e valuteranno che ci sono occidentali tra loro, il prezzo del riscatto lieviterà moltissimo. E’ un fenomeno già osservato».
«I pirati - prosegue la criminologa - assaltano le navi per saccheggiarle del carico e di quanto trovano a bordo: ma è vero che un attacco è da loro considerato davvero buono se ci sono occidentali sulla nave perché sanno che i governi potrebbero pagare un eventuale riscatto. Così entrano in azione negoziatori professionisti. Sta a loro fare la richiesta di riscatto a governi e compagnie di armatori».
La “Caylyn” e la “D’Amato” sono state attaccate l’8 febbraio e il 21 aprile
Due navi italiane ancora sotto sequestro
NEI primi 6 mesi dell’anno sono stati 266 gli attacchi dei pirati. Ma ecco i principali episodi in cui sono rimaste coinvolte navi italiane negli ultimi due anni.
6 aprile 2009. La “Malaspina Castle”, nave britannica gestita da una società italiana, viene sequestrata e poi rilasciata il 9 maggio.
11 aprile 2009. Pirati somali nel Golfo di Aden sequestrano il rimorchiatore Buccaneer, con a bordo 16 persone di equipaggio (10 italiani, 5 romeni ed un croato). I marinai sono rilasciati solo il 9 agosto.
25 aprile 2009. La nave da crociera Melody Msc sfugge ad un attacco mentre si trovava ad un giorno di navigazione a nord delle Seychelles.
29 aprile 2009. Il mercantile Jolly Smeraldo, della compagnia Messina, sfugge all’arrembaggio di pirati circa 300 miglia a sudest di Mogadiscio. La mattina dopo i pirati ci riprovano, ma sono respinti.
26 agosto 2009. Il mercantile “Southern cross” è attaccato dai pirati nel Golfo di Aden, ma sfugge al sequestro grazie all’intervento di una nave norvegese e di un elicottero.
28 marzo 2010. Il mercantile Valle di Castiglia, in navigazione dall’Oman verso Suez, viene raggiunto da colpi d’arma da fuoco sparati da una piccola imbarcazione.
2 aprile 2010. La portacontainer Garland, della società Italia Marittima di Trieste, viene avvicinata da due barchini a 300 miglia dalla costa dell’Oman, ma riesce a fuggire.
8 febbraio 2011. La petroliera Savina Caylyn della società napoletana Fratelli D’Amato viene attaccata e sequestrata dai pirati a 880 miglia dalla Somalia. A bordo 22 membri di equipaggio tra cui 5 italiani. Contro la nave sono stati lanciati 4 razzi rpg e sparati colpi di mitra: l’attacco è avvenuto da parte di un barchino, messo in acqua da una nave madre che incrociava nella zona. La petroliera è ancora sotto sequestro.
13 aprile 2011. La nave “Alessandra Bottiglieri” viene attaccata da una decina di pirati circa 70 miglia a sud delle coste del Benin. 48 ore dopo la nave viene liberata.
21 aprile 2011. La motonave italiana «Rosalia D’Amato» viene assaltata nel mare Arabico e portata verso la Somalia. E’ ancora sotto sequestro alla fonda a nord di Mogadiscio.
24 luglio 2011. L’“Anema e Core”, un mercantile della compagnia armatrice Rdb Armatori Spa di Torre del Greco, viene sequestrato mentre navigava nel golfo della Nigeria e liberato cinque giorni dopo.
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