Confindustria Livorno Massa Carrara
News
Formazione
Login
Esci

E' il boom dei ragazzi nà© nà©  - Il Tirreno Livorno domenica 9 ottobre

 


 
Più di un giovane su 5 non studia e non lavora: Livorno da record
 
 
 
In tutto il Centro Nord solo a Brescia se ne contano più che da noi
 
MAURO ZUCCHELLI

 LIVORNO. La chiamano la “generazione né né” perché né studiano né lavorano eppure, avendo superato i 15 anni ma senza raggiungere i 30, hanno un’energia da scoppiare e tutta la vita davanti. Parcheggiati un po’ nel limbo che gli consente di bighellonare e un po’ nella naftalina che ne soffoca la grinta e la potenzialità. Qui da noi più che altrove: nell’Italia che sta a nord di Roma, solo Brescia ne ha (appena) più di noi, parola dell’équipe di ricercatori di Italia Lavoro, braccio operativo del ministero dell’economia.
 Un “bel” passo in avanti, visto che basta tornare alla ricerca precedente per accorgerci che nel 2009, secondo gli studi statistici di Italia Lavoro, erano tre le province che se la cavavano peggio di noi (Massa, Rieti e Frosinone).
 Risultato: un giovane ogni cinque è catalogabile fra i “né né”. Anzi, di più se è vero che nel 2010 in provincia di Livorno la percentuale è arrivata al 21,8% di tutti i giovani in quella striscia di età.
 Stiamo parlando di quasi diecimila giovani in tutta la nostra provincia, stando a quando racconta il dossier “I giovani Neet” che, appena pubblicato, ha fotografato la situazione del 2010. A esser precisi, se ne contano 9.680, più della metà sono ragazze (5.034). Ben 612 in più rispetto a dodici mesi prima. Con un balzo impressionante fra i maschi: da 3.715 a 4.646, quasi mille in più in un solo anno.
 Rischia di rispuntare fuori la vecchia polemica sui “bamboccioni”: agli occhi dei ragazzi potrà essere apparentemente piacevole starsene fra pub, facebook e amicilontano da obblighi, guai e responsabilità dell’età adulta ma, in realtà, a tenerli parcheggiati in limbo senza futuro è soprattutto il sistema economico locale che non li assorbe o li prende tutt’al più per lavoricchi fatti di niente. Paghe quasi zero e prospettive idem.
 La conferma arriva da un’altra ricerca di Italia Lavoro: quella che, costrunedo la mappa del mercato del lavoro provincia per provincia, alza il velo sullo sbriciolamento dell’occupazione in un puzzle di “pezzi” di lavoro. Lo fa smettendo di contare i “posti” o le “assunzioni” come se fossero tutti uguali: meglio distinguerli in base alle ore effettivamente lavorate nell’arco di una settimana.
 La precarizzazione spintissima qui da noi? Niente la racconta meglio del dato relativo ai lavoratori che dichiarano di avere un impiego al di sotto delle dieci ore settimanali: una briciola di lavoro che riguarda un addetto su 27, cioè il 3,7% del totale. Pochissimo solo in apparenza: in tutta Italia solo cinque province - tre in Sardegna (Cagliari, Nuoro e Sassari) più Cosenza ma anche la toscanissima Grosseto - hanno una quota più alta di questi posti così destrutturati.
 Non è un capriccio strano delle statistiche: basta dare un’occhiata al resto di questa “geografia del lavoro” in base alle ore lavorate. Ad esempio, i lavoratori occupati (28,2%) per un orario che copre da 26 a 39 ore settimanali sorpassano di gran lunga quelli con il “normale” contratto di 40 ore: questi ultimi sono a malapena il 25,6%. Uno su quattro, insomma.
 Difficile etichettarla come una semplice curiosità: fra i lavoratori con 26-39 ore la percentuale è così alta da farci schizzare fra le prime 12 province in Italia (al secondo posto in Toscana alle spalle di Pisa). Per quanto riguarda gli assunti con orario tradizionale pieno, eccoci invece in fondissimo alla classifica che mette in fila le oltre cento province del Bel Paese: quart’ultimi. Peggio di noi solo un pezzetto di Sicilia (Enna e Agrigento) più un angolo di Sardegna (l’Ogliastra).
 A dirla tutta, va in frantumi anche l’idea del livornese che se ne infischia di lavorare e, di fronte alla tentazione dell’ambra solare o della sala corse, ha le spalle tonde. La stessa indagine dice che un lavoratore su cinque (19,4%) dichiara di essere impegnato più di 41 ore alla settimana: sia chiaro, qui il record proprio non lo facciamo ma il dato livornese è in linea con la media toscana (due punti al di sopra di Pisa e tre in più rispetto a Firenze).
 Ma lo tsunami sulla condizione giovanile è riassumobile in un altro dato che, pesante più di un macigno, viene scaraventato sul tavolo dall’indagine compiuta dall’Anci in vista dell’assemblea numero 28 (titolo: “Il ruolo dei Comuni al tempo della crisi. 2009-2011: cosa cambia”). La disoccupazione giovanile (15-24 anni) esplode fuori dai recinti tradizionali del Mezzogiorno e diventa «preoccupante anche al Centro Nord»: in questo quadro viene definito «esemplare» il caso di Livorno. Secondo i dati dell’associazione dei Comuni, a cavallo fra il 2008 e lo scorso anno è sestuplicata schizzando «dall’8,3% al 51,8%». Con una punta che ormai ci infila in mezzo alle realtà più difficili del Sud.

IN CIFRE
 
 
 
 


Fuori regione: 0,8%  Il “monitor” di Italia Lavoro radiografa sui luoghi di lavoro da dove arrivano i lavoratori provenienti da fuori regione e, provincia per provincia, dove emigrano chi va a lavorare fuori. Risultato: i residenti in provincia di Livorno hanno un fortissimo radicamento territoriale e fanno la valigia meno di chi abita in altre zone. Questo termometro della mobilità territoriale dice che è praticamente zero la quota di chi va all’estero e resta inchiodata all’0,8% quella di chi se ne va fuori Toscana. Meno di noi solo 9 province (su oltre cento): e, eccezion fatta per Cagliari, Sassari e Olbia, si tratta di zone dalle quali non importa emigrare perché creano lavoro (Bologna, Ravenna, Lecco, Bolzano, Cuneo e, in Toscana, Prato).

Part time donne: 35,7%  Fra le 61mila donne occupate nella nostra provincia si contano 21.857 part time. E’ una quota che sfiora il 36%, dice uno studio di Italia Lavoro. Delle due l’una: o è un indicatore di flessibilità positiva in grado di venire incontro alle esigenze di donne che cercano un impegno a tempo parziale per far quadrare gli orari con le esigenze familiari o, al contrario, più probabilmente è l’indizio di un mercato del lavoro che mette le donne in condizione di debolezza e offre loro solo lavoricchi poco gratificanti.

I laureati devono fare la valigia
 
Apprendistato e stage, altrove sono il doppio
 
 
 
 


 Lo spezzettamento dei lavori non la attesta solo l’esperienza quotidiana di tanti under 30. L’ultimo Rapporto Excelsior, firmato da Camera di commercio e Provincia, fa le lastre alle assunzioni che gli imprenditori mettono in preventivo nei due anni successivi: è un dossier in grado di segnalare una sventagliata di elementi che parlano chiaro.

#
 Tempo indeterminato. Le assunzioni a tempo indeterminato diminuiscono grossomodo di un punto percentuale sia in campo locale che a livello regionale o nazionale, ma se nel resto d’Italia sono ancora sopra il 46% e in Toscana superano comunque il 35%, a Livorno sono rare come le mosche bianche e raggiungono a malapena il 25,7%.
#
 Stagionali. La stagionalità degli impieghi è talmente strutturale al sistema da risultare il doppio rispetto al resto della regione e il triplo rispetto all’Italia. Tradotto: in rapporto a ogni cento addetti non stagionali, le assunzioni stagionali sono 133 a Livorno (contro le 63 in Toscana e le 45 guardando a tutta Italia).

#
 Laureati. Fa dietrofront la crescita della domanda di laureati, che nella nostra provincia è stata per anni sotto il 5% delle assunzioni ma, passin passino, era raddoppiata e nel 2009 era arrivata al 9,4% ma poi torna giù al 6,5%. La percentuale tocca l’8,5% se si mettono nel conto le collaborazioni a progetto: certo che siamo lontani anni luce dagli standard della Toscana (14,5%) o del resto d’Italia (18,3%).
#
 Apprendistato. Nel 2010 le assunzioni previste con contratto di apprendistato su scala nazionale calano appena rispetto all’anno precedente (dal 9% all’8,1%), hanno una certa battuta d’arresto in Toscana (dal 10,4% a poco più dell’8%) e a Livorno, dove già erano meno, quasi si dimezzano (dall’8,1% al 4,6%).

#
 Stage. Perfino gli stage, uno strumento minimo di apertura all’ingresso di giovani in fabbriche e uffici, sono qui da noi al di sotto di ogni aspettativa. Le cifre? In Toscana e in campo nazionale si vola su standard (abbastanza stabili) di 40 stage ogni cento assunzioni, a Livorno l’ultimo dato è del 2009 e dice che si precipita rispetto all’anno precedente e ormai non si tocca neanche quota 15.
m.z.


Argomenti
Condividi

Altri articoli di Formazione

News Correlate

Scopri anche...

    

Network di Sistema

Ance Massa
Disponibile su:
UP