Confindustria Livorno Massa Carrara
News
Formazione
Login
Esci

AsaTrade vendesi ma il gas è la gallina dalle uova d'oro - Il Tirreno Livorno domenica 2 ottobre

 

La privatizzazione della capogruppo nel 2004 ha fruttato la metà di quanto ottenuto da Pisa o Grosseto
 
MAURO ZUCCHELLI

 LIVORNO. Nelle nuove “tavole di Mosè” su cui il sindaco Alessandro Cosimi e la sua maggioranza fondano la santa alleanza «verso il 2014», la ricetta con cui cucinare l’Asa non è in cima alle cinque paginette bensì in fondo al punto 11.
 Per l’acquedotto l’orizzonte è relativamente esplicito: quello della «ripubblicizzazione dell’acqua» (vale come strizzata d’occhio a quanti come Sel e Idv, dentro la coalizione, ne hanno fatto un cavallo di battaglia). Magari, con calma e gesso, dando «mandato a uffici e organi competenti» di lavorare alla «definizione dell’attuazione del percorso indicato dal risultato referendario».
 La prosa si fa più indefinita quando si passa al gas. «Valorizzare il livello dell’attività AsaTrade» è una formulazione in cui sta dentro qualunque cosa, un po’ come nelle braghe di Eta Beta, l’alieno della premiata ditta Disney. E’ del tutto casuale ogni riferimento al tira-molla in casa Pd così come dentro la giunta (e pure fra Pd e giunta) riguardo alla vendita della società Asa del settore gas, che un tempo fra le municipalizzate era la gallina dalle uova d’oro e un po’ potrebbe esserlo ancora. Anzi, lo è.

SCAMBIO GAS-ACQUA  Vendere, ma come? Da un lato, l’ipotesi di intavolare una trattativa con Genova (ora insieme a Torino e all’Emilia) per fare lo scambio: ti cedo il gas, mi ridai quel 40% di Asa che t’ho venduto nel 2004. Dall’altro, la tentazione di non rinchiudersi nel tu per tu solo con i genovesi ma di mettere all’asta AsaTrade: chi offre di più se la piglia e con gli introiti ci si ricompra Asa nel senso di acquedotto.
 C’è un primo “ma”: occhio, AsaTrade non è del Comune di Livorno bensì di Asa spa, di cui Livorno ha il 36,5%. Dunque, se AsaTrade fosse ceduta a 100, in realtà a Livorno andrebbe poco più di 36, cioè circa un terzo del valore.
 C’è un secondo “ma”, e anche questo lo sussurrano dalla nomenklatura aziendale: l’Asa ha in dote la concessione fino al 2026 ed è cosa che pesa molto nella determinazione del prezzo. La ripubblicizzazione - viene ribadito - è «più conveniente quando saremo più vicini alla scadenza della concessione, adesso no».
 E’ un doppio altolà all’acquedotto pubblico da tradurre così: la classe politica vuol vendere AsaTrade? Invece che comprarci l’acquedotto, gli introiti reinvestiteli in Asa.

«MA È UN AUTOGOL»  Settori del sindacato, ad esempio dal fronte Cobas, squadernano sul tavolo dubbi e perplessità proprio riguardo all’idea di cedere ai privati la società del gas: «Il flusso di cassa generato dagli incassi di AsaTrade - afferma Mauro Rustici, esponente degli extraconfederali del sindacato Usb - ha consentito di superare le difficoltà che spesso la casa-madre Asa e il suo settore acqua devono affrontare sul versante della spesa corrente. Se viene meno quest’appoggio, non c’è il rischio che alla fine s’indebolisca tutta l’Asa? Guardacaso, si immagina di passare ai privati appunto l’attività più remunerativa: perché non tenerla in mani pubbliche e utilizzarne i ricavi a beneficio pubblico?».
 Non è comunque una novità l’idea di mettere in vendita la controllata del settore gas: l’aveva deliberato tre anni fa il consiglio di gestione Asa. Il presidente Fabio Del Nista ricorda rivendica di essersi opposto. «L’avremmo fatto in condizioni di debolezza. AsaTrade, nata per un obbligo di legge, aveva mosso i primi passi senza capitale. Adesso ha spalle finanziarie meno fragili e produce utili».

ACQUA IN MANO PUBBLICA  I Comuni non hanno quattrini e la vendita di AsaTrade è la possibilità per concretizzare davvero la volontà politica espressa dal referendum sull’acqua. Forse non l’unica, se è vero che l’Asa è in arretrato con i pagamenti delle concessioni ai Comuni (una fonte parla di 22 milioni di euro più altri sette ancora da dare alla Liri): in tal caso il credito - quasi un fantasma in bilancio come il “delta Ato” sull’altra colonna - sarebbe usato come “moneta” per pagare la riacquisizione.
 Attenzione però a non fare il bis dell’harakiri compiuto sette anni fa con la sorella maggiore Asa. Harakiri obbligato perché in condizioni di necessità? Può darsi, certo che la vendita fu per quattro soldi: 9,3 milioni di euro (più il successivo “premio” una volta che fosse giunto a conclusione l’iter dell’offshore Olt). Neanche il valore di un portiere appena bravino come Stekelemburg. Eppure a Pisa il 45% è stato pagato da Acea-Ondeo più del doppio, cioè 19 milioni, idem a Grosseto per il 40% mentre a Firenze-Prato analoga quota è costata 60 milioni.

IN CATTIVO STATO  Difficile però pensare di incassare di più. I conti Asa erano evidentemente troppo ottimisti per esser messi sotto gli occhi pignoli di potenziali acquirenti: prima della cessione, una sistematina nel segno della prudenza ha fatto schizzare il “rosso” a 5 milioni nel 2003. Uno choc, e tuttavia nel 2005 si è avuta la doccia fredda di una ulteriore correzione che ha cancellato altri otto milioni di euro fra perdite extra e ricavi sovrastimati.
 A zavorrare la possibilità di una quotazione migliore è stato anche qualcos’altro: il primo tentativo di cedere l’Asa si era risolto in un niente e nel D-day della seconda vendita è emerso che il colosso romano Acea dava per scontato un secondo flop, contando che l’Asa potesse esser conquistata alla terza asta a prezzi da saldissimi di fine stagione.
 Non basta. Quei soldi erano utili anche per puntellare i conti di Aamps (cinque milioni cash oltre al passaggio di quattrino sonante da Asa a Aamps per l’acquisto di Paduletta, senza contare il conferimento della sede di via Bandi da mettere all’asta a 4,1 milioni di euro). Il resto dei quattrini genovesi, poco meno di quattro milioni di euro, Livorno li ha rimessi nella cassaforte di Asa per riguadagnare il ruolo e il peso che aveva perso per strada: in pochi mesi Palazzo civico era sceso in Asa dal 100% al 29%, perdendo dunque anche la leadership della parte pubblica in una fase in cui non erano mancati contrasti anche aspri con gli altri Comuni (tutti insieme al 31%).

LO ZAMPINO DI GENOVA  Figuriamoci se il socio genovese ha buttato via i suoi soldi. Gli hanno permesso di infilarsi in un gioco che: 1) l’ha portato già ad acquisire il 46,8% di un offshore (da 600 milioni di investimento in un rigassificatore da 3,7 miliardi di metri cubi annui, vale da solo il 4% dell’intero fabbisogno di gas di tutto il Paese); 2) gli ha già fatto mettere piede (e potrebbe consegnargli del tutto) un’azienda gas che nell’ultima semestrale mostra ricavi per 27,2 milioni di euro e un utile di 869mila.
 Genova, anzi l’ex municipalizzata formato kolossal costruita con Torino e tre città emiliane, è il socio “privato” nei modi: il capitale è pubblico e risponde a un conclave di sindaci-guida. Il problema non è se il partner semi-privato cerca di fare i propri interessi ma il fatto che il Comune di Livorno ha passato ai genovesi non solo il 40% delle quote bensì soprattutto il volante della gestione: tocca a Palazzo civico la nomina del presidente e tuttavia, siccome spettano a Genova gli altri due consiglieri, è facile intuire che le deleghe sono andate a chi (i genovesi) aveva la maggioranza.

(3, continua)

IDENTIKIT
 
 
 
 
27,2 milioni  di euro: i ricavi di AsaTrade al 30 giugno scorso.

4,6%  la crescita dei ricavi, secondo la semestrale di gruppo, rispetto all’analogo dato di 12 mesi prima.

23,9%  l’incremento del risultato ante imposte per quanto riguarda AsaTrade, sempre secondo la semestrale del giugno scorso: i conti sono ok passando da 1,06 milioni a 1,32 milioni.

53,9 milioni  i metri cubi di gas erogati: più 3,4% rispetto al giugno 2010.

184mila euro  l’ammontare delle indennità di mora al 30 giugno scorso, oltre il triplo in più rispetto a dodici mesi prima.

IL CASO
 
La parabola del tubo e della buca
 
 
 
 


 LIVORNO. Si racconta che a un dotto convegno in Regione - vedi alla voce paradossi e burocrazia - sia andata in scena la parabola del tubo. In sintesi: bisogna passare una serie di tubi sottoterra per collegare una zona a un’altra, finché i progetti vengono presentati in modo distinto l’iter è semplice, se lo stesso progetto viene presentato in forma unitaria ci si infila in un ginepraio infinito.
 Ma all’Asa potrebbero scrivere anche l’apologo della buca. C’è da costruire in una zona dell’interno un invaso contro la siccità: è una buca colossale da 700mila metri cubi. Sembrava quasi fatta con una società che si offre di fare la buca gratis chiedendo in cambio la terra da asportare. Ma a questo punto non è più catalogabile come una buca per un invaso idrico (la cui terra escavata ovviamente doveva esser ricollocata in altra zona): la terra asportata cambia identikit e diventa materia prima anziché rifiuto. Dunque quella non è una buca bensì una cava, e come tale va soggetta alle autorizzazioni di un piano regionale, eccetera. Risultato: la buca è stata fatta, si è dovuto trovare dove smaltire la terra escavata e il tutto è costato 14 milioni di euro.
 Analogo insegnamento arriva dalla vicenda del boro. L’Asa spenderà attorno ai 20 milioni di euro (con un 2-3% di rincaro sulle tariffe) per un impianto che servirà ad abbassare la presenza di boro in tale acqua potabile, ed è indispensabile metterlo in funzione entro tempi brevissimi perché scade la deroga dell’Unione europea che fissa a una parte per milione il limite per il boro al di sopra del quale l’acqua non può essere più inviata ai rubinetti. Eppure per l’Organizzazione mondiale della sanità - dicono all’Asa - il limite dovrebbe essere fra 2,4 e 3,3 mentre «in Canada così come per le acque minerali in bottiglia che beviamo ogni giorno questo standard è fissato 5 volte più in alto di quel che varrà per l’acquedotto».

E ora all’Asa tornano i concorsi
 
Entro fine anno bandi per elettricisti e idraulici
 
 
 
 
 LIVORNO.  La conferma arriva dal presidente di Asa spa, Fabio Del Nista. «Torneremo ad assumere, e lo faremo attraverso concorsi». Quando? «Entro fine anno». Cosa? «Elettricisti e idraulici». Il momento per farsi avanti sarà al momento in cui i bandi saranno pubblicati indicando requisiti, scadenze e modalità.
 È una inversione di tendenza per due motivi.
 L’uno: si torna ai concorsi, dopo che per un periodo, l’Asa trasformata in società per azioni aveva preso ad fare entrare le nuove leve da precari interinali, stabilizzandone poi la posizione. Altri ingressi erano avvenuti invece trasferendo nei ranghi di Asa persone inizialmente assunte in società satellite aperte in tandem con i privati: l’esempio più noto è quello del figlio dell’allora sindaco Lamberti, agli inizi in Asa Ozono.
 L’altro: negli ultimi anni - sottolineano da via del Gazometro - si era registrato quasi lo stop alle assunzioni, dopo aver raggiunto nel 2005 il massimo storico inglobando il personale delle società assorbite a Piombino, Elba e Volterra per diventare il gestore unico dell’acquedotto in 33 Comuni dal Calambrone alla provincia di Siena.
 Questo secondo aspetto è in rotta di collisione con chi, anche e forse soprattutto nel centrosinistra al governo in città, addebita a un surplus di addetti i guai dei conti Asa. L’azienda respoinge al mittente l’accusa: «Siamo tornati al mezzo migliaio di dipendenti che avevamo sette anni fa - dice Michele Caturegli, direttore Asa - siamo quasi 60 in meno rispetto al 2005 e i settori operai sono senz’altro sotto organico». Dal picco del 2005 (561 addetti), con i dirigenti scesi da otto a sette e i quadri rimasti 17, si sono rovesciati i rapporti fra impiegati e operai: i primi (categoria in cui sono classificati anche i tecnici) in sei anni sono passati da 262 a 254 sorpassando i secondi, scesi da 274 a 225.


Argomenti
Condividi

Altri articoli di Formazione

News Correlate

Scopri anche...

Aziende che si occupano di

Ricerca Innovazione

    

Network di Sistema

Ance Massa
Disponibile su:
UP