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Livorno, nel 1861 era la più ricca - Il Tirreno Livorno

 

Eravamo primi nel Bel Paese. Nel 2011, per Unioncamere, c’è una ripresina
 
MAURO ZUCCHELLI

 LIVORNO. A sud del Porto mediceo c’era da riconvertire il Regio Arsenale, appena nato, in un cantiere navale privato, c’erano gli stabilimenti balneari dove si scopriva il fascino del mare come svago. Era la Livorno dei primissimi anni dopo l’unità d’Italia, un secolo e mezzo fa, e la trama della storia sembra quasi la stessa: semmai Paolo Vitelli di Azimut Benetti ha preso il posto di Salvatore Orlando, i Pancaldi non hanno nemmeno cambiato nome anche se ora si va in bikini e a quel tempo guai a mostrar nude perfino le caviglie.
 Ma una differenza c’è e ce la ricorda l’ultimo dossier di Unioncamere che misura, provincia per provincia, l’evoluzione della ricchezza prodotta dai sistemi economici locali andando a ritroso da adesso a quel benedetto 1861 fra Garibaldi, Cavour e re Vittorio Emanuele. Risultato: nel 1861, anno zero della nuova Italia sabauda, eravamo la provincia più florida del Bel Paese in fatto di valore aggiunto. Ora, anzi da almeno una ventina d’anni, galleggiamo a metà classifica: giusto sopra il Mezzogiorno ma in zona quasi retrocessione se guardiamo solo la metà del Bel Paese che sta a nord di Roma.
 La “torta” della ricchezza prodotta dall’apparato produttivo locale all’inizio degli anni novanta non superava a Livorno gli 11.500 euro a testa, inclusi i bebè, mentre adesso è più del doppio (24.500 euro): ma l’incremento del valore aggiunto medio a livello nazionale è di almeno cinque punti percentuali più alta di quella registrata nella nostra provincia. E a Lucca arriva a 10 punti di differenza: magra consolazione il fatto che Pisa abbia camminato più lentamente di noi, lo standard del valore aggiunto pro capite è di 1.200 euro annui superiore al nostro...
 In realtà, spingere troppo all’indietro queste stime - come spiega qui a fianco il prof. Falco - è un esercizio da prendere con le molle: anzi, con le molle doppie o forse quadruple. Sta di fatto che l’ordine di grandezza rimane assai differente: da un lato, a metà Ottocento una posizione di primo piano in campo nazionale e, dall’altra, adesso un vivacchiare senza infamia ma anche con pochissima lode. E non da oggi: alla fine degli anni ottanta eravamo al 48º posto nella graduatoria nazionale e al 44º all’inizio del decennio successivo. Rimbalzando poi attorno al 50º gradino della classifica dei cento campanili d’Italia fino al 2000.
 La collocazione nella graduatoria nazionale della “ricchezza” finisce poi sull’altalena con oscillazioni di anno in anno più forte man mano che ci si avvicina ai giorni nostri: basti dire che nel 2005 si raggiunge il miglior risultato dell’ultimo quarto di secolo (40º posto), appena il tempo di tornare giù al 53º scalino nel 2007 e tornare negli ultimi anni appena al di sopra o appena al di sotto della 50ª posizione. Come se stessimo tutt’al più tenendoci a galla arrangiandoci alla meno peggio con tanti scampoli di qualcosa: sempre meno industria (solo il 18% del Pil provinciale), una spruzzata di turismo, parecchio commercio e tanto mattone, un po’ di servizi ma poco innovativi.
 Non siamo più una città di ciminiere, il porto cresce ma meno degli altri scali e comunque soprattutto in traffici al di fuori dal settore container: possiamo dire ciò che non siamo (più), ciò che non vogliamo (più). Ma il nuovo modello di sviluppo è ancora di là da venire: la nottata da ancora da passare. Anche se, ammesso di voler credere a questi conti come al vangelo dello sviluppo, un barlumino s’intravede: la stima Unioncamere del valore aggiunto 2011 provincia per provincia ipotizza un incremento di 680 euro negli ultimi 12 mesi. Un saltino in avanti niente male: solo 25 province hanno mostrato più sprint di noi. Chissà se è solo un capriccio delle statistiche o una lucina in questo dannato tunnel che inghiotte lavoro e speranze.

L’ESPERTO
 
Il prof Falco invita ad essere prudenti con i numeri
 
 

 LIVORNO.  «Qualunque tentativo di spingere a ritroso la disaggregazione degli indicatori economici su scala provinciale va preso con molta, moltissima cautela: il numero può avere un fascino in sé ma finora non si è riusciti a compiere questo tipo di operazioni con una sufficiente attendibilità scientifica». Il prof. Giancarlo Falco, apprezzato storico dell’economia, docente a Pisa ma almeno per metà livornese, invita a alla prudenza: «Si tratta tutt’al più di stime con larga approssimazione, ricostruite sulla base di aggregati di livello nazionale».
 Livorno arriva alla metà dell’Ottocento con un modello di sviluppo incentrato sul “porto franco” che l’unificazione sabauda cancellerà e su una strategia di porto di deposito che arriva al capolinea in quegli stessi anni? Come dire: quel primato-simbolo del 1861 come provincia più ricca è l’ultimo frutto di una stagione (granducale) che si sta spegnendo?
 Falco invita ad andare con i piedi di piombo con i numeri ma, se possibile, raddoppia il suggerimento in modo ancor più perentorio per quanto riguarda le interpretazioni: «C’è un “buco” negli studi sull’evoluzione degli ingranaggi nascosti della storia economica della città: lascia in ombra il periodo che va grossomodo dal 1840 al 1880». Lo studioso ricorda, ad esempio, che successivamente vedrà Livorno subire i contraccolpi della crisi della Banca Tiberina coinvolta in speculazioni immobiliari («c’erano capitali livornesi lì dentro») così come «i guai di un’altra banca locale che bruciano i patrimoni di un gruppo di operatori travolti dalle traversie di una società zuccheriera di Ancona».
 Guardando all’indietro si rischia di credere che la città sia sempre stata quel che è adesso. «E’ un fenomeno - dice Falco - che si ritrova spesso nelle città sottoposte a grandi trasformazioni del proprio assetto: personalmente l’ho rivisto studiando Trieste. Invece la Livorno di oltre un secolo fa vede esaurire il modello di portualità che l’aveva condotta al successo, poi l’affermarsi di un polo industriale (anche con capitali stranieri), infine una nuova stagione di centralità del porto come fulcro logistico».


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