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Scienziato a mille euro Valerio, vita da genio ma ora dovrà emigrare - Il Tirreno Livorno
Nei laboratori della Normale lavora a un sistema per riparare le cellule Voga per il rione del San Jacopo
JUNA GOTI
LIVORNO. Quando si dice “l’abito non fa il monaco”. Valerio Voliani è un ragazzone livornese classe 1982: abbronzato, rasta lunghi sulla schiena, remo in mano. Quello dei gozzi livornesi, perché da dieci anni si allena in cantina (ora quella del San Jacopo, prima quelle del Magenta e del Fabbricotti), sale in barca e corre le gare del Palio Marinaro. Poi si infila il camice bianco, gli occhiali e, come dice lui, «inizio a giocare».
Il gioco di chiama “nanochimica”. La stanza dei divertimenti è uno dei laboratori della prestigiosa scuola Normale di Pisa: quella dell’ex presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, o del Nobel per la fisica, Enrico Fermi.
Cos’è la nonochimica? Valerio prova a farla sembrare una cosetta facile facile: «Principi della fisica applicati a problematiche biologiche. Sì, insomma, microscopìa e ottica in ambito cellulare». Che tradotto sta per: «Cerchiamo di trovare sistemi per combattere i tumori o sviluppare applicazioni per intervenire in caso di malattie genetiche».
L’invenzione. L’amante che lo sta tenendo occupato giorno e notte nel suo laboratorio, insieme a un bel gruppo di ricercatori, è una specie di pony express della cellula. «Un sistema nanometrico - spiega - grande un milionesimo di millimetro, capace di andare a cercare la cellula malata e rilasciare (su comando) il cargo che si porta dietro: un farmaco o un pezzo di Dna».
Un po’ come un autotrasportatore o un pony express che consegna la pizza. «Stiamo lavorando per azionare il sistema da fuori - chiarisce - attraverso segnali luminosi».
Il chimico-vogatore (che il 17 luglio compirà 29 anni) ha un curriculum chilometrico, scritto rigorosamente in inglese come tutti quelli che figurano sul sito della scuola Normale: una finestra sul mondo, anzi sull’universo dei numeri e delle relazione internazionali, dove ragionare per piccoli orticelli non avrebbe - per dirlo con il linguaggio delle cifre - alcuna logica.
Si è diplomato all’Iti di via Galilei nel 2001, si è iscritto all’Università di Pisa e in tre anni ha preso la laurea in chimica. Poi, nel 2004, il concorso e l’ingresso (per la specialistica) alla Normale. Due anni dopo ha già in tasca la specializzazione in chimica inorganica, con uno studio sulle “proteine verdi fluorescenti”.
A cavallo tra il 2006 e il 2007 entra nella ricerca del Nest (National enterprise for nanoScienze and nanoTechnology): un centro interdisciplinare che abbraccia la Normale, l’Istituto italiano di tecnologia e il Consiglio nazionale delle ricerche. Parte il dottorato di ricerca e quella stanza fatta di provette, microscopi e formule diventa sempre di più casa.
Vita da genio, stipendio da operaio. «E’ vero, sono un topo da laboratorio: adoro la ricerca e i miei microscopi». Al telefono il normalista scherza, mentre corre in macchina da una parte all’altra della Toscana. Si sta spostando per qualche ora da piazza dei Cavalieri, dove passa gran parte della giornata («e qualche volta anche della nottata») alle industrie di Piombino. Ma poi tornerà, come ogni sera, a Livorno: allenamento in cantina, bevuta con gli amici.
«Ho una borsa studio - racconta - prendo mille euro al mese. I numeri in Italia sono questi. Ma non voglio abbandonare la ricerca, è la mia vita...».
Meglio correre all’estero. «Ho fatto qualche ripetizione - racconta - e insegnato ai ragazzi della mia ex scuola (l’Iti). A settembre mi dottoro. Poi ho deciso di lasciare l’Italia. Sto pensando a dove andare: forse alla Berkeley in California o in Spagna. Lo faccio per una crescita personale: le esperienze all’estero sono sempre importanti a livello professionale e umano. Poi perché dalle nostre parti non ci sarebbero comunque alternative: la riforma Gelmini ha tolto anche le borse studio post dottorato».
«Ottimo curriculum, ma per noi è troppo». L’alternativa alla ricerca universitaria è solo (o soprattutto) una: le aziende. «Non mi ci vedo proprio - dice di getto il normalista - le aziende non sono il mio futuro: non voglio fare il lavoro d’ufficio, punto alla ricerca a tutti gli effetti».
«Comunque - riprende - di colloqui ne ho fatti. Sembrerà il colmo, ma la risposta che arriva è sempre la stessa: “Siamo spiacenti, il curriculum è ottimo ma dovremmo pagarla troppo”. Fenomeno tutto italico: ho amici all’estero che lasciano la ricerca proprio perché se li bevono le aziende».
E il colmo diventa assurdità quando l’astro nascente della chimica racconta che «alcuni colleghi si vedono costretti a togliere un po’ di roba dal curriculum (insomma, alleggerire le qualifiche) perché sennò non ti prendono».
Risultato: arrivederci Italia, i cervelli vanno a surfare in California...
Vogliono fare tutti gli ingegneri
Università, ecco le scelte delle nostre matricole
LIVORNO. Potremmo chiamarla “generazione ingegneria”. Poco importa se biomedica, edlile, elettronica, meccanica, aerospaziale o nucleare. Sarà l’amore sviscerato per integrali e costruzioni o (più probabile) la speranza di trovare lavoro, ma quest’anno il numero più alto di matricole livornesi iscritte all’università è proprio a ingegneria: 181, considerando i quattordici diversi corsi di laurea.
Sono 1184 i nuovi iscritti livornesi all’università di Pisa per l’anno accademico 2010-2011. Se si lascia da parte giurisprudenza, la stragrande maggioranza ha scelto proprio materie scientifiche: 181 ingegneria, 154 le branche della medicina (da scienze infermieristiche a veterinaria, passando per chirurgia), 134 economia, 121 legge. Poi le scienze matematiche, chimiche e fisiche (113), lettere (98), scienze politiche (83), lingue e letterature straniere (80), agraria (40) e farmacia (39).
Capitolo a parte meritano le interfacoltà: nove in tutto, che vanno da scienze del turismo a scienze erboristiche, passando per informatica umanistica e legislazione dei sistemi logistici. Proprio il polo della logistica conta il numero più alto di matricole livornesi: 72. Logica la spiegazione: il distaccamento è sulla nostra costa.
Spulciando i dati del 2009 e del 2008 lo scenario non cambia poi molto, segnando una tendenza almeno di breve periodo: le materie scientifiche hanno di gran lunga la meglio su quelle di carattere umanistico-giuridico-politico.
Lo scorso anno gli appena diplomati (un po’ in controtendenza con la linea nazionale) hanno scelto soprattutto matematica e dintorni (187). Poi ingegneria (180), tutte le sfaccettature della medicina (154), economia (152) e giurisprudenza (128).
Scacchiera simile nel 2008: al primo posto ancora ingegneria (187), le medicine (155), scienze matematiche, chimiche e fisiche (143), lettere (123), economia (117). Seguite da scienze politiche (108), giurisprudenza (107), lingue e letterature straniere (66), farmacia (60) e agraria (20).
Va detto che negli ultimi tre anni il numero di matricole livornesi (almeno a Unipi) è sceso di 43 unità: da 1227 a 1184.
Per avere un quadro più completo (anche se non certo esaustivo visto che c’è chi sceglie di spostarsi fuori regione, soprattutto a Roma e Milano) occorre dare uno sguardo all’università di Firenze. Lo scorso anno il numero totale di iscritti livornesi a Unifi è stato di 1212: 172 i nuovi immatricolati per l’anno accademico 2009-2010, soprattutto a scienze della formazione (55, anche in questo caso esiste un polo in via Galilei), psicologia (25), architettura (23), scienze politiche (22).
J.G.
Tante iscrizioni ai corsi
Ma alla fine solo uno su quattro si specializza
LIVORNO. Uno su mille ce la fa, cantava Morandi. Ma quanti sono, al di là delle intenzioni, quelli che si portano davvero a casa il pezzo di carta? E, soprattutto, dopo quanti anni? Se al momento non è possibile indicare con certezza quanti, dei livornesi immatricolati negli ultimi cinque anni, si sono laureati in pari (o almeno laureati), è possibile dire con precisione quanti sono, in media, gli studenti che scelgono di iscriversi alla specialistica e continuare il percorso di studi: uno su quattro, al massimo (solo in alcuni ambiti disciplinari) uno su tre.
A settembre, ad esempio, i livornesi che hanno scelto di continuare il percorso di studi passando dalla triennale alla specialistica sono stati 259: 68 nei corsi di perfezionamento di ingegneria, 46 a economia, 36 nelle scienze matematiche, 22 per scienze politiche. E ancora lettere (21), lingue e letteratire straniere (10), agraria (5), interfacoltà varie (36). Considerando che il numero di iscritti livornesi a Unipi nell’ultimo periodo è stato sempre superiore a 1100, solo un terzo (ipotizzando che non ci siano troppe fughe nei corsi a ciclo unico) è andato avanti negli studi.
Tra questi solo 15 sono al momento alle prese con il perfezionamento nell’area medica (ad esempio ostetrica o tecniche diagnostiche): incide la difficoltà del settore, ma anche il fatto che il percorso di studi base è già lungo. Capitolo a parte per giurisprudenza, che dopo qualche anno sperimentale con il tre più due (triennale divisa dalla specialistica) è tornata ad essere a ciclo unico. Nei dati riferiti all’anno accademico in corso, quindi, non può più esistere la voce giurisprudenza tra i corsi di studio specialistici o magistrali. Ma per farsi un’idea bgasta spulciare i dati del 2009 e del 2008. A fronte di un numero di immatricolati quasi mai sceso, negli ultimi cinque anni, sotto il cento, ad iscriversi al primo anno della specialistica, tra il 2009 e il 2010, sono stati 38.
J.G.
LA CURIOSITà
Quattordici eccellenze livornesi alle prese con biofisica ed economia
LIVORNO. Sono quattordici gli studenti made in Livorno (tra provincia e città) iscritti ai corsi di studio delle due principali scuole d’eccellenza pisane: Normale e Sant’Anna.
Soprattutto discipline giuridico-economiche al Sant’Anna, biofisica molecolare e filologia alla Normale.
I livornesi iscritti a Unipi che frequentano i corsi del Sant’Anna sono sette: due a giurisprudenza (Marina Petri al secondo anno, Adriana Caravelli al terzo), una per scienze politiche (Irene Segati), medicina (Daniele Lorenzini al secondo anno), economia (Martino Colombo al terzo anno e Lorenzo Sussi al quarto), ingegneria (Vladimir Cravero che ha da poco iniziato il secondo anno).
Sono quasi tutti impegnati in stage all’estero, per lo più in Cina, com’è tradizione della prestigiosa scuola di alta formazione pisana: scambi professionali che, come ripetono a turno via e-mail gli studenti, «ci servono per guardare oltre i confini dell’Italia, stabilire contatti il più possibile duraturi con altri professionisti, scuole di ricerca, aziende: provare a pensare che il mondo (soprattutto nei campi dell’ingegneria e dell’economia) è davvero a portata di clic e domani il nostro più stretto cliente potrebbe essere in una città araba».
Ambiti diversi per i normalisti di Livorno e provincia, a lavoro tra le aule e i laboratori dello storico edificio di piazza dei Cavalieri. Sette in tutto, anche in questo caso: quattro frequentano percorsi di perfezionamento in biofisica molecolare (Valerio Voliani, Marco Brondi, David Porciani, Sandro Meucci), due si stanno perfezionando in discipline filologiche e linguistiche moderne (Luca Ciucci e Dea Merlini), uno in fisica (Filippo Sala).
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