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Lucchini, tornano in scena i grandi gruppi - Il Tirreno Piombino
Il presidente della Regione Rossi preme su Mps in cerca di un acquirente solido
Per salvare l’area a caldo necessari forti investimenti
GIORGIO PASQUINUCCI
PIOMBINO. Quale partita, e quali giocatori. E’ del tutto evidente che l’accordo di Mosca tra Mordashov e il pool di banche creditrici sulla ristrutturazione del debito di 770 milioni ha cambiato lo scenario su cui si gioca il futuro della Lucchini. A tenere la palla sono ora le banche che hanno già indicato il nome del supermanager, Adriano Bianchi, che avrà il compito di tirar fuori l’azienda siderurgica, una delle due rimaste nel nostro Paese a funzionare a ciclo integrale - è bene ricordarlo - dalle sabbie mobili.
E tra le cose dette ieri nel convegno organizzato dai sindacati sul futuro della Lucchini non può sfuggire quella sicuramente più importante, in questo momento. «Il presidente Rossi - ha detto l’assessore regionale al lavoro Gianfranco Simoncini - ha attivato di recente un rapporto con il Monte dei Paschi». Mordashov e Severstal, anche dopo l’accordo, restano infatti proprietari dell’intero pacchetto azionario. La garanzia delle banche è dunque legata in gran parte all’azione del “chief restructuring officier”.
La Lucchini dovrà presentare ai creditori il suo piano di ristrutturazione con al primo posto la vendita della controllata francese Ascometal che dovrebbe portare nelle casse del Gruppo circa 450 milioni di euro.
Ecco dunque il ruolo forte che potrebbe giocare il Monte dei Paschi, fortemente radicato nel territorio regionale e locale. Ed è proprio la banca senese a guidare la classifica dei creditori della Lucchini, con un’esposizione di ben 160,9 milioni di euro, il 20,3% dell’intero debito.
In questa direzione stanno quindi spingendo il presidente Rossi e il sindaco di Piombino Anselmi: cercare di far assumere al Mps un ruolo guida nel gruppo dei creditori, contando sull’assunzione di una responsabilità sociale. Del resto Mps non è solo il principale creditore della Lucchini, ma anche la banca che più risentirebbe, nel nostro territorio, di un suo eventuale e definitivo crollo.
Cambia la partita, dunque, e cambiano i giocatori. Finora è stato il gruppo siderurgico vicentino Beltrame l’orizzonte più vicino. Ma da qui sono nate anche le preoccupazioni dei sindacati. Con quale programma industriale si presenterebbe Beltrame a Piombino? Ci sono investimenti determinanti da fare se si vuol davvero salvare l’area a caldo, a cominciare dall’altoforno che nel 2014 arriverà a fine campagna. C’è tempo per pensarci? No. Se si vuol mantenere 2000 occupati oltre a un migliaio dell’indotto la scelta va fatta ora, nel giro di mesi, non di anni per la complessità della preparazione che comporta.
Ci vogliono circa 160 milioni per rifarlo. Un investimento che potrebbe spaventare chi non crede troppo in una ripresa dell’economia. Perché, come è noto, il ciclo integrale è una macchina rigida, che può far guadagnare molto quando il mercato tira, ma è poco flessibile quando arrivano le crisi. Più facile governare un’acciaieria elettrica. Un’ipotesi che ha affascinato: meno inquinamento, via altoforno e cokeria, via anche le centrali elettriche. Più facile, senza questo “ingombro” anche far passare la 398 attraverso la fabbrica.
Ma è anche un’ipotesi che costringerebbe d’un colpo a fare i conti con la perdita di migliaia di posti di lavoro che ci vorrebbe anni per recuperare. Dunque per una nuova partita si fa sempre più strada la convinzione che debbano cambiare anche i giocatori. Arcelor-Mittal, i cinesi della Baosteel? Non ci sono concrete manifestazioni d’interesse. Ma è forse a questo obiettivo, a trovare un compratore in grado di sostenere gli investimenti e che sia in grado di integrare Piombino in un mercato sempre più globalizzato su cui punta l’azione di Rossi e Anselmi verso il Mps. E’ evidente che ogni volta che a Piombino si parla di questo tema la lingua batte su Arcelor-Mittal anche per le sinergie che potrebbero mettersi in moto con la Magona. Fantasie? Allo stato dell’arte nessuna delle ipotesi appare definitivamente uscita di scena, quella del Gruppo Beltrame compresa.
L’AZIENDA
Compratori spaventati dai costi delle bonifiche
PIOMBINO. I costi per le bonifiche ambientali? Uno spauracchio per qualsiasi acquirente. E’ questa, in sintesi, la presa di posizione del management Lucchini, intervenuto nel corso del convegno con il direttore delle relazioni esterne Francesco Semino (nella foto). «A febbraio è stato firmato l’accordo preliminare con le banche - spiega Semino - serve ancora tempo per trasformarlo in un accordo fatto». L’ok slitterebbe, quindi, al mese di aprile, alcune settimane più tardi rispetto alla tabella di marcia auspicata. Solo quando l’intesa sarà ratificata, le banche proporranno una rosa di nomi e il Cda nominerà il Cfo. Il nome del manager Adriano Bianchi, circolato in questi giorni, non è stato confermato né smentito. La ristrutturazione resta quindi la priorità in questa fase, mentre sulla vendita l’azienda esclude novità.
E nuovi interessamenti, secondo l’azienda, potrebbero essere scoraggiati anche dai costi delle bonifiche ambientali. Nel 2005 Lucchini ha firmato l’accordo di programma nel quale si assume i costi delle bonifiche, in base alla quantità di suolo industriale occupato. Ma l’’accordo è bloccato da tempo e necesita di una rivisitazione. «Se oggi un compratore fosse interessato a Lucchini troverebbe un accordo che, tra messa in sicurezza della falda e danno ambientale, costerebbe all’azienda, almeno in teoria, 226 milioni di euro - ha spiegato Semino - già da tempo è chiaro a tutti come il progetto sia sovradimensionato».
Da rivedere, secondo gli addetti ai lavori, è il vecchio progetto del ministero dell’Ambiente che prevedeva il sistema di palancole dal porto fino a Tor del Sale. Un intervento considerato non necessario dal punto di vista tecnico e troppo costoso. «A questo si aggiunge un calcolo del danno ambientale (120 milioni) che non regge - aggiunge Semino - se non si risolve il problema in fretta, qualsiasi ipotesi di vendita rischia di restare bloccata».
In uno scenario di vendita i costi delle bonifiche andrebbero infatti ad aggiungersi alle cifre per gli investimenti, necessari per lo stabilimento. Solo il rifacimento dell’Afo verrebbe a costare 150-160 milioni.
Ora tutti stretti in difesa dell’altoforno
Il futuro senza ciclo integrale spaventa i sindacati
Il sindaco: «Investire parte dei soldi della vendita di Ascometal»
LUCA CENTINI
PIOMBINO. «Il governo riapra al più presto il tavolo nazionale sulla Lucchini». E’ un grido d’allarme quello che l’assessore al Lavoro Gianfranco Simoncini ha rivolto al governo nel corso di “Dove va la siderurgia”. Ieri mattina al Centro giovani si è tenuto il convegno organizzato dai sindacati Fim, Fiom e Uilm, dedicato alla vicenda Lucchini e al rilancio del polo siderurgico, da Magona a Dalmine, fino alle imprese dell’indotto.
Il futuro fa paura e Piombino si stringe intorno all’altoforno. In molti ieri hanno risposto all’invito dei segretari provinciali Fausto Fagioli (Fim), Luciano Gabrielli (Fiom) e Vincenzo Renda (Uilm). C’erano i rappresentanti delle istituzioni locali, sindacati, partiti politici e associazioni, oltre alla stessa azienda Lucchini. Sul palco si sono seguiti numerosi interventi. Le tre bandiere dei sindacati metalmeccanici erano sistemate una accanto all’altra. Una rarità piombinese, di questi tempi. Gabrielli (Fiom) ha aperto i lavori, ripercorrendo in pillole gli ultimi passaggi che hanno coinvolto il gruppo Lucchini. «L’accordo con le banche non ha prodotto i risultati sperati - spiega - Mordashov si è tirato indietro e il comando passa alle banche, il cui obiettivo consiste nella vendita, dopo Ascometal, dello stabilimento e degli altri presidi italiani». Ma gli scenari di vendita, in questi mesi, non sono mai decollati. E i sindacati invece di restare con le mani in mano hanno giocato d’anticipo, coivolgendo tutto il territorio. «Mettiamo in piedi una piattaforma rivendicativa comune, una visione unica per lo sviluppo di Lucchini».
Per i sindacati, quindi, Piombino deve già essere in grado di fissare paletti irrinunciabili, che dovranno orientare la ricerca di un interlocutore serio. Ciò sebbene non si conoscano potenziali acquirenti e la proprietà si sia defilata. Le banche, che guidano il periodo di transizione, sono chiamate a dimostrare responsabilità sociale e a non agire solo per rientrare dal debito. «Qualsiasi piano industriale verrà proposto, non dovrà mettere in discussione il ciclo integrale - ha spiegato Vincenzo Renda (Uilm) - anche il governo dovrà fare la sua parte, convincendo le banche a ricercare soluzioni che assicurino il rilancio di Piombino».
«Mettiamo in campo le nostre idee, anche se non è detto siano le stesse della proprietà - ha detto il sindaco Gianni Anselmi - quello che dobbiamo fare è salutare l’accordo con le banche e chiedere agli istituti di credito e al prossimo Cfo che le risorse provenienti dalla vendita di Ascometal non siano tutte assorbite per abbattere il debito. Il ciclo integrale è la scelta giusta, a patto che sia moderno, governato ambientalmente e competitivo». Ma l’impressione diffusa è che non si possa sbrogliare la matassa Lucchini senza l’intervento del governo. «E’ indispensabile - spiega l’assessore Simoncini - un suo coinvolgimento in un momento in cui è in discussione il secondo polo nazionale. In questa fase è centrale il ruolo di garanzia che il governo può avere nei confronti delle banche e nel rapporto tra istituti e azionista».
Inutile sottolineare quanto allo sviluppo di Lucchini sia legato l’intero comparto siderurgico, compresi Magona e Dalmine. I sindacati vedono nelle sinergie con gli altri stabilimenti, soprattutto con Magona, potenzialità di sviluppo per il gruppo Lucchini. «Tutto il polo di Piombino è una priorità che stiamo portando avanti con i fatti - ha aggiunto Simoncini - abbiamo firmato il protocollo d’intesa per Dalmine, individuato nei giorni scorsi anche le risorse».
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