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Giovani e lavoro. La corsa all'impiego riescono a vincerla solo otto stagisti su cento - Il Tirreno Primo piano domenica 27 febbraio 2011

 

Le aziende, ma anche gli enti pubblici, preferiscono i tirocinanti agli apprendisti: risparmiano sul salario d’ingresso  
 
 
Sono 20mila, sono giovani. Lavorano come un dipendente, privato o pubblico che sia; in cambio, quando va bene, di un modestissimo rimborso. Molte aziende toscane, ma anche una bella fetta di enti pubblici, hanno scoperto le virtù taumaturgiche del tirocinio, che non costituisce un rapporto di lavoro, ma che dovrebbe consentire al tirocinante di acquisire un buon grado di formazione e poi essere assunto.
 8 su 100 ce la fanno. Peccato però che l’assunzione scatti raramente: secondo le stime di Daniele Quiriconi della Cgil ciò avviene solo otto volte su cento. Come dire che 92 giovani toscani su 100 si rivelano inadatti a svolgere compiti raffinatissimi quali riempire gli scaffali dei supermercati, stare alla cassa degli store delle grandi catene di elettronica, fare fotocopie e registrare fatture.
 In tempi di crisi, ma anche di fame di lavoro, il tirocinio aumenta costantemente le proprie schiere, mentre, ad esempio, l’apprendistato ha conosciuto una forte flessione. Nel 2009, infatti, gli avviamenti di apprendisti sono crollati da oltre 28mila ad appena 12.018, mentre i tirocini hanno raggiunto quota 10.737, un livello che nel 2010 sarà sicuramente frantumato. In attesa di avere i dati del quarto trimestre dello scorso anno, le proiezioni indicano che il consuntivo 2010 oscillerà tra gli 11 e i 12mila avviamenti tramite tirocinio.
 L’apprendista costa di più. «L’apprendistato - chiosa Quiriconi - prevede un salario d’ingresso, mentre con il tirocinio c’è al massimo un modesto rimborso spese». Che il tirocinio in molti casi possa diventare un mezzo di provvista di manodopera a costo zero è un sospetto difficile da scacciare, anche perché accanto a casi perfettamente legittimi si accostano situazioni singolari. E non c’è bisogno di raccontare l’aneddoto di quel piccolo imprenditore che aveva contattato un centro per l’impiego dell’Empolese per chiedere come si faceva ad avere «un lavoratore gratis».
 Certo, non è il caso di criminalizzare uno strumento che sarebbe utilissimo, ma è un fatto che con la scusa della formazione ci siano aziende che trovano il mezzo di avere manodopera a costo zero. E i giovani, al termine del tirocinio, rischiano di trovarsi con un pugno di mosche in mano.
 Boom di vertenze. Non a caso, alla Cgil raccontano di un’esplosione di vertenze legali. «Dalla fine dello scorso anno a oggi - spiega Luana Del Bino, coordinatrice regionale degli uffici legali del sindacato - abbiamo avuto un’impennata di richieste di intervento». La casistica degli abusi è quanto mai varia. «Un’azienda di trasporto pratese - aggiunge Del Bino - ha utilizzato un tirocinante per fare fotocopie, ricontrollare i conti e risistemare l’archivio; uno studio di avvocati a Firenze utilizzava i tirocinanti come centralinisti-segretari. In tutti questi casi, non c’è alcun contenuto formativo, ma l’utilizzo reiterato di stagisti per svolgere il normale lavoro».
 In molti casi, se si dimostra l’insussistenza del progetto formativo, che dovrebbe essere garantito da un tutor aziendale, i magistrati usano la mano pesante.
 Il reintegro. «Nel caso di imprese private con più di 15 dipendenti spesso scatta il reintegro nel posto di lavoro: recentemente, abbiamo avuto il reintegro di 2 tirocinanti in un ipermercato della Valdinievole e 3 in un supermercato di Pistoia. Se l’azienda è più piccola - precisa Del Bino - viene imposto il risarcimento del danno. In pratica, viene chiesto al locale centro per l’impiego quanto tempo in media occorre per trovare un lavoro equivalente e se la risposta è, poniamo, 13 mesi, l’azienda è tenuta ad erogare altrettante mensilità». A pagare sono anche gli enti pubblici, anche se in misura più ridotta, dato che le mensilità da assicurare al tirocinante variano da 3 a 6, a seconda dei casi.
 Cercasi contabile. Di esempi di tirocini virtuosi ce ne sono moltissimi e riguardano soprattutto l’ambito amministrativo contabile: presso i Centri per l’impiego dell’area fiorentina, ad esempio, è possibile presentare domanda per 16 tirocini. Nove di essi riguardano, sotto varie forme, contabili e addetti alle paghe, due hanno per oggetto gli addetti alla segreteria, uno dovrebbe formare un magazziniere, un altro un potino di olivi. Più particolari sono i due che riguardano il marketing e il tirocinio finalizzato a inserire un addetto al sito web di un’azienda.
 Leggi permissive. A far degenerare i tirocini sono anche delle norme che non pongono limiti sufficienti all’abuso dello strumento. Ad esempio, gli unici limiti numerici riguardano le dimensioni dell’azienda: fino a cinque dipendenti a tempo indeterminato è possibile avere un solo tirocinante, mentre se l’organico è compreso tra 6 e 19 unità si possono attivare due tirocini. Sopra i venti dipendenti, il limite massimo è costituito dal 10% dei dipendenti. Non ci sono invece limiti alla reiterazione del tirocinio: concluso uno di sei mesi, può essere attivato un altro di sei mesi e così via, senza mai trasformare il giovane in dipendente.
 Gli stage. Se i tirocini sono al centro delle polemiche, dopo che il presidente della Regione Enrico Rossi ha affermato che su 20mila solo 3mila tirocinanti possono godere di un rimborso spese, l’universo degli stage è un campo nel quale la creatività impera. Prendiamo il caso del Maggio Fiorentino dopo che gli stagisti hanno inscenato un sit in di protesta contro l’abuso di questo strumento.
 «Nel gennaio 2010 avevamo 4 stagisti - spiega Cristina Pierattini della Cgil - mentre nel gennaio di quest’anno sono diventati 12. Gli stagisti, a nostro avviso, dovrebbero essere impiegati in ambiti realmente formativi, come il palcoscenico o la produzione, mentre adesso la maggioranza di loro è inserita nel comparto amministrativo, per far fronte a carenza di personale o accaparrarsi manodopera a basso costo». Ma questo è niente: il teatro fiorentino ha bandito una selezione per formare due fotoreporter.
 Cosa ci azzecca un teatro lirico con la formazione di fotoreporter? Ovviamente nulla: come se un circolo di tennis volesse addestrare ballerine o un’azienda agricola volesse sfornare lavapiatti. Ma succede anche questo.

L’assessore alla formazione professionale: noi controlliamo  
 
«No alla manodopera a costo zero»  
 
 
 
«Eppure sarebbero strumenti efficaci per fare esperienza»  

 
 MASSA. «Gli stage sono strumenti efficaci per permettere l’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro, anche se la crisi economica ha indubbiamente diminuito la percentuale di tirocini trasformati in veri e propri rapporti di lavoro». Raffaele Parrini è l’assessore alla formazione della Provincia di Massa Carrara e il coordinatore del settore nell’Upi, l’Unione delle Province toscane.
 Secondo il sindacato, il tasso di conversione dei tirocini in rapporti di lavoro è dell’8% una percentuale irrisoria, non le pare?
 «Sicuramente pesa la crisi, ma c’è anche un fattore legato alla persona. Lo stage è un modo di conoscere l’aspirante lavoratore e testarne le caratteristiche non solo professionali e quindi questa situazione può rispecchiare anche una insoddisfazione per i soggetti sperimentati».
 La crisi non dovrebbe incidere, visto che chi attiva uno stage dovrebbe farlo in previsione di assumere un lavoratore....
 «Questo è vero, ma bisogna anche ricordare che il datore di lavoro non ha alcun vincolo».
 In molti casi non c’è il rischio che lo stage sia un modo per avere manodopera a costo zero?
 «Questo non deve succedere e da parte nostra abbiamo introdotto delle regole per impedire questi fenomeni. Prima di dare il via ai tirocini, le Province pongono diverse condizioni: ad esempio, non accettiamo che abbiano una durata eccessiva e che siano reiterati con la stessa persona». (C.B.)
 

 
Il direttore della Luiss: si sentono provvisori e non amano il lavoro  
 
 
 Celli: non ha futuro il paese che ammazza i giovani  
 
 
 
 
GEMMA VIGNOCCHI  


 Il suo grido di dolore, sotto forma di lettera al figlio, aveva suscitato reazioni di fuoco. “Dopo la laurea lascia questo paese”, esortava Pier Luigi Celli, direttore della Luiss di Roma (ed ex direttore della Rai) poco più d’un anno fa dalle pagine di Repubblica. Vattene - incitava il ragazzo - perché l’Italia «non è più un posto in cui sia possibile stare con orgoglio». Adesso Celli torna sul tema con un saggio, per argomentare le sue posizioni.
 “La generazione tradita” è il titolo del libro. Adulti contro giovani, dice lei.
 «C’è una generazione che rischia di finire in un buco nero: sarebbe un disastro. Un paese che ammazza i giovani non ha più prospettive».
 Ragazzi condannati alla precarietà.
 «In Italia oggi ci sono 500mila stagisti e tirocinanti: tra loro meno del 10 per cento avrà un’occupazione stabile nel giro di due-tre anni. Sentendosi così provvisori, i giovani non si affezionano al lavoro, tanto sanno che lo perderanno - ma nemmeno l’azienda si affeziona a loro. Risultato: i ragazzi non apprendono una professione. Ma alle imprese gli stagisti fanno comodo: sono lavoratori a bassissimo costo o addirittura a costo zero, che si possono sfruttare finché servono e poi mettere alla porta».
 Cosa si dovrebbe fare invece?
 «Bisogna affrontare il precariato prolungato con una politica di sostegno, in modo da offrire sicurezza anche nella discontinuità. Prima di tutto va garantito un salario d’ingresso adeguato, poi ci vogliono tutele in campo sanitario e previdenziale, anche per la maternità. Infine bisogna assistere i giovani nelle fasi in cui perdono il lavoro».
 E perché all’estero le cose vanno meglio?
 «Perché la gente è valutata per quello che sa fare, per il suo curriculum. Qui funziona ancora l’affiliazione: di partito di famiglia, di clan...
 Ma anche negli altri paesi europei ci saranno precari, no?
 «Sì ma la precarietà è meno sofferta, proprio perché ci sono delle tutele. E poi è più facile trovare lavoro e dappertutto lo stipendio è migliore che qua. Noi abbiamo una disoccupazione giovanile che sfiora il 30 per cento, in Europa oscilla tra il 10 e il 18».
 Lei ha detto: se avessi vent’anni me ne andrei all’estero. Un invito alla fuga dei “cervelli”?
(Continua a pagina 3)

Prima ci sfruttano, poi ci scaricano  
 
Le storie dei ragazzi dello stage o del tirocinio: qualcuno ci chiede anche i soldi...  
 
 
 
Camilla: mi sento in gabbia Cinzia: nessuno ci tutela Però c’è un lieto fine: Chiara assunta a Bruxelles a tempo determinato  
 
 
Un cane che si morde la coda. «L’università non apre al mercato del lavoro. Quindi per avere una formazione lavorativa uno ricerca degli stage che però la maggior parte delle volte mancano di futuro. La verità è che spesso gli stagisti vengono usati per svolgere un lavoro temporaneo, per il quale altrimenti l’azienda dovrebbe pagare qualcuno», denuncia Stefano Marinelli, livornese, 28 anni, laureato. Una fotografia - la sua - dello stato di disagio di chi segue un tirocinio o uno stage.
 Marinelli al termine degli studi ha fatto diversi stage: all’istituto francese di Firenze, al Cnr e in una Ong di Ginevra. Tutti della durata di 3 mesi, tutti senza alcun tipo di retribuzione. Adesso lavora con un contratto a tempo determinato, rinnovabile di tre mesi in tre mesi, in un’associazione onlus all’interno dell’ufficio relazioni estere. L’hanno assunto dopo l’ultimo stage a titolo gratuito della durata di sei mesi.
 Quella di Marinelli, come quelle dei giovani che seguono, sono storie dal mondo degli stagisti e dei tirocinanti. Un mondo che dovrebbe aprire la strada al lavoro e che invece spesso si trasforma in un vicolo cieco. In una sorta di sfruttamento del lavoro giovanile, come ha denunciato nei giorni scorsi il governatore Enrico Rossi.
 Io difendo lo stage. Chiara Davalli è nata a Prato, ha 27 anni, è laureata in scienze politiche ed ha conseguito un master multidisciplinare in studi europei in Belgio. Ha svolto uno stage di tre mesi a Ginevra, uno al tribunale di Firenze e un tirocinio all’European Bic Network a cui poi è seguita l’assunzione con un contratto a tempo determinato. Ad oggi vive a Bruxelles. Crede che lo stage possa essere uno strumento utile per orientare i giovani nelle scelte lavorative, per imparare metodi di lavoro nuovi ed osservare professionisti, ma che abbia senso solo se inserito in una prospettiva di possibile assunzione. «Non necessariamente poi tutti gli stagisti devono essere assunti, ma deve esserci una prospettiva possibile che incentivi le due parti a dare il meglio di sé in modo tale da creare un vero passaggio di conoscenza ed esperienza».
 Mi sento in gabbia. Camilla Biondi ha 27 anni ed è nata a Livorno, laureata in comunicazione d’impresa e marketing con un master in relazioni pubbliche. In questo momento vive a Milano dove lavora come stagista nella direzione di comunicazione della multinazionale Amadeus Italia. Ha un rimborso spese di 600 euro mensili. «Di certo quello che guadagno al mese non posso definirlo uno stipendio, ma mi rendo conto di essere molto fortunata rispetto a ciò che sento raccontare dai miei amici». Il lavoro le piace e nell’azienda sta imparando molto, anche se non sembrano esserci prospettive di assunzione, al massimo il rinnovo del contratto da stagista. «Questo sistema è una gabbia da cui è difficile uscire. Mi rendo conto che in un momento di crisi economica lo stage può essere un modo per inserirsi più facilmente nel mondo del lavoro, ma dobbiamo essere tutelati. Almeno un tempo con il contratto di apprendista erano previste ferie e malattie, adesso non vi è alcun tipo di garanzia».
 I tirocini non contano. Giulia Manetti, fiorentina di 27 anni, ha una laurea con lode in scienze politiche. Dopo gli studi ha fatto uno stage non retribuito di 4 mesi in una onlus ed è stata tre mesi a Lisbona presso l’ambasciata italiana con il progetto Mae/Crui. Adesso lavora e vive a Livorno. «L’idea dello stage non è sbagliata di per sé, purtroppo però la situazione è andata a degenerare nel tempo. Nella maggior parte dei casi non si può nemmeno parlare di formazione, ma di truffe. Oggi come oggi sembra che tutto passi attraverso i tirocini. Spesso per essere assunti ti vengono richiesti almeno due anni di esperienza, peccato però che gli stage, in quanto non retribuiti, non contino. E allora uno cosa deve fare?».
 Noi, sfruttati e soli. Cinzia Cadamagnani ha 29 anni ed è nata a Lido di Camaiore. Nella sua vita ha fatto numerosi stage, partendo fin dall’epoca del liceo durante la quale ha lavorato per alcuni mesi con la redazione Europa Cinema e in un’azienda tessile a Berlino. Amante delle lingue si è laureata in letterature e filologie europee e adesso è dottoranda in slavistica. Ci tiene a distinguere tra gli stage che si effettuano durante gli studi e quelli che dovrebbero inseriti nel mondo del lavoro. «Se i primi possono servire per capire ciò che davvero ti piace fare e come funziona il mondo del lavoro, gli ultimi possono definirsi veri e propri strumenti di sfruttamento», dice molto arrabbiata, «Il mio sogno sarebbe lavorare in una casa editrice, ma sembra che debba per forza passare da anni di lavoro non retribuito. A tempo pieno, ovviamente. E di che cosa dovrei vivere? Ci sono addirittura aziende che chiedono di essere pagate loro per farti fare da stagista. Trovo che sia una follia, qualcuno dovrebbe cominciare a tutelare i tirocinanti».
 Lavorare gratis... Stefano Legno Guidi è nato a Lucca ed ha 30 anni. Dopo la laurea in cinema, musica e teatro all’università di Pisa ha seguito a Milano un master all’Accademia di comunicazione. Ha lavorato come stagista per un anno in un’agenzia di comunicazione con il solo rimborso spese mensile di 300 euro. «Legalizzare la possibilità di far lavorare gratuitamente è una follia. E’ ovvio che poi le aziende cavalchino l’onda senza farsi grossi scrupoli». E’ molto nervoso, anche se, in seguito allo stage annuale, è stato assunto dall’azienda con un contratto a progetto. «Mi piace ciò che faccio e sono felice di avere un contratto, seppur precario. Il problema è che ciò che facevo durante lo stage è esattamente il mio lavoro di adesso. E allora perché ho dovuto aspettare un anno per ricevere uno stipendio?». Secondo Stefano la maggior parte degli stagisti in realtà si trova a fare un lavoro vero e proprio, non una formazione e quindi, producendo ricchezza per la società, dovrebbero essere sempre retribuiti. «Lo stage spesso è una vera e propria forma di ricatto. Invece di comprare manodopera, adesso vendono il lavoro. A prezzi troppo alti.»
 Sogno di fare la restauratrice. Costanza Emmi è nata a Firenze nel 1984. Il suo sogno sarebbe diventare una restauratrice, per questo si è iscritta al Centro europeo di restauro del legno dove frequenta il secondo anno. Ha svolto uno stage di 3 mesi presso un laboratorio di restauro del legno a Roma. «Credo che nel mio ambito, a differenza di altri, uno stage sia fondamentale per entrare meglio nelle tempistiche e nelle scadenze del mondo del restauro». Costanza è felice della sua esperienza e soprattutto di aver avuto la possibilità di farla. Sembra infatti che nel suo settore sia molto difficile riuscire a trovare anche un solo semplice posto da stagista disponibile. «Esistono addirittura botteghe e scuole che, per offrire contratti da stagista, vogliono essere pagate. Va bene lavorare gratis, ma pagare per lavorare mi sembra davvero eccessivo».
 Ma c’è anche chi guarda al mezzo bicchiere pieno dell’esperienza di tirocinante. Come ad esempio la pisana Selena, 25 anni, una laurea in lingue e letterature straniere all’università di Pisa, partecipa al progetto “Non stare alla finestra” organizzato dalla Provincia di Pisa.
 Spera, al termine del tirocinio, di poter ricevere un rimborso spese di trecento euro al mese da parte della provincia.
Ludovica Monarca (Ha collaborato Gabriele Firmani)  


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