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La materia prima? L'università - Il Tirreno Attaulità
Sansoucy: Pisa e Firenze hanno chance di attrarre investimenti
L’esperto di marketing incaricato da Regione e Provincia di Livorno vede rosa per la Toscana
CRISTIANO MEONI
LIVORNO. Le multinazionali scappano dalla regione ma c’è anche un modo per attrarne di nuove. E la chiave del segreto è l’università: «Gli investimenti esteri prediligeranno sempre più le aree dove c’è un’eccellente università».
Tanto che si può definire l’università «la materia prima per eccellenza delle aziende, quello che un tempo era il carbone». Laurent Sansoucy, uno dei massimi esperti mondiali nel marketing territoriale, incaricato da Toscana Promozione e dalla Provincia di Livorno di studiare una politica di attrazione degli investimenti, vede rosa nel futuro della regione, «a patto che scelga di puntare sulla conoscenza».
Come è la Toscana per gli investitori stranieri?
«Interessante. Il livello degli investimenti stranieri è più alto della media nazionale. E con una differenza. L’Italia attrae soprattutto investimenti “fissi”, legati alla presenza sul mercato italiano, viceversa la Toscana calamita più investimenti “mobili”, cioè che possono essere fatti anche altrove. Un investimento mobile per eccellenza è il polo dei vaccini creato dalla Novartis a Siena. La Toscana manifesta una forte capacità ad attrarre progetti di ricerca e sviluppo».
Può farci un esempio?
«E’ il caso di quello che è nato a Pisa attorno all’università: tutta una serie di aziende del settore dell’information technology, potrei fare i nomi di Sun, di Ask e di molte altre. Aziende che si sono insediate a Pisa perchè lì c’è un’eccellenza universitaria. L’università oggi è, per le aziende, quello che era prima il carbone, la principale materia prima. Prima le aziende nascevano vicino ai giacimenti di carbone, ora dove ci sono le università. Perchè oggi, a fare la differenza, è la possibilità di un facile reclutamento delle competenze. E le fonti sono due: l’università e il cluster delle imprese».
Quali sono le aree toscane più promettenti, dunque?
«Pisa, non c’è dubbio, e con Pisa dico anche Livorno. Ma anche Firenze e Siena, dove ci sono ottime università. Ma ogni territorio può avere una sua chance».
Cosa prediligono gli investitori esteri?
«Il grosso dei capitali di investimento, circa il 40%, riguarda information technology, servizi finanziari e servizi alle imprese: se consideriamo tutte le attività immateriali, arriviamo quasi al 70%. Solo il 15% sceglie il manifatturiero».
Eppure la Regione, e pure gli imprenditori toscani, hanno confermato di voler scommettere sul manifatturiero...
«Comprensibile, perchè c’è comunque un’imprenditoria locale da alimentare. Ma, se guardiamo i dati degli investimenti esteri, la realtà è un po’ diversa. La Toscana pesa per il 4% sul totale nazionale, ma per il 6% per quanto riguarda il manifatturiero e per il 9,5% per la ricerca e sviluppo. Quest’ultimo è un dato molto alto, dovuto alla presenza nella regione di importanti università».
Le multinazionali fuggono, lei invece pensa che si possono attrarre. Basta avere buone università?
«No, i fattori di attrattività sono diversi: fiscalità, costi, disponibilità di aree. Ecco, quest’ultimo è un grosso limite per la vostra regione».
Nel mondo la Toscana è conosciuta soprattutto come luogo di cultura e di vacanze ma i toscani non si rassegnano a fare gli osti o i camerieri. Non è un controsenso?
«Non c’è dubbio che il turismo sia una risorsa importante, e questo offre un’altra freccia all’arco della regione. La Toscana ha un portafoglio di potenzialità come nessun’altra regione».
Ma non decolla.
«Forse paga il fatto di essere percepita, all’estero, soprattutto come meta turistica e questo può frenare l’attrattività in altri settori. Del resto è quello che succede in Florida, prigioniera delle sue spiagge».
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