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Sequestrata l'ex cava di Monteburrone - Il Tirreno Livorno sabato 12 febbraio
I dubbi della forestale sulla discarica gestita da Bellabarba: scattano i controlli di Arpat
Ora la Procura deve decidere se convalidare i sigilli Spiazzato il proprietario Fabio Canaccini: tutte le analisi già in Comune
JUNA GOTI
LIVORNO. Lucchetto ai cancelli e fettuccia bianca e rossa lungo il perimetro dell’ex cava: il corpo forestale dello Stato ha posto sotto sequestro preventivo la discarica di Monteburrone, gestita dalla società Gaetano Bellabarba su un’area di proprietà di Antonio Canaccini.
Stando ai primi accertamenti il motivo del sequestro (che è in attesa della convalida della Procura) sarebbe il sospetto conferimento nel sito industriale di materiale non autorizzato.
L’ex cava - che si affaccia sulla panomarica che porta a Montenero, proprio sotto al monumento a Ciano - è infatti oggetto di un intervento di “ripristino ambientale” autorizzato nel febbraio del 2008: gli atti dicono che qui, nel buco scavato dove una volta sorgeva la cava, potranno essere scaricati fino a circa 150mila metri cubi di terre e detriti provenienti da lavori pubblici. In sostanza il materiale dei cantieri sparsi in città: dall’acquario al porto, fino al recente scavo del viale Caprera.
«Tenevamo da tempo sotto osservazione l’area - fa sapere il comandante del corpo forestale di Livorno, Luca Barattini - e in seguito a una serie di controlli abbiamo deciso di ricorrere a questa misura precauzionale: abbiamo portato tutti gli atti alla Procura, che entro 48 ore valuterà se convalidare il sequestro».
«Abbiamo ritenuto - chiarisce - che l’attività in corso non fosse legittima. In particolare non ci ha convinto la provenienza di alcuni materiali conferiti nelle ultime settimane».
Settimane movimentate lungo la panoramica, come testimoniano i residenti che si sono rivolti alla sede di via degli Asili. Motivo delle lamentele - un po’ come sta avvenendo in via del Limoncino - il continuo passaggio di camion, «che danneggiano la strada e rendono ancora più pericolosa la guida lungo un tratto già pieno di curve e salite». Ma non è certo questa la causa scatenante del clamoroso sequestro.
Gli uomini del corpo forestale, insospettiti dalle caratteristiche di alcune terre, hanno chiesto l’intervento di Arpat che ha effettuato una serie di analisi approfondite. «Gli esiti - chiude Barattini - saranno pronti solo fra qualche settimana, ma i primi risultati ci hanno convinto a disporre il sequestro preventivo».
L’imprenditore Paolo Bellabarba, contattato telefonicamente, sottolinea che «l’area non è di nostra proprietà e, anche se siamo i gestori, non siamo gli unici a conferire materiale al suo interno». E la conferma arriva dal figlio del proprietario, Fabio Canaccini: «Riceviamo detriti anche da ditte private, insomma da tutti coloro che vincono appalti per svolgere lavori pubblici».
«Questo sequestro - commenta - è stato un fulmine a ciel sereno: siamo convinti di avere sempre lavorato bene e possiamo provarlo. Perché prima di lasciare entrare qualunque tipo di sostanza facciamo un’indagine ambientale che consegniamo al Comune, che poi dà l’ok: i campioni sono tutti qui, a disposizione».
Ma cosa è finito negli ultimi mesi nello spiazzo che guarda il mare, nascosto nel bosco della collina di Montenero? Paolo Bellabarba parla almeno di due diverse operazioni. «Prima - fa sapere - abbiamo portato in discarica il materiale proveniente dai cantieri della Venezia». In particolare detriti e terre saltate fuori dall’escavo del vecchio canale del viale Caprera.
«Poi - riprende - quello di un cantiere della Compagnia Lavoratori Portuali: terra e rocce che arrivano dai lavori per la realizzazione di un capannone di cellulosa al varco Valessini, in zona K-M». «Il conferimento - chiude - è praticamente alla fine e anche per la chiusura del cantiere manca pochissimo. Francamente non capiamo cosa abbia scatenato il sequestro: vediamo se arriverà oppure no la convalida della Procura».
Intanto i cancelli della «discarica green» restano chiusi. A chiarire ogni dubbio saranno le analisi chieste a Arpat dalla stazione di Montenero (il sequestro porta la firma dell’ufficiale di polizia giudiziaria Niviano La Penna) e da tutto il corpo forestale.
Tutti gli impianti autorizzati in provincia
Lungo la panoramica tonnellate di detriti
LIVORNO. Quella di Monteburrone è solo una delle tante cave livornesi soggette a “ripristino ambientale” con rifiuti (nell’accezione più ampia del termine che come prevede la normativa comprende anche terra e fanghi). Il report stilato da Comune e Provincia nel 2010 lo dice chiaramente: «Occorre trovare subito siti idonei al deposito delle terre provenienti dagli scavi edili e dai Sin».
Nella Provincia di Livorno ci sono 41 cave: 8 di queste sono adatte al cosiddetto «ripristino». Il Poggio Corbolone è già stato riempito con 100mila metri cubi di terre di scavo, il retro del Tiro a Volo è pronto a riceverne 300mila, Monteburrone circa 150mila, il sito estrattivo delle Palazzine qualcosa in meno (100-120mila). Capitolo a parte per l’ex cava Cementir: l’autorizzazione provinciale per il ripristino ambientale è stata sospesa e si pensa a una delocalizzazione di attività produttive a elevato impatto ambientale.
«Ma così vogliono zittirci» Bogi difende la relazione della sua commissione
LIVORNO. «Si preparano a passare al setaccio la relazione sulla discarica del Limoncino: cos’è, una punizione per i consiglieri che l’hanno scritta?». Scoppia la polemica sulla commissione garanzia e controllo della Provincia che dopodomani si riunirà per esaminare il documento redatto dai colleghi della commissione ambiente.
Documento che avanza dubbi sull’iter seguito dagli uffici di Palazzo Granducale per concedere le autorizzazioni e che il presidente Kutufà ha deciso di portare in Procura ancora prima della discussione in consiglio.
La commissione di garanzia e controllo è stata convocata dal presidente Maurizio Zingoni per lunedì. Al primo punto all’ordine del giorno c’è scritto: «Esposto presso la Procura di Livorno del presidente Kutufà, relativo alla discarica di monte La Poggia».
«Questa frase - tuona il presidente della commissione ambiente, Luca Bogi (Idv) - è un mistero, perché a nessuno in conferenza dei capigruppo risulta che Kutufà abbia presentato un esposto alla Procura. Poi contro chi? Contro i commissari rei di avere messo per scritto i molti dubbi che attanagliano i cittadini?».
Bogi è furioso: «La commissione di garanzia e controllo non può giudicare i consiglieri e la famosa relazione sulla discarica. Non è previsto nei compiti istituzionali della commissione, che come quella ambiente, non è e non può essere considerata commissione di inchiesta e di indagine. Lo dice il regolamento».
«Se Zingoni e altri - continua - che tra l’altro hanno votato contro la mozione approvata a maggioranza in consiglio per la riduzione dei codici ai soli inerti, ritengono di dovere mettere in stato di accusa il sottoscritto e i colleghi commissari, sono spiacente ma respingo ai mittenti l’accusa».
Poi l’affondo: «Forse quando qualche cittadino ha parlato di epurazioni ho sbagliato a pensare che fossero esagerazioni. Staremo a vedere». «Una cosa - chiude il capogruppo Idv - è certa: nell’interesse di tutti sulla discarica del monte La Poggia e le altre che si profilano all’orizzonte, dobbiamo discutere nel merito e trovare soluzioni concrete. Non ci facciamo condizionare da chi vorrebbe trascinarci in sterili diatribe partitiche».
J.G.
E il consiglio slitta tra le polemiche
Riunione infuocata dei capigruppo. Vaccaro (Pdl): scorrettezza politica
Bufalini chiede di andare ai voti e contro il parere di alleati e opposizione riesce a far rinviare la discussione sul monte La Poggia
LIVORNO. Il consiglio provinciale riservato (forse) alla discarica del Limoncino slitta dal prossimo giovedì al mercoledì successivo (23 febbraio). A deciderlo è il capogruppo del Pd, Elis Bufalini, contro il parere dei colleghi di maggioranza e opposizione. Così in conferenza dei capigruppo scoppia una nuova polemica, con il centrodestra che grida alla «forzatura politica» e presenta una mozione.
I rappresentanti dei gruppi di Palazzo Granducale si sono riuniti ieri mattina per discutere i punti all’ordine del giorno del prossimo consiglio (ipotizzato appunto per giovedì) insieme al presidente Fabio Di Bonito (Pd).
Tutti d’accordo a discutere il prima possibile la relazione della discordia saltata fuori dalla commissione ambiente. Tutti tranne il capogruppo del Pd che chiede di convocare per giovedì un’altra conferenza dei capigruppo e per il mercoledì successivo il consiglio.
«Anziché cercare una mediazione come avviene di solito - riferiscono il vicepresidente Alessandro Corsinovi e la capogruppo del Pdl, Costanza Vaccaro - Bufalini ha preteso di andare ai voti: rappresenta il numero più alto di consiglieri, così il parere di tutti gli altri capigruppo (compresi quelli della sua coalizione) è stato scavalcato».
«Bufalini - tuona Vaccaro - ha fatto un autogol, un atto di forza che nasconde la profonda insicurezza del Pd. Tutti sanno che sta cercando di prendere tempo per sfumare posizioni interne scomode e non più sfumabili».
«Sta cercando di guadagnare tempo - le fa eco Corsinovi - per permettere al Partito Democratico di buttare giù una proposta il più possibile condivisa. Una proposta che riesca a mettere d’accordo all’interno della coalizione i più ortodossi del partito e la corrente ambientalista. Ma a cosa serve rinviare? Ormai il caos è sotto gli occhi di tutti e c’è mezza città che aspetta una risposta».
Anche nella coalizione di centrosinistra c’è chi storce il naso. «In conferenza dei capigruppo - interviene Bogi - abbiamo sempre cercato una soluzione condivisa senza bisogno di andare ai voti. Il rischio, ora, è che il consiglio comunale (convocato per mercoledì) discuta la relazione uscita fuori dalla commissione ambiente della Provincia ancora prima della Provincia. Sarebbe il colmo...».
Sulla decisione (per niente scontata dopo la corsa di Kutufà in Procura) di discutere la relazione dei commissari in consiglio sembrano tutti più o meno d’accordo. Ma non è un mistero che il Pd, come riferito dallo stesso Bufalini ieri mattina, stia cercando di presentarsi a quell’acceso appuntamento «con in mano una proposta concreta, perché abbiamo una responsabilità che va oltre le chiacchiere».
Il segretario territoriale dei democratici, Filippo Di Rocca, ha già tracciato quattro punti: «Riduzione della lista di codici ammessi nell’impianto, ricerca di una strada alternativa, impegno concreto affinché decolli il parco dei monti livornesi e affidamento di un nuovo studio idrogeologico dell’area del Limoncino a un soggetto pubblico (Università, ordine dei geologi, Cnr...).
Una posizione espressa anche nella mozione scritta dal centrodestra: «Affidiamo un nuovo studio a soggetti terzi». Così, nel caos della discarica, l’unica cosa certa sembra essere che tutti (maggioranza e opposizioni) chiedono un intervento extra uffici della Provincia per fare chiarezza o rasserenare i toni.
«La corsa di Kutufà in Procura - chiude Vaccaro - è una grande scorrettezza istituzionale: avrebbe dovuto portare tutti gli atti emanati dall’ente e non certo la relazione fatta dai commissari. Non sono loro sotto la lente di ingrandimento...».
J.G.
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