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Tessile e nautica, prove di ripresa - Il Tirreno Attualità
Premiate le aziende che si sono ben posizionate sui mercati emergenti
Dati ancora incerti: export raffreddato in autunno, artigiani sempre nel tunnel, mentre i conciatori sono ottimisti
CARLO BARTOLI
Chiamarla ripresa è davvero azzardato, ma forse qualche timido segnale di risveglio c’è. Dopo un inverno rigidissimo durato due anni, i primi segnali di disgelo non possono non essere enfatizzati.
Segnali che però sono estremamente selettivi, non riguardano interi settori o aree produttive, ma premiano singole aziende. Un disgelo che riguarda soprattutto l’attività produttiva e poco o niente l’occupazione, visto il forte sottoulizzo degli impianti.
L’export non vola. Dopo una ripresa dell’export decisamente incoraggiante, in autunno la crescita delle esportazioni è rallentata. Rispetto ai minimi di due anni fa, Unioncamere registra un aumento di quasi 14 punti, anche se il trend della Toscana, partita in anticipo rispetto ad altre regioni, ora procede ad un tasso inferiore della media nazionale a causa della decelerazione autunnale determinata soprattutto dalla diminuzione delle esportazioni di beni strumentali. «Malgrado le vendite all’estero abbiano accusato una decelerazione - dice Pierfrancesco Pacini, presidente di Unioncamere - l’export toscano continua a crescere su ritmi sostenuti non soltanto verso molte aree emergenti come l’America centrale e meridionale, il Medio Oriente e, soprattutto, la Cina, ma anche verso Paesi tradizionale sbocco delle nostre esportazioni come Europa e Nord America».
Le incertezze. «In questa fase - spiega Nicola Bellini, direttore dell’Irpet - non ci sono certezze per nessuno. Vanno bene le aziende che sono riuscite a riposizionarsi sui mercati che sono in forte ripresa, come quelli asiatici, ma non dobbiamo enfatizzare il dinamismo di una serie di imprese. Soprattutto, non siamo in grado di stabilire se le loro performance rappresentino il segnale che sta emergendo un nuovo modello toscano, oppure se siamo di fronte al colpo di reni delle élite del vecchio modello. Insomma, non è detto che ad andare bene siano le aziende che hanno approfittato della crisi per ristrutturare e fare innovazione». Insomma, per dirla con una metafora clinica, «siamo usciti dalla terapia intensiva, ma non ci hanno ancora dimesso dall’ospedale».
Artigiani in sofferenza. «L’artigianato ha subito in modo più intenso la crisi rispetto ad altre componenti del sistema. Il 2010 - dice il presidente di Cna Toscana Valter Tamburini - è stato un anno durissimo per l’artigianato: la crisi ha raggiunto la sua maggiore intensità nella prima parte del 2010 e, nonostante timidi segnali di miglioramento nel secondo semestre, siamo sempre dentro al tunnel anche se forse ora si comincia a intravedere un lontano chiarore». In questo quadro, Livorno, Lucca e Prato sono le province dove l’artigianato ha contenuto le perdite, Grosseto e Pisa quelle dove è andata peggio.
Il tessile non è morto. Non a caso, buone notizie arrivano, ed era ora, da Prato dove il tessile ha chiuso lo scorso anno con un aumento del fatturato di tredici punti, una crescita che però non ha comunque colmato le pesanti perdite degli anni precedenti. In compenso, gli ordini ci sono e tornano a Prato anche clienti storici, delusi dalla qualità delle produzioni cinesi. Oltretutto, si comincia anche a esportare in Cina, soprattutto tessuti e i filati. E molti imprenditori ricominciano ad investire: dopo la grande falcidia di aziende, sarebbe una beffa farsi trovare dalla ripresa con una insufficiente capacità produttiva.
La conceria va. «Il mercato della moda - è il parere di Alessandro Francioni, presidente dell’Assoconciatori di Santa Croce - è in ripresa e noi abbiamo sviluppato nuovi prodotti qualitativamente migliori, riguadagnando punti nei confronti dei nostri competitori». Insomma, il 2010 non è stato un anno terribile per i conciatori e il 2011 è cominciato meglio.
La cantieristica andrà. Lo scorso anno, il distretto versiliese ha perso quasi due punti e mezzo di fatturato, ma, secondo uno studio del Monte dei Paschi, le prospettive per quest’anno sono migliori, grazie a un forte aumento degli ordinativi esteri.
I dati della Cgil parlano di un’occupazione ancora in affanno
Cassintegrati, il 41% perde il posto
LA RIPRESA fa capolino, ma l’occupazione è sempre in affanno. In Toscana il 41% dei lavoratori finito in cassa integrazione in deroga non viene reintegrato e quindi perde il lavoro: è quanto emerge dal rapporto realizzato da Ires Toscana in collaborazione con la Cgil. La stima è relativa al periodo compreso fra ottobre 2009 e dicembre 2010: la Cig in deroga rappresenta il 40% del monte ore complessivo (54 milioni) di cassa integrazione per quanto riguarda l’anno passato in Toscana.
«Dopo un picco del 7,4% nel primo trimestre 2010 - ha spiegato Daniele Quiriconi della Cgil regionale - il tasso di disoccupazione è sceso al 6,3% nel terzo trimestre, ma pensiamo che tenda a risalire verso il 7% a fine 2010». I dati sull’avviamento al lavoro indicano una diminuzione dei licenziamenti (-17,7% in un anno) ma una crescita del numero di iscritti alle liste di mobilità (+10,6%), che secondo la Cgil indica una crescente difficoltà di ricollocazione dei lavoratori espulsi.
In tema di tipologia contrattuale, in un anno sono cresciuti del 19,6% i contratti a tempo indeterminato: ma in percentuale crescono di più i contratti atipici (co.co.pro, a progetto, somministrazione, a chiamata) ed i tirocini, e sono le uniche tipologie ad aver registrato una crescita costante negli ultimi due anni.
Cala ovunque il numero degli apprendisti occupati, oltre 6mila in meno da settembre 2009 a settembre 2010. Secondo l’elaborazione Ires sul campione della banca dati Caaf/Cgil relativo alle dichiarazioni dei redditi 2009, emerge che i redditi netti di chi ha avuto continuità retributiva ed occupazionale sono cresciuti dell’1,03%: un dato in molte province al di sotto del tasso di inflazione e al di sotto dell’incremento della tassazione (+2,19%). Il 42% dei lavoratori del settore privato, afferma la Cgil, non ha infatti recuperato potere d’acquisto perduto.
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