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La memoria dell'Afo1 scolpita per sempre dagli occhi di un laser - Il Tirreno Piombino

 

GIORGIO PASQUINUCCI  

 PIOMBINO. Il monumento d’acciaio non c’è più. L’altoforno numero 1 della Lucchini è stato abbattuto nel gennaio dell’anno scorso per fare posto al nuovo impianto per la ripulitura a caldo delle siviere, un’operazione che consentirà di liberare l’area di Città Futura che, quasi per ironia, ospiterà il museo del ferro e dell’acciaio. Della sua memoria rimangono nuvole di piccoli puntini neri sparati su un computer da un lettore laser a tre dimensioni, foto, documenti e testimonianze dirette di tecnici e operai della fabbrica.
 Una demolizione controllata, frutto di un accordo raggiunto nell’agosto 2008 tra la Lucchini, il Comune e l’Aipai (Associazione italiana per l’archeologia industriale) e la Fondazione Ansaldo.
 Si era tentato di salvare quel gigante, parte della storia dell’industria e della stessa identità della città. Per la sua conservazione si era particolarmente battuto il piombinese Ivan Tognarini, docente di storia moderna all’Università di Siena e presidente regionale dell’Aipai. Non è stato possibile. Il cattivo stato dell’impianto, fermo dai primi anni Settanta, e le esigenze di ristrutturazione della fabbrica hanno prevalso.
 Questa volta però la distruzione dell’altoforno, al contrario di quanto era accaduto con gli altri due - ancora più vecchi - ha segnato il punto di partenza di un percorso di ampio respiro sul recupero e la valorizzazione della memoria industriale. Una memoria che avrà anche un suo spazio fisico, il museo del ferro e dell’acciaio a Città Futura.
 Una ricerca, ancora in corso, che è stata presentata nei giorni scorsi durante un convegno nella sala consiliare. «Le difficoltà incontrate nella conservazione dell’altoforno - ha spiegato il professor Renato Covino, presidente nazionale Aipai - si sono trasformate in un’opportunità, rilanciare il progetto che riunirà documenti d’archivio, museo e percorsi di archeologia industriale in una rete regionale».
 Ma come sarà possibile ricostruire le strutture tecniche e architettoniche dell’altoforno? Il professor Massimo Preite, docente di urbanistica all’Università di Firenze e vicepresidente regionale dell’Aipai, ha spiegato - utilizzando anche suggestive immagini - il lavoro di documentazione eseguito prima e durante la fase di demolizione. «La struttura era difficilmente recuperabile. Per la prima volta in Italia, per i rilievi su una struttura di così grandi dimensioni, è stata impiegata una scansione laser tridimensionale». Un piccolo apparecchio montato su un treppiedi che, punto per punto, ha fissato a 360º le strutture dell’impianto: l’altoforno, lo stock-house, i nastri di caricamento, i cowpers. L’elaborazione al computer ha fatto il resto. Ora l’intera struttura può essere vista da qualsiasi angolazione ed ulteriormente elaborata. Anche il modello dell’altoforno potrebbe essere ricostruito.
 Il professor Preite ha già pronto anche il progetto di massima del museo, nell’ex capannone siviere che conserverà la sua struttura, con i caratteristici areatori sul tetto che consentivano la fuoriuscita del vapore caldo dell’acciaio fuso. Si potrà passeggiare tra i piloni che sorreggono la struttura, mentre al primo piano saranno collocati uffici e archivio. Al piano superiore il vero e proprio museo.
 Ma conservare la struttura non basta. L’altoforno è anche storia di lavoro e di lotte. Per questo il professor Tognarini è impegnato nella raccolta della memoria orale, già una trentina d’interviste sono state fatte ad ex tecnici e operai. Una ricerca che scorre in parallelo con quella conservata nei documenti. Personaggi delle lotte sindacali, dell’antifascismo, della ricostruzione.
 Un lavoro che si amalgama con quello del professor Angelo Nesti sulla storia dell’industria piombinese, nata alla fine dell’800, e sempre legata ai destini del Paese: sviluppo tecnico, pace, guerre, crolli finanziari, sviluppo e crisi. Jean-Marie Palayeret, direttore degli archivi storici dell’Unione europea a Firenze, ha rivelato che esistono centinaia di documenti che riguardano Piombino negli archivi Ceca. Archivi nei quali sta frugando il dottor Niccolò Tognarini, che al convegno ha presentato due spaccati della situazione dello stabilimento di Piombino fotografati dagli ispettori della Ceca nel 1953 e nel 1963, due periodi particolarmente interessanti, il primo perché corrisponde a un periodo difficile per l’occupazione dopo la serrata della Magona, il secondo che coincide con nuove prospettive di sviluppo, mai realizzate, che avrebbero fatto dell’Ilva di Piombino uno degli stabilimenti più grandi e moderni d’Europa.
 
GARA PER LA BONIFICA  
 
Presto libera Città Futura Ospiterà il museo del ferro  
 
 
 PIOMBINO. Il lavoro di ricostruzione delle memoria industriale è stato possibile grazie all’accordo tra Lucchini, Aipai, Comune e Fondazione Ansaldo. L’azienda, per la documentazione dell’altoforno 1, ha messo a disposizione 161mila euro. Il museo del ferro e dell’acciaio è invece un’idea di qualche decennio fa, che ora può trovare concretizzazione grazie all’imminente liberazione delle aree di Città Futura, comprate dal Comune agli inizi degli anni Novanta dalla Patrimoniale Ilva.
 Il sindaco Gianni Anselmi al convegno ha annunciato che il progetto di bonifica dell’area subirà presto un’accelerazione, contestualmente all’attivazione del nuovo impianto per il trattamento delle siviere, che dovrebbe avvenire in primavera. «Nelle settimane successive - ha detto Anselmi - partiranno le bonifiche, per le quali è previsto un costo di 10 milioni di euro stanziati dal ministero dell’Ambiente». Proprio in questi giorni è partito l’avviso preliminare di gara. A Città Futura, oltre al parco e al museo del ferro, è prevista una sala della musica e insediamenti di imprese ad alto contenuto tecnologico.
 
Gli operai dell’Ilva parteciparono attivamente alla ricostruzione dopo i bombardamenti  
 
Una storia di industria e di lavoro  
 
Lo stabilimento uscì distrutto dall’ultima guerra  
 
 
 PIOMBINO. L’Ilva di Piombino uscì assai malconcia dalla guerra. I bombardamenti angloamericani avevano completamente distrutto la fabbrica, i tedeschi si erano portati via quel che potevano e sabotato il resto degli impianti ancora in efficienza. La fabbrica riaprì i battenti nel 1946, soprattutto grazie all’impegno delle maestranze che portarono gli attrezzi da casa.
 Si misero anche a raccogliere rottame di ferro e carbone sparsi nei piazzali disseminati di macerie. Si riuscì a realizzare la prima colata d’acciaio, ma mancava ancora il cuore pulsante: un altoforno in piena efficienza.
 I soldi per ricostruire l’altoforno numero 3 arrivarono dal Piano Marshall e dal piano di ristrutturazione della siderurgia italiana messo in piedi dal presidente della Finsider Oscar Sinigaglia, particolarmente attento allo stabilimento di Piombino, che considerava moderno ed efficiente fin dagli anni Trenta.
 Fu inagurato nel 1951, con una festa disertata dai lavoratori e tra le polemiche tra l’allora sindaco Luciano Villani ed un rappresentante degli Stati Uniti, alla presenza del ministro democristiano dell’industria Giuseppe Togni, che qualche giorno dopo fece arrivare un decreto di sospensione del sindaco.
 Il consiglio di gestione dell’Ilva, di cui facevano parte i sindacati, non cessò mai la pressione perché fosse ricostruito anche l’altoforno 1. Col piano Schuman e la nascita della Ceca, fu possibile anche questo sforzo nel 1956, assicurando una nuova vitalità al centro siderurgico.
 Tre gli altoforni funzionanti prima della costruzione, nel 1974, del gigantesco altoforno 4, capace da solo di produrre oltre 2 milioni di tonnellate di ghisa all’anno. L’Afo 1 fu riattivato per un breve periodo, per consentire la manutenzione di quello maggiore. Negli anni Novanta il numero 3 fu demolito in sordina, nonostante gli appelli del professor Tognarini. Subito dopo la stessa sorte fu subìta dall’agglomerato.
G.P.


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