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Il mio piano per la Compagnia - Il Tirreno Livorno domenica 16 gennaio
Il mio piano per la Compagnia
Taglio dei costi, nuova mentalità e 8 milioni dalle banche
In vendita tutto ciò che non serve come la villa del Gabbro La centrale a biomasse ci darà una grande redditività
LIVORNO. Circola una battuta, sulle banchine: «Il commissario ci vorrebbe, ma non all’Autorità Portuale. Ci vorrebbe alla Compagnia Portuale». «Il solito vecchio e trito autolesionismo livornese» reagisce Enzo Raugei, il console dei portuali. «Tutta gente che parla senza conoscere le cose. Si rassegnino questi signori: la Compagnia Portuale c’è e ci sarà anche nel futuro, con un ruolo centrale in città e nel porto».
E per sostanziare la sua fiducia, Raugei è venuto al “Tirreno” a illustrare il piano industriale presentato dalla Compagnia alle banche e che servirà a ottenere il credito necessario per finanziare i progetti. Nell’intervista (di Andrea Lazzeri, Cristiano Meoni e Juna Goti) Raugei spiega cosa sta facendo il consiglio dei portuali per il rilancio della Compagnia. Principalmente tre cose: il taglio dei costi, divenuti insopportabili; un recupero di redditività e di ricavi; un piano di dismissioni di beni non strumentali all’attività. Ma, soprattutto, un cambio di mentalità. «In Compagnia si dovrà lavorare come in qualsiasi altra azienda e in parte questo lo stiamo già vedendo».
La Compagnia deve pagare tutti i mesi 450 stipendi ma nel 2009 ha fatturato solo 15 milioni di euro. Come fa a restare in piedi?
«Veniamo da anni non facili, con una crisi globale che ha messo a dura prova tutte le aziende. Una serie di azioni sono già state intraprese sul versante della riduzione dei costi».
L’85% dei costi se ne va per il personale: cosa state facendo per ridurre questa incidenza?
«Intanto negli ultimi due anni abbiamo attivato per tutti i lavoratori una serie di contratti di solidarietà che sono stati prorogati a giugno e che hanno permesso un risparmio aziendale mensile intorno ai 150mila euro. Poi c’è il piano delle uscite: dal primo gennaio è iniziato il pensionamento di una trentina di lavoratori, altri otto lasceranno il posto da qui a aprile. Entro il 2012 toccherà a un’altra cinquantina. Avevamo previsto tempi più brevi per i pensionamenti, che comunque saranno riequilibrati dalle cause che nel frattempo stanno andando a sentenza sull’amianto».
Al 1 gennaio 2010 la Compagnia aveva un organico di 406 soci. Quanti resterete?
«L’obiettivo è scendere sotto i 400: è ovvio che se ci sarà lavoro rimetteremo in discussione i numeri, ma per ora andiamoci coi piedi di piombo».
I dati di bilancio indicano un assenteismo che, per alcune fasce di lavoratori, supera il 15%. E’ un problema?
«Abbiamo avuto qualche problema soprattutto con i giovani. Poi c’è stata anche l’apertura del porto alle donne (in Compagnia sono 45) che hanno diritto alla maternità. Ma l’assenteismo per maternità non lo consideriamo un problema, ci mancherebbe. Stiamo intervenendo su due fronti: da una parte abbiamo attivato una politica più marcata di controllo per chi si dichiara in malattia, dall’altra abbiamo messo in piedi una campagna di sensibilizzazione per il personale. Perchè il punto è fare un salto culturale».
Cambiare mentalità?
«Ci stiamo provando. Ci siamo affidati a un istituto europeo specializzato, lo Ien, con l’obiettivo di creare una nuova cultura aziendale, un nuovo approccio al lavoro. Il senso è: facciamo tutti parte dello stesso sistema, dobbiamo spingere insieme se vogliamo tirarci su. La campagna è fatta di lezioni teoriche, ma anche di misure molto concrete».
Può farci qualche esempio?
«Per garantire il nuovo servizio di tracciabilità delle merci abbiamo attivato corsi di informatizzazione per i lavoratori. Poi c’è la questione dei danni alla merce: è impossibile, quando si ha a che fare con il carico delle merci, non fare alcun danno, e va detto che la Toyota ha recentemente premiato proprio il nostro porto come scalo meno dannoso d’Italia. Ma comunque la percentuale di danni va ridotta: ogni errore equivale a un pacco di soldi buttati dalla finestra per niente».
Tutti gli anni il vostro bilancio chiude con uno sbilancio della gestione economica: i ricavi, quello che cioè entra, sono spesso di parecchi milioni inferiori ai costi. Come pensate di aumentarli?
«Due parole: consolidamento e sviluppo dei traffici, attraverso una politica commerciale più aggressiva. Intanto stiamo lavorando alla crescita del project cargo: nei piani c’è la gestione di commesse di grandi impianti che dall’Italia partiranno per l’estero, soprattutto verso il Brasile. Per questo servizio saranno impegnate le aree e i magazzini della Paduletta. Quanto al consolidamento penso ovviamente ai traffici forestali (con Westfal Larsen e Grieg) e alle auto. La movimentazione delle quattro ruote è il punto cardine delle nostre attività: Sealiv è nata proprio per gestire la logistica auto, fare fronte comune con tutti i soggetti che fanno parte di questo circuito. Crediamo nella conquista di nuovi traffici: per quest’anno il piano della Compagnia prevede 30mila unità in più».
Ma intanto più che guadagnare traffici li avete persi... 60mila auto passate a Sintermar, i traghetti di Grimaldi...
«E’ vero, ma la vicenda Grimaldi per noi è ancora aperta: puntiamo a un recupero».
Nel piano industriale c’è tutto un capitolo che parla di dismissioni. Vendete anche la villa del Gabbro?
«Sì, è una struttura degli anni ’60, una volta c’era un’attività agricola che produceva vino che veniva rivenduto ai portuali. E’ chiusa da una decina d’anni: è in vendita, ma siamo aperti anche a soluzioni intermedie».
Pensate di vendere anche i terreni che avete al terminal Da Vinci?
«Sì, i terreno che servono al polo frigo. il primo lotto è stato venduto, il secondo è in fase di ultimazione. Dovremmo riuscire a farlo partire nel giro di un paio di mesi».
Brevissimo inciso: perchè viene continuamente rimandata l’apertura del Reefer Terminal?
«Ci sono stati intoppi per la seconda tranche di finanziamento. Ma posso anticiparvi che la capofila del pool di società di leasing ha sbloccato la delibera per il finanziamento necessario a portare a termine i lavori.
Tornando alle vendite: contate di incassare un bel po’ di soldi dalla vendita del 35% di Porto Energia, la società che costruirà la centrale a biomasse.
«Sì, è nel piano. Si sta delineando una nuova compagine aziendale che potrebbe entrare in società. Mancano da definire solo gli ultimi dettagli, ma si è raffreddato un po’ tutto in attesa della sentenza del Tar sul ricorso fatto da Medicina Democratica. In ogni caso la centrale porterà, nell’immediato, un importante gettito finanziario: a regime, poi, almeno dal 23 al 25 per cento di aumento della produttività. Stiamo lavorando per entrare in partenariato con una società (italiana) di produzione dell’olio. Noi alle alleanze siamo sempre stati aperti».
Ancora ispettori alla Sintermar
Trovata al lavoro una cooperativa non autorizzata
LIVORNO. Nuovo capitolo della guerra commerciale per accaparrarsi i traffici di autovetture nuove. Ieri mattina, dopo alcune segnalazioni arrivate da lavoratori, gli ispettori dell’Autorità Portuale hanno effettuato un blitz al terminal Sintermar, sul Canale Industriale, dove hanno trovato al lavoro «personale non autorizzato». Si tratta, nella fattispecie, di una ventina di lavoratori della cooperativa Cpm, impegnati - per conto del ricevitore delle auto Fratelli Elia - nel trasferimento dei veicoli dalla banchina di Sintermar ai piazzali di Elia. Gli ispettori si sono piazzati all’ingresso del terminal e hanno identificato i lavoratori sulle auto. Lavoratori che solo in alcuni casi hanno esibito il tesserino. Il punto, sostengono all’Autorità Portuale, è che la cooperativa Cpm è sì autorizzata a lavorare in porto, ma solo per «servizi» come la smarcatura e lo svuotamento dei contenitori: non per il trasferimento delle macchine per il quale - secondo l’Authority - sono solo due le imprese autorizzate: la Compagnia Portuale e Unicoop Servizi. Domattina l’Authority metterà a verbale quanto riscontrato e proporrà, a quel che si è saputo, la revoca dell’autorizzazione alla Cpm.
I rappresentanti di Fratelli Elia però sostengono la piena legittimità della chiamata al lavoro di Cpm per le auto. «Il trasferimento è da un terminal privato, Sintermar, a un’area privata, i nostri piazzali, e può essere eseguito da chiunque». Tant’è che, normalmente, viene fatto dal personale di Elia.
«Ancora una volta - commenta il sindacalista della Filt Cgil Simone Angella - l’imprenditoria cerca di scavalcare le regole, approfittando della situazione di difficoltà dei lavoratori». E giovedì prossimo, sul tema delle regole violate, è convocata la commissione consultiva dell’Autorità Portuale.
C.M.
LETTERA
L’imprenditoria si ferma a Guasticce
SERGIO LANDI
Riceviamo e pubblichiamo:
E’ bastato che si ventilasse, per il Porto l’idea concreta di un Commissario o Presidente fuori dai giochi che l’imprenditoria, quella che Italo Piccini chiamava La Piovra, scoprisse le virtù della livornesità. Con l’italianità Fazio, Consorte, Fiorani e i furbetti del quartierino la buttarono di fuori e finirono in mano alla Magistratura. C’è in ballo la Porto Livorno 2000? Ha ragione Cosimi ad incazzarsi e Berlusconi può dire che i livornesi sono “peggio” dei comunisti... Nel frattempo la globalizzazione si ferma a Guasticce.
Ancora ispettori alla Sintermar
Trovata al lavoro una cooperativa non autorizzata
LIVORNO. Nuovo capitolo della guerra commerciale per accaparrarsi i traffici di autovetture nuove. Ieri mattina, dopo alcune segnalazioni arrivate da lavoratori, gli ispettori dell’Autorità Portuale hanno effettuato un blitz al terminal Sintermar, sul Canale Industriale, dove hanno trovato al lavoro «personale non autorizzato». Si tratta, nella fattispecie, di una ventina di lavoratori della cooperativa Cpm, impegnati - per conto del ricevitore delle auto Fratelli Elia - nel trasferimento dei veicoli dalla banchina di Sintermar ai piazzali di Elia. Gli ispettori si sono piazzati all’ingresso del terminal e hanno identificato i lavoratori sulle auto. Lavoratori che solo in alcuni casi hanno esibito il tesserino. Il punto, sostengono all’Autorità Portuale, è che la cooperativa Cpm è sì autorizzata a lavorare in porto, ma solo per «servizi» come la smarcatura e lo svuotamento dei contenitori: non per il trasferimento delle macchine per il quale - secondo l’Authority - sono solo due le imprese autorizzate: la Compagnia Portuale e Unicoop Servizi. Domattina l’Authority metterà a verbale quanto riscontrato e proporrà, a quel che si è saputo, la revoca dell’autorizzazione alla Cpm.
I rappresentanti di Fratelli Elia però sostengono la piena legittimità della chiamata al lavoro di Cpm per le auto. «Il trasferimento è da un terminal privato, Sintermar, a un’area privata, i nostri piazzali, e può essere eseguito da chiunque». Tant’è che, normalmente, viene fatto dal personale di Elia.
«Ancora una volta - commenta il sindacalista della Filt Cgil Simone Angella - l’imprenditoria cerca di scavalcare le regole, approfittando della situazione di difficoltà dei lavoratori». E giovedì prossimo, sul tema delle regole violate, è convocata la commissione consultiva dell’Autorità Portuale.
C.M.
Arriva il commissario
Martedì il ministro potrebbe nominare Gallanti
Si spacca il fronte del porto: Raugei si dissocia dalle categorie
CRISTIANO MEONI
LIVORNO. Il contrasto alla probabile nomina di Giuliano Gallanti all’Autorità Portuale per il momento è confinato alle associazioni imprenditoriali del porto. La Compagnia Portuale prende le distanze del documento firmato ieri dalle associazioni e anche il Pd - che ha riunito la direzione territoriale - non partecipa alla polemica contro un presidente non livornese. Il fronte anti-genovesi mostra crepe mentre rimbalza insistentemente l’indiscrezione secondo cui Matteoli potrebbe nominare commissario del porto, martedì, proprio Gallanti.
Un’ipotesi avvalorata da una serie di indizi concordanti ma che, fino a ieri sera, non trovava riscontri ufficiali. Il ministro Matteoli sarebbe pronto a firmare il decreto di commissariamento e, a meno di un clamoroso ripensamento, nominerebbe colui che è destinato poi a diventare presidente. Con il placet della Regione.
Una situazione confusa, anche perchè tutto si concentrerà nell’arco di poche ore, martedì: il decreto di commissariamento e la sentenza del Tar sul ricorso di Piccini.
Un’incertezza che ha condizionato pesantemente il dibattito interno al Pd. All’ordine del giorno della direzione territoriale vi era proprio la vicenda dell’Autorità Portuale. Ma, al termine della riunione, il comunicato del Pd - di quasi due pagine - liquida la questione in quasi due righe. Per dire che il Pd sta con Piccini fino alla sentenza del Tar.
Il dibattito, alla federazione di via Donnini, è stato sofferto e ha evidenziato un ventaglio di opinioni. Il segretario Di Rocca ha aperto la riunione e il sindaco l’ha chiusa, anche se alcuni componenti avrebbero voluto chiedere ulteriori spiegazioni a Cosimi. E’ evidente che, se Gallanti venisse nominato commissario, questa sarebbe la prova provata di un accordo sul presidente genovese fatto quand’ancora era pendente il ricorso di Piccini e con il partito e gli enti ufficialmente schierati per la sua riconferma. «Una cosa non bella» dice un autorevolissimo dirigente del Pd.
Intanto la prospettiva di un presidente non livornese non spaventa il presidente della Compagnia Portuale Enzo Raugei: «Ovviamente noi siamo per Piccini, è stato un buon presidente e la migliore soluzione di sintesi - dice Raugei - Quanto alle associazioni, era meglio se trovavano prima l’unità sulla riconferma del presidente. Questa paura di un presidente che viene da fuori sa di chiusura, è una cosa inaccettabile in un mondo globale. Dovrebbe essere normale che a Livorno possa esserci un presidente non livornese, così come a Genova un non genovese». Ed ancora: «Gallanti, a quanto ne so, è persona di spessore con un ottimo curriculum. Mi sembra inopportuno gridare al lupo al lupo».
Batini replica al sindaco. «Io candidato? Magari»
«Neppure Cosimi viene dalla London School»
LIVORNO. «Io candidato all’Autorità Portuale? Mah, può darsi che qualcuno abbia pensato a me e questo, non lo nego, mi lusinga. Quello che non posso accettare sono i giudizi del sindaco sulla mia persona. Io non vengo dalla London School, ma neppure lui, come dimostrano i risultati che Cosimi ha conseguito in questi sei anni da sindaco». Beppe Batini, avvocato, 72 anni («come Gallanti» chiosa), non ci sta ad essere liquidato con battute sarcastiche e irrispettose. Cosimi aveva detto di lui: «Si dice che il passato va sconfitto e poi si ricomincia dall’Azienda Mezzi Meccanici? Suvvia, questi non sono ragazzi di 38 anni che vengono dalla London School of Economics». «Sono stato per quattro anni presidente dell’Azienda Mezzi Meccanici - dice Batini - In quel periodo è stata fatta la Darsena Toscana e sono state organizzate le banchine e Livorno era il primo porto contenitori del Mediterraneo. Poi sono stato chiamato a fare il liquidatore della flotta Lauro. Qualcosa ho fatto. Ma Cosimi?». Batini rincara: «Dire che bisogna cercare fuori di Livorno il presidente dell’Autorità Portuale è la confessione da parte sua che lui e il suo partito in 60 anni di guida ininterrotta della città non sono stati in grado di far crescere una classe dirigente. Peraltro non si sono comportati bene con Piccini».
RITORNO ALLE REGOLE
BANCARELLE, BANCHINE E LA PAURA DEL FUTURO
ANDREA LAZZERI
Tra i banchi degli ambulanti che si affacciano su Piazza Cavallotti e le banchine del porto che guardano il Mediterraneo, si snoda in queste ore una storia tutta livornese che racconta di una città impaurita dal proprio futuro.
Vicende diversissime per qualità e volume degli interessi economici in campo. Eppure identiche nelle dinamiche politiche e culturali che le muovono.
Come i lettori hanno appreso leggendo la cronaca di ieri, i commercianti del mercato sono sul piede di guerra. Dopo anni di buoni affari sentono anch’essi i morsi di una crisi che non dà tregua: le massaie comprano meno, i prezzi devono stare sempre più bassi fino a fare concorrenza con gli zerbini che espongono la mercanzia degli extracomunitari. Allora scatta la protesta verso questi venditori abusivi che non pagano ici né suolo pubblico né, tantomeno, rilasciano scontrino. Le denunce costringono la polizia municipale a fare sul serio sloggiando i venditori abusivi e sequestrando la mercanzia con marchi contraffatti. Senonchè l’arrivo della legge porta alla luce come i commercianti venuti dall’Africa non siano gli unici che in questi anni non hanno rispettato le regole: anche gli “ambulanti-stanziali” (livornesi, indiani, cinesi eccetera) si sono allargati, occupando spazi ben più ampi di quelli per i quali hanno l’autorizzazione. Così i vigili tirano fuori il metro, misurano i banconi e contestano infrazioni. Apriti cielo. Proteste, minacce, annunci di nuove lotte contro questa incredibile manìa di far rispettare le leggi. Ma siamo ammattiti? E quando mai si rispettano le regole da queste parti? Invece sì siamo proprio a Livorno e un’epoca è finita.
Così come, passando dai banchini alle banchine, accade nel porto.
Anche qui ci sono stati anni formidabili e irripetibili, quando patti e accordi suggellati con una stretta di mano o un brindisi da Oscar decidevano di traffici, movimentazione merci, concessioni di aree demaniali. Finché i soldi giravano e i container arrivavano tutto ha filato liscio o quasi. Poi il vento è cambiato e da Occidente come da Oriente sono giunte parole nuove: competitività, economie di scala, dinamismo. In una parola, globalizzazione. Il vecchio paradigma non funziona più e bisogna ridare fiato alle regole, cancellando sclerotici privilegi non più sostenibili. Parole terribili capaci di rimettere insieme gruppi e aziende che fino al giorno prima hanno giocato a farsi gli sgambetti rubandosi lavoro l’un l’altro.
Ora anche loro temono che, come in piazza Cavallotti, arrivi un vigile col metro in mano e che cominci a misurare le banchine verificando concessioni e autorizzazioni.
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