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Sete di potere - La Nazione Livorno

 


SICCOME Matteoli non nomina chi piace a lor signori, allora non c’è «leale collaborazione»: che, peraltro, è un concetto del tutto inconcludente. Una frasetta in politichese messa lì per dare la sensazione a chiunque apra bocca di avere ragione ma che non ha nessunissimo senso compiuto. Tutti strillano all’attentato alle istituzioni e alla democrazia, immaginano ricorsi dal Consiglio di Stato in giù, e si stracciano le vesti: ancora un po’ e con un impressionante sprezzo del senso del ridicolo ci sarà la chiamata alle armi contro la restaurazione fascista. Non c’è da impressionarsi perchè è solo un teatrino: in realtà di Piccini, lo sanno anche i muri e lo sa anche Piccini, non importa niente a nessuno. La preoccupazione maggiore in fondo sarà poi quella di trovargli una collocazione, ma si sa che i posti scarseggiano e dunque si farebbe volentieri a meno di un grattacapo in più. La querelle è tutta qui: nella distribuzione del potere. Anzi, nella sete di potere. E si sa che a sinistra si perde facilmente la testa quando si avverte di non avere più il pieno controllo delle cadreghe e delle relative prebende. Ne scaturisce — voglio ripeterlo fino alla noia — che invece di preoccuparsi di più e meglio degli sfrattati ci si perde sulla super remunerata poltrona della presidenza dell’Authority. Roba da matti. L’intervista de «La Nazione» a Matteoli è stata una bomba che domenica ha fatto alzare un po’ di gente all’alba, e naturalmente sono stati attribuiti al ministro toni «poco istituzionali». Vivaddio, aggiungo: meno ammicchi, meno messaggi cifrati (anzi, per nulla) e parole chiare che hanno pulito lo scenario dalle nebbie della diplomazia forzata e dell’ipocrisia. E con un paio di concetti che un mucchio di gente — anche a sinistra — pensa ma non osa esplicitare: tipo il cinquantennale dominio della stessa famiglia sul porto.
UNA DOMANDA, poi: a parti invertite, cioè con un Pd con annessi e connessi all’opposizione, sarebbe stata fatta passare sotto silenzio, come è stato fatto con Piccini, l’eventuale dissavventura giudiziaria del candidato del centrodestra, per di più per una fastidiosa faccenda di rimborsi spese? Figuriamoci: gli alleati di Di Pietro avrebbero fatto i girotondi e tuonato alla legalità calpestata, mobilitando i gruppi editoriali amici e convocando Santoro, la Dandini, Floris, Fazio e la Gabanelli che da sotto Palazzo Rosciano assediato avrebbero inondato il Paese della consueta indignazione un tanto al chilo e a senso unico. Questo è, questi sono. A quando, invece, i prossimi sfratti?
Fausto Cruschelli


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