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Cassintegrati furenti, commissioni regionali - La Nazione Livorno
Caso-Giolfo: Marini annuncia che ci sono i soldi per la deroga ma Nascondi del Pdl
di MONICA DOLCIOTTI
— LIVORNO —
LAVORATORI stanchi, furibondi ed anche arrabbiati della Giolfo e Calcagno hanno assistito ieri mattina allo scontro fra il vice presidente della commissione regionale sviluppo e lavoro Nicola Nascosti (Pdl) e Paolo Marini (Federazione della Sinistra – Verdi) e presidente della commissione speciale della Regione per l’emergenza occupazionale. L’incontro, che si è svolto nello stabilimento dove i dipendenti sono in assemblea da giorni per scongiurare il licenziamento, è stato convocato dal presidente della Provincia Giorgio Kutufà, alla presenza anche dei sindacati, sull’emergenza lavoro in città. Erano attese anche le Rsu di Inalfa e cementeria Sacci, che non si sono presentate. Forse per problemi organizzitivi? C’erano alcuni delegati ex Delphi. Marini si è dunque rivolto ai sessanta lavoratori Giolfo annunciando, un po’ incautamente, che «non bastano altri 45 giorni di proroga della cassa integrazione in deroga per risolvere la vertenza. Serve ancora un anno di proroga della cassa. E la Regione ha i finanziamenti per coprire la cassa integrazione in deroga nel 2011». Nascosti lo ha bacchettato sulle dita: «E’ bene chiarire sia ai lavoratori, sia al presidente Marini, che occorre attendere che il governo Berlusconi rifinanzi il fondo per la cassa integrazione in deroga le cui risorse saranno poi nelle disponibilità delle Regioni. Marini non venga qui a fare comizi politici, come sta facendo, senza informarsi approfonditamente su come stanno le cose. Sarebbe stato meglio riunirci tra di noi per fare il punto della situazione, prima di venire a Livorno, per dare informazioni corrette». Ed ha aggiunto: «Intanto ci impegnamo tutti, bipartisan, a fare pressione nelle sedi istituzionali perché i proprietari della Giolfo chiedano la proroga della cassa integrazione».
FABIO Verdiani (Uil) nelle retrovie ha commentato: «Il 31 dicembre scadrà il mandato della liquidatrice, la dottoressa Capello, e terminerà anche la procedura di liquidazione. Toccherà allora ai soci riunirsi e prendere delle decisioni. Questo significa che o si riesce a portare al tavolo l’azienda, o c’è poco da fare se non troviamo velocemente un compratore che rilevi aree e immobili Giolfo». Il tempo rema contro. E il mandato della Capello non dà spazio a molte speranze perché il suo obiettivo è fare l’interesse delle banche. E a distanza in consiglio comunale il sindaco Cosimi, rispondendo ad un attacco di Marco Cannito (Città Diversa), ha ammesso che «l’advisor Centrobanca attraverso la liquidatrice Capello punta a spezzettare e vendere quello che resta della Giolfo a Livorno senza guardare in modo prioritario alla ricollocazione dei lavoratori».
TRA GLI OSTACOLI, ad oggi, non aggirabili, c’è anche il prezzo delle aree e degli immobili in vendita. «La proprietà chiede una cifra esosa — ha commentato Francesca Cantini, segretario confederale della Uil — pari a 25 milioni di euro. Bisgona che riduca le sue pretese». E al tavolo in Provincia domani mercoledì 10 novembre, si discuterà anche di questo.
PALAZZO GRANDUCALE NESSUNA PROPOSTA E SOLO LA STANCA RICHIESTA DI TAVOLI TECNICI
E in Provincia l’ennesima parata della politica
«MI RACCOMANDO, interventi massimo di cinque minuti, come ha chiesto Matteo Renzi». Quella del presidente della Provincia Giorgio Kutufà è stata una delle poche battute degne di nota alla riunione che si è svolta ieri nel salone del consiglio provinciale dove si sono incontrate le commissioni regionali «Sviluppo economico» ed «Emergenza lavoro» per ascoltare i sindacati e le associazioni di categoria sulle ricadute della crisi. L’ennesima passerella — è proprio il caso di dire — di quanti parlano per ascoltare il suono della propria voce perchè di novità, a parte i numeri snocciolati dall’assessore Ringo Anselmi sulla disoccupazione e sul ricorso alla cassa integrazione, se ne sono sentite davvero poche. Anzi, nessuna. Alla richiesta di Ettore Bartolo, in rappresentanza di Confindustria, di abbassare la pressione fiscale in quelle fabbriche che assumono e danno occupazione stabile, ha fatto eco il grido di dolore di Sergio Fondi della Cisl. «Siamo disperati — ha detto — perché non sappiamo più cosa dire ai lavoratori. Siamo diventati tutti dipendenti dell’Inps, perchè la crisi in provincia di Livorno ha avuto conseguenze devastanti. Le aziende si lamentano perché le istituzioni non le aiutano». Proprio quelle istituzioni che ieri mattina hanno bivaccato nel salone del consiglio provinciale. Il compito delle commissioni regionali era quello di «ascoltare» le voci del territorio, come se l’occupazione del tetto di una fabbrica o le assemblee permanenti nei luoghi di lavoro non fossero già sufficientemente significativi di una crisi che ogni giorno miete vittime.
C’È STATO bisogno dell’ennesima parata della politica delle chiacchere più che dei contenuti per lavare almeno la coscienza di chi, diversamente, non riesce a dare risposte al territorio — vedi i 500mila euro che la Provincia ha promesso di dare alle imprese in difficoltà ma da mesi ancora in cassaforte — se non accusare il Governo dei tagli imposti dalla Finanziaria. Infine, come se non bastasse, ancora una richiesta di tavoli tecnici sulla crisi. Osservatori, tavoli e protocolli d’intesa... Ma a chi servono?
Michela Berti
LE REAZIONI
«La preoccupazione è non farsi mangiare la casa dalle banche»
«SONO STATA membro della Rsu della Giolfo e ora sono dirigente sindacale — è intervenuta Roberta Pagni (nella foto) della Cisl — con questo voglio dire che, nonostante il distacco sindacale, sono ancora dipendente della Giolfo insieme ai miei colleghi, che hanno davanti un’impresa terribile: affrontare il 2011 cercando di mettere insieme il pranzo con la cena». E se non avranno la proroga della cassa «sarà una tragedia. Questi lavoratori devono pensare anche a non farsi mangiare la casa dalle banche. I soldi della cassa integrazione bastano infatti a malapena per rimpire lo stomaco». Maurizio, dipendente della Giolfo dal 1984, ha detto rivolgendosi ai commissari regionali in trasferta in città: «Se non si trova un acquirente per aree e stabilimento siamo perduti perché l’unica prospettiva sarà la mobilità. Non sarà che si vuole arrivare a questo per far saltare fuori qualche offerta, con noi con l’acqua alla gola?». Claudia Cerase ha detto che la «Giolfo chiude i battenti perché dietro ci sono speculazioni». E ha rimproverato le istituzioni: «Che fanno per noi in due anni?».
DARYA MAJIDI, assessore allo sviluppo economico del Comune, ha risposto: «Non è vero che in due anni siamo rimasti inattivi. Abbiamo fatto sforzi perché non siamo riusciti a trovare imprenditori che rilevassero la Giolfo è stata una sconfitta». E si è impegnata a «proseguire il pressing per ottenere la proroga della cassa integrazione, anche se non è questa la soluzione del problema. Occorre un’allenza tra istituzioni e imprese per attrarre imprenditori».
«Orgogliosa di lavorare in quest’azienda modello»
La storia: Daniela Puccetti da 33 anni alla «Londi»
E’ CON L’ORGOGLIO di chi ha fatto crescere un’azienda e ne ha condiviso gioie e dolori che Daniela Puccetti ricorda i suoi 33 anni di lavoro alla Londi di Livorno. «Avevo poco più di vent’anni quando ho messo piede per la prima volta alla Londi — ricorda Daniela — un’azienda gioiello di quelle che oggi non esistono più. Sono stati 33anni di lavoro intenso ma anche gratificante perché il rapporto con il titolare, il signor Alessandro Londi, è stato indimenticabile». Non è facile, almeno al giorno d’oggi, trovare dipendenti che parlano così del loro datore di lavoro. I tempi sono cambiati, anche in questo. «Oggi si esce dalle fabbriche — continua la Puccetti — e sul fronte occupazionale, del clima che si respira all’interno dei luoghi di lavoro, si è fatto un passo indietro». Anche perché non è cosa di tutti i giorni vedere l’imprenditore con la maglietta bianca che lavora fianco a fianco con i dipendenti. «Lui è stato uno di noi — continua — per questo la Londi è sempre stata una seconda casa. Lo conferma il fatto che l’attuale pasticciere, un ragazzo giovane di circa trent’anni, è il nipote del pasticciere Cesare Francalacci che ha lavorato per anni alla Londi». I posti di lavoro ed anche le maestranze si tramandano di generazione in generazione, perché alla Londi le persone hanno lavorato, sempre, con entusiasmo. «Io ci sono cresciuta — racconta Daniela — come lavoratrice ed anche come persona. Eravamo in gran parte donne e questo ha permesso di creare anche dei gruppi di amicizie». Poi le feste: «Come non ricordare i regali che il signor Alessandro ci faceva per Natale e la cena che facevamo per la ricorrenza — continua — oppure l’uovo per Pasqua. Erano tutte accortezze che il titolare ci faceva, perché era davvero una grande famiglia, quella della Londi, che ha contato anche, nei momenti d’oro, quarantacinque dipendenti». Il biglietto da visita per le merendine «made in Leghorn» è sempre stato quello della qualità. «Il nostro prodotto non è mai stato economico — continua — perché la qualità è sempre stata superiore alla concorrenza. Siamo diventati, nel tempo, gli specialisti delle merendine e i forni, proprio per questo, sono sempre rimasti accesi». Anche durante la lunga fase di passaggio della proprietà Londi ai due nuovi soci, Fulvio Bais e Sergio Zaru che non è stata comunque indolore.
«QUESTI DUE giovani hanno salvato l’azienda — dice Daniela — e auguro loro davvero una grande fortuna. Sono stati assorbiti 24 lavoratori e se la Londi riuscirà a superare il momento di crisi potrà recuperare anche coloro che sono in cassa integrazione. In questi mesi, da gennaio a ottobre, non abbiamo fatto ferie per garantire il prodotto ». Negli anni c’è stato il ricambio generazionale, con i neo assunti che hanno acquisito, sul campo, le professionalità. «Non erano richieste competenze specifiche — continua — ma era nei reparti che si imparava il mestiere. Ed anche a vivere».
M. B.
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